La Signora di Yodo, e il volto inquieto del potere al femminile

Le protagoniste dei racconti non rimangono cristallizzate nel proprio tempo, ma trasmigrano agilmente da un’epoca all’altra, reincarnandosi talvolta in personaggi teatrali, altre in eroine manga, o icone televisive. L’incrocio di fonti antiche e moderne, classiche e pop, permette di giungere al cuore del mito, superando i generi e restituendo ai lettori un immaginario dinamico della cultura giapponese.
Il castello di Osaka.
Maestoso ed elegante: cosí ci appariva il castello di Osaka mentre lo ammiravamo perfettamente ritagliato dal riquadro della finestra della camera d’albergo. Anche vagamente inquietante, forse perché in quella direzione ci spingeva il pensiero che del maestoso edificio era stata per alcuni anni padrona la Signora di Yodo, un personaggio tanto affascinante quanto controverso. Questa donna impetuosa e superba è infatti entrata nella storia nelle vesti della piú fiera oppositrice del potere Tokugawa e per questa colpa è stata condannata a esibire di fronte ai posteri l’etichetta di akujo, «donna malvagia», etichetta peraltro attribuita con generosità a molti personaggi femminili della cultura giapponese.
Condanna ingiusta? Certo per cogliere fino in fondo il gusto amaro e l’acre pregiudizio di negatività che quel termine – akujo – diffonde, avrebbe aiutato un ben diverso e certo non auspicabile scenario: quel castello in preda alle fiamme, trasformato anche per scelta della sua padrona nel campo di battaglia dello scontro decisivo che, nell’estate del 1615, pose termine alla guerra tra i signori feudali che si contendevano il Giappone. E, dentro il castello, Chacha – questo il nome, per cosí dire privato, della Signora di Yodo, – sconfitta, si uccideva tra le fiamme, dopo aver indotto il figlio a fare altrettanto.
Muri candidi, fregi dorati, tetti dagli armoniosi profili si mostravano ai nostri occhi per ciò che oggi sono diventati: un elemento di arredo urbano al centro di un parco contrassegnato dalla rettilinea sequenza di bastioni possenti e larghi fossati. E intorno ai fossati i ciliegi, le aiuole, le panchine e tutto quanto serve per il migliore degli hanami, naturalmente quando la stagione lo consente. Ancora piú oltre, lo skyline fatto di grattacieli, quelli di Osaka che a noi, abituati a certe futuristiche strade di Tokyo, appaiono un po’ sottotono, ma che ugualmente rappresentano la modernità prestata a fare da quinta all’antico, nobile simbolo della città, rinato dalle sue ceneri novant’anni fa.
Dell’edificio che oggi si identifica con il castello, in realtà soltanto il tenshu, il torrione centrale, è stato ricostruito, nelle linee architettoniche esterne, esattamente com’era. Visto da lontano non ci si accorge – e in fondo non ha molta importanza – che sia di cemento e non di legno come quello originale che risale al XVI secolo. Né si può capire che i cinque piani di cui si fregia all’esterno, ben delineati dai tetti verdi, sono in realtà otto all’interno, perché l’interno è un museo, concepito per cantare le lodi di Toyotomi Hideyoshi, che fondò il castello sulle rovine di un monastero-fortezza, l’Ishiyama Honganji, abitato da monaci guerrieri piú propensi ad appoggiare le lotte contadine che a schierarsi con l’aristocrazia guerriera. Di Chacha non c’è traccia, forse perché la sua presenza disturba la banale ufficialità storica che tende a esaltare la contiguità tra i «tre grandi unificatori del Giappone» e in particolare gli ultimi due, Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu.
All’ingresso del museo è collocata l’imponente effigie in legno dorato del leggendario animale col corpo di carpa e la testa di leone che un tempo, dal punto più alto del castello, guardava la città e da essa si faceva ammirare e temere. Facile pensare che a Chacha piacesse quell’animale, perché anche lei amava essere temuta, usando tutte le armi a sua disposizione, materiali o psicologiche, a partire dal fatto che, se era solo una delle tante consorti «secondarie» di Hideyoshi, era l’unica ad avergli saputo dare un erede maschio.
Una scena della serie tv storica trasmessa dall’emittente di stato giapponese nel 2023, Dō suru Ieyasu (Cosa fare Ieyasu?), è emblematica del suo comportamento e del suo carattere oltre che del suo rapporto con gli ultimi due «unificatori» del paese. Nella scena Ieyasu, il futuro shōgun e nemico di Chacha, è ancora giovane e si trova al cospetto di Hideyoshi, di cui è per metà alleato e per metà vassallo. Hideyoshi gli sta mostrando un nuovo tipo di fucile utile per gli imminenti combattimenti. Entra all’improvviso lei, altera ed elegante, passo rapido e gesti risoluti malgrado il ricchissimo kimono ne appesantisca i movimenti e la figura. Prende il fucile dal le mani di Hideyoshi e lo punta verso Ieyasu che, immobile, si mostra sbalordito e incapace di reagire. La donna, mentre Hideyoshi la lascia fare, guarda Ieyasu negli occhi per qualche secondo. Sembra davvero voler premere il grilletto. Poi imita con la voce il suono di uno sparo e scoppia in una risata che suona di scherno, come a voler dire che è lei ad avere in pugno la situazione. E in quella risata la sua bellezza si offusca, per un attimo il suo volto si deforma, come se venisse coperto da una maschera in cui sono rappresentati tutti i sentimenti piú negativi, la rabbia, l’odio, la sete di potere. Difetti perdonabili nella parte maschile dell’universo e di cui certo non sono esenti i due guerrieri che appaiono nella scena, e che tuttavia sono ancora oggi ricordati con rispetto. Ma sono difetti che, se compaiono in una donna, la trasformano senza scampo in una «donna malvagia» sulla base del conformismo imposto dal potere patriarcale grazie sia a una codificazione del passato offerta al popolo senza molto senso critico e spesso con riferimenti ai piú banali pregiudizi di genere, sia a una produzione di opere teatrali e di libri illustrati ad uso dei ceti borghesi che nel periodo di Edo hanno creato narrazioni completamente slegate dalla realtà dei fatti.
Chacha comunque non è una akujo tra le tante. È ricordata come una delle tre grandi «malvagie» che la classificazione ternaria tanto cara ai giapponesi ha identificato lungo la storia del paese. È solitamente affiancata, infatti, a Hōjō Masako (1157-1225), consorte del primo shōgun Minamoto no Yoritomo, e a Hino Tomiko (1440-1496), moglie di un altro shōgun, della dinastia degli Ashikaga. Chacha completa e chiude cronologicamente il trio, divenendo, come le sue due «colleghe», un simbolo di come da tempi cosí nefasti non potessero non scaturire donne altrettanto nefaste. Chacha trascorre infatti gli anni della giovinezza, che ne temprano il carattere, durante l’era Tenshō (1573-92), segnata da uno scontro senza quartiere tra le principali famiglie della nobiltà guerriera di cui lei è vittima. Se riesce a ritagliarsi, divenuta adulta, spazi di libertà che le consentono di decidere della sua esistenza, è grazie a un’oscura energia che però finirà col divorare ogni sentimento che non sia la smania di prevalere sulle altre consorti di Hideyoshi, quelle secondarie non meno che la principale; perfino l’amore materno si distorcerà fino a trasformare i figli, come d’altra parte avevano fatto anche le akujo che l’avevano preceduta, in uno strumento di potere, creando i presupposti di una disperata corsa prima verso la solitudine e poi verso la morte.
Chacha era infatti una sokushitsu di Hideyoshi, termine traducibile con concubina ma solo a condizione di non dare a esso alcun carattere dispregiativo. La sokushitsu (letteralmente «stanza accanto») è inquadrata nella famiglia del marito in un contesto di tipo poligamico. È una «consorte secondaria», cioè occupa un gradino gerarchico inferiore rispetto alla seishitsu o seisai, la consorte principale, ma è pur sempre una moglie riconosciuta i cui figli hanno analogo riconoscimento.
Quello di Chacha era stato naturalmente un matrimonio di convenienza, destinato ad assicurare la continuità della famiglia, e Hideyoshi aveva contratto una decina di quelle unioni, inseguendo alleanze e motivazioni del momento. I sentimenti non erano richiesti. Eppure, Chacha ebbe – o finse con particolare abilità di avere – una reale intesa affettiva oltre che sessuale con Hideyoshi: ne sapeva perfino interpretare le segrete intenzioni, come la scena del teledramma sembra suggerire. Al di là della postuma aprioristica condanna sancita dai nemici Tokugawa, è proprio questa intesa, questo legame solido e duraturo, a configurarsi come la piú appariscente prova della sua malvagità, da intendersi in questo caso come coacervo di ipocrisia, arrivismo, mancanza di scrupoli morali e di pietà filiale. Chacha, infatti, sapeva bene che proprio Hideyoshi, l’uomo da cui si sentiva attratta, era il responsabile della morte sia del padre sia della madre sia del fratello.
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