Netanyahu ha tradito anche la destra sionista di Jabotinsky

27 Maggio 2026 - 04:51
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Netanyahu ha tradito anche la destra sionista di Jabotinsky

È indispensabile fare chiarezza su un punto importantissimo che riguarda l’estrema destra israeliana di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich: è vero o no che rappresentano una larga parte della società israeliana? La risposta netta è che non è vero, e che rappresentano invece una componente minoritaria del movimento dei coloni e dei loro sostenitori, ma che in realtà si sono visti letteralmente regalare nel 2022 da Benjamin Netanyahu, per basse ragioni di potere, una netta sovrarappresentazione del loro peso reale attraverso il controllo di due ministeri chiave e un incremento del centoventi per cento della loro presenza in Parlamento.

Quattro anni fa, infatti, Netanyahu, pur di vincere a tutti i costi elezioni che per quattro volte, a distanza di pochi mesi, non era riuscito a vincere, ha deciso di rompere con la tradizione di intransigenza democratica e di ostilità verso l’estrema destra che aveva sempre caratterizzato sia Vladimir Jabotinsky sia Menachem Begin. Di conseguenza, ha legittimato l’ingresso formale nella sua coalizione di uno Smotrich e di un Ben-Gvir che per anni non erano riusciti a ottenere un peso politico significativo. Solo e unicamente grazie a questa legittimazione, Netanyahu ha fatto più che raddoppiare i seggi di un’estrema destra che si è vista così regalare un potere di veto decisivo sul governo: quattordici seggi su sessantuno della maggioranza.

Ma la prova provata che l’ingresso dei due ultra-estremisti di destra sia stato ben più di un semplice espediente elettorale si è avuta quando Netanyahu li ha premiati con due ministeri strategici, mentre avrebbe potuto benissimo relegarli in dicasteri marginali. Ha consegnato loro, infatti, un diabolico combinato disposto di pieni poteri sui temi più scottanti, con disponibilità di grandi fondi e con un altrettanto grande potere decisionale autonomo. Ha così premiato Bezalel Smotrich permettendogli di applicare le sue politiche dichiaratamente favorevoli all’espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania attraverso il ministero delle Finanze, che di fatto, e in parte anche di diritto, la governa. Contemporaneamente, a Itamar Ben-Gvir ha affidato il ministero della Sicurezza nazionale, quindi, tra l’altro, il controllo sulla polizia e sulle carceri, garantendogli così mano libera nella più spudorata e rivendicata protezione delle azioni violente dei coloni contro i palestinesi.

Con queste scelte, si badi bene, Netanyahu ha segnato una sorta di rottura anche con sé stesso, perché nei tanti anni precedenti di governo, pur applicando una politica di destra nei confronti dei Territori, non si era mai spinto ad appoggiare apertamente la linea della destra suprematista e razzista. Dal 2023 in poi, invece, ha deciso di intraprendere questa strada.

Ma le vere colpe gravissime del premier – e in un certo senso il suo cinismo politico – sono emerse con chiarezza soprattutto dopo il pogrom del 7 ottobre 2023. Era infatti evidente, palese e indiscutibile che, a fronte di quello spaventoso trauma e di quelle responsabilità, Netanyahu avrebbe dovuto imitare Winston Churchill nel 1940, sciogliere il governo di estrema destra e formare un governo di unità nazionale. Era un obbligo politico, oltre che morale, per unificare un Paese che era arrivato a quella scadenza dilaniato proprio dalle politiche di estrema destra del governo. Questo era il mandato morale e politico che nel 1967, pochi giorni prima della guerra, aveva portato il premier Levi Eshkol a fare entrare Menachem Begin nel governo di unità nazionale.

Ma Netanyahu non ha voluto, non ha saputo e si è volutamente rifiutato di diventare il leader dell’unità nazionale del popolo di Israele nei suoi giorni più bui e ha preferito mantenere in vita un governo divisivo, dominato dalla destra estrema. Si è limitato a proporre alle opposizioni la formazione di un gabinetto di guerra dai poteri estremamente limitati, tanto che due dei leader dell’opposizione che avevano aderito al gabinetto ne sono usciti dopo un anno.

Da qui, la conduzione della guerra con errori gravissimi come la sospensione degli aiuti alimentari a Gaza; da qui, la convinzione diffusa che il conflitto mirasse all’espulsione dei palestinesi, ipotesi più volte evocata sia da Smotrich sia da Ben-Gvir nel silenzio politico di Netanyahu. E quindi il crescente isolamento internazionale di Israele, persino rispetto a una larga parte della comunità ebraica degli Stati Uniti, che oggi critica duramente l’operato del governo Netanyahu.

Dunque, questa destra israeliana suprematista e razzista che oggi influenza la strategia del governo e delle operazioni militari a Gaza e punta apertamente all’espulsione dei palestinesi rappresenta un fenomeno inquietante.

È un’estrema destra che ha una sua lunga storia nella vicenda israeliana con una caratteristica netta: è sempre rimasta ultra-minoritaria e, sino al 2022, ha avuto un peso politico molto limitato, salvo gli episodi terroristici degli anni Quaranta.

Ma questo è avvenuto solo perché è sempre stata rigidamente emarginata non solo dalla sinistra laburista sionista, ma anche dalla tradizione revisionista da cui sarebbe poi nato il Likud di Menachem Begin.

Netanyahu invece, con la sua alleanza con Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ha cinicamente rotto una fondamentale tradizione della destra sionista, quella che aveva portato il Likud a sostenere la messa al bando del movimento Kach di Meir Kahane, di cui Ben-Gvir si dichiara discepolo e continuatore.

Questo, in un Israele nel quale – a smentita di una rappresentazione giornalistica superficiale – negli ultimi quarantotto anni, dal 1977 in poi, la sinistra laburista è stata al governo per soli otto anni, circa un quinto del tempo. Un Paese in cui, a partire dagli anni Settanta, il blocco sociale e la leadership centroeuropei e prevalentemente laburisti del primo sionismo sono stati progressivamente sostituiti dal blocco sociale degli ebrei provenienti dai Paesi arabi e dalla massiccia immigrazione da un’Unione Sovietica in sfacelo morale e politico. Questa base sociale, molto eterogenea, ha alimentato una destra israeliana che ha ormai poco a che fare con le utopie socialiste della prima e della seconda generazione sionista.

Questo, di nuovo, in un Paese in cui l’accordo iniziale con i palestinesi per la restituzione dei Territori occupati nel 1967 è stato possibile solo perché voluto proprio da due generali, uno laburista e l’altro del Likud, che avevano combattuto e sconfitto gli eserciti arabi e conquistato quelle terre. Gli Accordi di Oslo e la nascita dell’Autorità nazionale palestinese sono stati infatti voluti e firmati dal premier Yitzhak Rabin, il generale che pianificò la strategia della Guerra dei Sei Giorni, poi applicata da Moshe Dayan. Il ritiro completo dalla Striscia di Gaza nel 2005 fu invece deciso dal premier Ariel Sharon, il vincitore della guerra del 1973 contro l’Egitto.

La destra israeliana, infatti, ha una storia secolare e nasce nel 1923 con la rottura tra Vladimir Jabotinsky da una parte e Chaim Weizmann e David Ben Gurion dall’altra, perché il primo rifiutava il laburismo dei due leader sionisti e soprattutto l’ipotesi della bipartizione, dei due Stati, che gli altri due accettavano per realpolitik. Jabotinsky auspicava invece un solo Grande Israele, Eretz Israel, di qua e di là dal Giordano, comprendente Cisgiordania, Gaza e perfino parte dell’attuale Giordania.

Il tutto – questa è la differenza fondamentale con la destra israeliana di oggi – dentro una concezione fortemente liberale e umanistica che garantiva rigidamente “alla componente araba assoluta e totale parità di diritti in tutti i settori della vita pubblica del Paese”. Allievo in Italia di Antonio Labriola ed Enrico Ferri, Jabotinsky è stato infatti sempre un liberale progressista, moderatamente antisocialista, oltre che un grande organizzatore. Sua la Legione ebraica che combatté durante la Prima guerra mondiale, suo il Partito revisionista e sua l’organizzazione giovanile Betar. Soprattutto sua, a partire dal 1931, la loro branca militare, l’Irgun Zvai Leumi.

Quest’ultima, formata al massimo da duemila uomini armati, soprattutto dopo la morte di Jabotinsky nel 1940 si distinse dalla Haganah – l’organizzazione militare del movimento sionista maggioritario – per una strategia terroristica nei confronti degli inglesi, sempre nettamente condannata da David Ben Gurion. L’acme del contrasto tra Haganah e Irgun avvenne nel giugno del 1948 quando l’Irgun, sotto il comando di Menachem Begin, fece arrivare a Tel Aviv la nave Altalena (pseudonimo di Jabotinsky) con un carico di armi donato dal governo francese.

In quei giorni le armi erano vitali per gli israeliani impegnati nella guerra contro gli eserciti arabi. Ma David Ben Gurion e la Haganah non intendevano tollerare che una organizzazione privata violasse il monopolio delle armi che doveva appartenere esclusivamente al governo del neonato Stato di Israele. Dopo una trattativa infruttuosa, Ben Gurion ordinò di bombardare e affondare la nave con il suo carico. Così fu fatto. Menachem Begin, che era a bordo, si salvò a nuoto. L’ordine fu eseguito dal giovane ufficiale Yitzhak Rabin.

Nei giorni successivi, durante la guerra con gli arabi, l’Irgun si rese responsabile di episodi di espulsione violenta e massacri contro i palestinesi, in particolare di quello di Deir Yassin del 9 aprile 1948, nel quale morirono oltre cento palestinesi.

Ma i veri padri politici dell’attuale estrema destra israeliana non vanno ricercati nell’Irgun né tra i seguaci di Menachem Begin, bensì nel gruppo terroristico Lehi, fondato nel 1940 da Avraham Stern, fuoriuscito dall’Irgun e chiamato dagli inglesi “Banda Stern”. L’ideologia suprematista del gruppo, che mirava a “una repubblica ebraica totalitaria”, era talmente estremista da non distinguere tra inglesi e nazisti impegnati nella guerra mondiale. Da qui perfino il tentativo di cercare contatti con il regime nazista nel nome della lotta comune contro la Gran Bretagna.

Tra gli attentati del gruppo Stern – composto da poche decine di militanti e sempre condannato da Ben Gurion – vi furono l’assassinio di Lord Moyne e quello del diplomatico dell’Onu Folke Bernadotte.

Dopo l’indipendenza e fino al 1967, Menachem Begin restò all’opposizione alla guida del partito Herut, continuando a sostenere l’obiettivo di Eretz Israel. Lui e il suo partito subirono però una sostanziale evoluzione politica quando, pochi giorni prima della Guerra dei Sei Giorni, il premier laburista Levi Eshkol gli offrì di entrare nel governo di unità nazionale. Negli anni successivi sia Begin sia il suo partito modificarono inoltre profondamente la propria base elettorale, inizialmente circoscritta agli ebrei ashkenaziti di origine centroeuropea.

I decenni di governo avevano infatti sclerotizzato il partito laburista, accusato di burocratismo e corruzione e incapace di rappresentare gli strati popolari più disagiati: gli ebrei sefarditi provenienti dai Paesi arabi e quelli arrivati dall’Unione Sovietica. Con la vittoria del Likud nelle elezioni del 1977 iniziò così un lungo predominio della destra israeliana, interrotto solo da brevi parentesi laburiste.

È in questa fase che il Likud, contrario agli Accordi di Oslo del 1993 con Yasser Arafat, combatté una durissima battaglia alla sua destra contro il partito Kach fondato dall’ebreo americano Meir Kahane, un movimento nato nel clima degli scontri interrazziali di New York.

Eletto deputato alla Knesset nel 1984, Kahane basava la propria predicazione su un odio razziale esplicito nei confronti degli arabi, su una militanza violenta dei suoi seguaci e su una “teologia della vendetta” contro arabi e non ebrei, sempre con l’obiettivo di conquistare Eretz Israel ed espellere gli arabi dal territorio. Il suo slogan era: «La violenza ebraica in difesa dell’interesse ebraico non è mai un male».

La reazione del Likud alla sfida della sua estrema destra fu netta: sostenne l’introduzione di un emendamento nella Legge fondamentale che vietava la partecipazione elettorale ai partiti coinvolti nell’incitamento al razzismo. Di fatto, il movimento Kach fu escluso dalla vita politica israeliana. Kahane morì poi a New York nel 1990, assassinato da un militante jihadista legato ai futuri ambienti di al-Qaeda.

Quattro anni dopo il suo assassinio, un suo seguace, Baruch Goldstein, entrò nella Grotta dei Patriarchi a Hebron e massacrò ventinove palestinesi riuniti in preghiera. Il governo israeliano mise allora fuori legge le organizzazioni nate dall’esperienza di Kach.

Negli anni successivi l’estrema destra israeliana rimase marginale e politicamente irrilevante, fino a quando Benjamin Netanyahu non decise nel 2022 di rompere con la tradizione dello stesso Likud e costruire un’alleanza organica con due partiti direttamente riconducibili all’area politica di Meir Kahane, guidati da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.

Una rottura motivata essenzialmente da ragioni elettorali. Il meccanismo dell’alleanza portò infatti un grande vantaggio nella raccolta dei voti e nella distribuzione dei seggi. Soprattutto, la legittimazione dell’estrema destra spinse molti elettori conservatori, fino ad allora frenati dal timore di disperdere il voto, a sostenere le formazioni estremiste, che arrivarono così a conquistare quattordici seggi.

Essendo la maggioranza alla Knesset fissata a sessantuno seggi, Ben-Gvir e Smotrich si sono così visti riconoscere da Netanyahu un potere di veto decisivo sull’esecutivo israeliano. Ben-Gvir, questo è il punto, è stato dirigente giovanile del partito di Kahane, gli fu impedito il servizio militare, pochi giorni prima dell’assassinio di Yitzhak Rabin aveva pronunciato minacce nei suoi confronti, teneva in casa un poster di Baruch Goldstein e ha sempre rivendicato di seguire gli insegnamenti suprematisti di Meir Kahane.

Gli errori della guerra di Gaza che oggi offuscano sul piano internazionale il pieno diritto di Israele di combattere Hamas derivano anche da questa alleanza tra Netanyahu e l’estrema destra radicale. Un’alleanza che sta modificando profondamente la natura stessa del Likud, sempre più distante dalla tradizione revisionista fondata da Vladimir Jabotinsky. Tanto che si è arrivati al punto che Nissim Vaturi, vicepresidente della Knesset ed esponente del Likud, ha elogiato pubblicamente Meir Kahane, deplorando la sua espulsione dalla vita politica israeliana e affermando: «Oggi riceverebbe il Premio Israele».

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