La siccità avanza rapida al nord, la portata del Po è calata di due terzi in meno di un mese

26 Giugno 2026 - 16:24
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La siccità avanza rapida al nord, la portata del Po è calata di due terzi in meno di un mese

Mentre l’ondata di calore persiste lungo tutta la Penisola, al Nord torna a peggiorare rapidamente il quadro della disponibilità idrica. A Pontelagoscuro, nel Ferrarese, la portata del Po è scesa a 298,42 metri cubi al secondo, dopo che appena nella prima settimana del mese superava i mille metri cubi al secondo.

Un calo repentino, che ha già riportato il grande fiume sotto la soglia critica di 450 metri cubi al secondo, indicata come limite per assicurare la piena efficacia delle due barriere antisale sui rami del Po di Tolle e del Po di Donzella. Nel suo ultimo aggiornamento, l’associazione nazionale che riunisce i Consorzi di bonifica (Anbi) segnala che la media dei flussi a Pontelagoscuro è rimasta al di sotto di 330 metri cubi al secondo, favorendo la risalita dell’acqua marina nell’entroterra.

Il cuneo salino ha raggiunto l’incile del Po di Gnocca, a circa 20 chilometri dal mare, rendendo impossibile l’irrigazione nei territori di Porto Tolle e nell’isola di Ariano, a sud di Ca’ Vendramin. E il margine di sicurezza resta ristretto: se la portata dovesse scendere sotto i 250 metri cubi al secondo, l’ingressione salina potrebbe avanzare fino a una trentina di chilometri dalla costa.

Il problema non riguarda soltanto l’agricoltura del Delta, ma restituisce l’immagine di una crisi climatica che si traduce in pressioni sempre più pesanti sulle economie territoriali. «Sono esempi di una tendenza climatica che, stanti gli attuali “trends”, comporterà una perdita fino al 5% del Prodotto interno lordo dell'Italia al 2040 – ricorda Francesco Vincenzi, presidente di Anbi – Con un possibile aumento di 3 gradi nella temperatura si avrà un calo del 20% nelle rese agricole e del 10% nelle attività ittiche».

Il paradosso di queste settimane è che le temperature anomale, salite anche alle quote più elevate delle Alpi, stanno temporaneamente sostenendo il bilancio idrico dei fiumi settentrionali attraverso la fusione della neve e del ghiaccio residuo, insieme ai contributi di rovesci intensi e grandinate localizzate. In Valle d’Aosta lo zero termico oscilla tra 4.300 e 4.800 metri, condizioni che aggravano il deterioramento dei ghiacciai alpini, come il Bossons nella valle di Chamonix.

Un aiuto momentaneo, però, destinato a esaurirsi. Una volta terminati i contributi nivali e in assenza di precipitazioni consistenti, avverte Anbi, i corsi d’acqua settentrionali rischiano un nuovo tracollo delle portate. Il caldo estremo, dunque, non si limita ad aumentare l’evapotraspirazione e la domanda d’acqua: altera anche le riserve che alimentano fiumi, agricoltura, ecosistemi e comunità.

Le conseguenze investono anche il turismo. «È opportuno ricordare che, a fronte di un aumento di 2 gradi nella temperatura, si avrà un calo del 15% nelle presenze turistiche straniere e dell'8% in quelle nazionali – aggiunge Massimo Gargano, direttore generale di Anbi – Con un incremento di 4 gradi sparirà l'80% delle stazioni sciistiche».

Eppure il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle. Per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare; volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).

Non va meglio sul fronte della mitigazione della crisi climatica in corso, che richiede il rapido abbandono dei combustibili fossili per puntare su efficienza energetica e fonti rinnovabili. Per essere sicuri di centrare i target servirebbe accelerare sensibilmente, e a guadagnarci sarebbe non solo l'ambiente ma anche il portafogli, in quanto colmare il gap al 2030 significherebbe risparmiare 17 miliardi di euro (tra minori costi energetici, importazioni di gas naturale ed emissioni) e creare 60mila posti di lavoro.

Legambiente stima la necessità di oltre +11 GW di nuova potenza installata l’anno, Energy square +15 GW, mentre la filiera industriale di settore si dichiara pronta a traguardare fino a +20 GW l’anno, eppure nell’ultimo anno le installazioni si sono fermate a +7,2 GW. A frenare sono la disinformazione che limita l’accettabilità sociale dei nuovi impianti, il continuo caos normativo e la lentezza degli iter autorizzativi, che in Italia durano fino a 6 anni per il fotovoltaico e 7-8 anni per l’eolico (con numerosi casi che superano ulteriormente queste soglie); a fronte di tempi medi di 12-24 mesi in molti Stati Ue, i tempi italiani sono dunque di gran lunga fuori dai limiti fissati dalla direttiva Red III. Puntuali interventi normativi – ad esempio sul Testo unico sulle rinnovabili (D. Lgs. 190/2024) – basterebbero ad alleviare il problema.

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