L’arte di disattendere ogni aspettativa, e rivelarsi la persona peggiore del mondo

Avevo incontrato a pranzo Jamie, un mio vecchio fidanzato, con l’idea disperata di mendicargli qualche lavoretto. L’idea era disperata perché Jamie era notoriamente un fallito che si arrangiava con traffici più o meno leciti; aveva già mandato in bancarotta un paio di società, di quelle che creava in Italia e registrava in America, paese di cui – ovviamente – non aveva mai mollato la cittadinanza. Del resto non aveva mai imparato l’italiano, nonostante vivesse a Milano da quando aveva diciannove anni. Ai tempi lavoravo, anzi “collaboravo” con un’agenzia di comunicazione digital, che sarebbe un ufficio in cui si scrivevano i post per le aziende prima che lo facesse l’intelligenza artificiale, e spero che ora siano fallite tutte.
L’agenzia era in zona stazione Centrale a Milano, dove non ci sono bei locali per mangiare, ma ne stavano giusto aprendo un paio per noi lavoratori creativi, di quelli in cui un piatto di pasta costa venti euro. Sono locali più per l’idea dei lavoratori creativi che per i lavoratori effettivi, visto che la maggior parte dei miei colleghi, pur assunti con contratti regolari, mangiava la pasta cotta a casa riscaldata nel microonde comune che puzzava di pesce marcio. Avevo invitato Jamie in uno di questi posti che stanno tra stazione Centrale e Garibaldi, in mezzo a un pezzo di terra cementificata ma non edificata che chiamavano “parchètto”. Jamie è arrivato appesantito da tutti i segni della passata giovinezza working class: i denti neri alla base, quando il nero fa una specie di cornice alla gengiva; tutti i capelli in testa, folti e biondo cenere, ma lo sguardo un po’ spento, un po’ sfuggente, come se avesse fatto uso di droghe anche se, che io sappia, non ne ha mai fatto un uso smodato, non di droghe pesanti. Ho scoperto che l’alcol lascia più segni delle droghe, e più indelebili.
Non vedevo Jamie da molti anni, anche se sicuramente l’avevo visto qualche volta dopo che aveva fatto finta di suicidarsi a causa mia. Si era tagliato i polsi in orizzontale perché ero andata al cinema con un ragazzo che studiava ingegneria al Politecnico. Vi siete baciati? No. Vi siete tenuti per mano? No. Jamie si era comunque tagliato i polsi per il verso sbagliato nella vasca da bagno, dopo avermi lasciato, e aveva chiamato l’ambulanza da solo. Aveva ancora due grandi cicatrici che copriva con dei braccialetti di pelle da sempre-giovane. Ora ha anche dei figli. È l’unico ex con cui sono rimasta in rapporti cordiali, e quindi ora eccoci qui, a mangiare pasta troppo cara in un bar promosso a ristorante. Gli ho chiesto cosa faceva, e mi ha detto che aveva chiuso con l’imprenditoria, adesso era un lavoratore dipendente, l’aveva assunto un’azienda svizzera per curarne i contenuti, ed era a capo di questo e quello. Ah, ho detto io, pensando che quindi nessun lavoretto disperato sarebbe uscito da quel pranzo con la pasta cara. Sai, mi ha detto lui, io non ho capito cos’è successo. A chi, ho chiesto. A te.
Avevi tutto questo potenziale, eri così speciale e intelligente, sembrava che fossi sul punto di fare grandi cose. Poi sei andata a studiare a Cambridge, voglio dire, wow. Poi sei tornata e hai scelto di lavorare in un ufficio, che voglio dire, ok. Poi hai cambiato azienda. Poi hai proprio lasciato il lavoro, perché volevi concentrarti sull’arte. E lì mi sono detto ok, I guess, ha continuato, torna finalmente a fare la cosa che doveva fare. Poi ti sei messa in quella scuola di scrittura, ma non l’hai finita se non sbaglio? E hai pubblicato un libro… ma alla fine… sei qui – ha detto guardandosi intorno e indicando tutto: il parco di ghiaia, il grattacielo che voleva sembrare New York, noi due a quel tavolo a fare questa specie di mercimonio, pasta cara per lavoretti piccoli e pagati male. Mi è venuto in mente che i lavori di Jamie sono sempre una fregatura, una cosa che ti ci metti ad aprile e finiscono a settembre e non vedi i soldi fino a gennaio dell’anno dopo, e passano per tutta una serie di melodrammi, inghippi, intoppi, difficoltà, ed è vero che la maggior parte dei lavori sono così, ma insomma. Insomma, alla fine ti sei un po’ persa, mi ha detto Jamie, e sei persa da tanti anni, sei cresciuta e non sei riuscita a fare tutte quelle cose che pareva dovessi fare.
Abbiamo finito di mangiare la pasta carissima e ci siamo salutati cordialmente. Sono tornata nell’ufficio con l’arredamento fosforescente dell’agenzia di comunicazione e ho cominciato a scrivere sui post-it diverse combinazioni delle stesse quattro parole, per creare un concept creativo che avrei fatto vedere a una manager cinque anni più giovane di me che mi chiamava “la ragazza dei copy”.
Quel lavoro precario e part time in agenzia era il punto di arrivo di una traiettoria discendente di un progetto che era iniziato, come tutti i miei progetti, con tanto potenziale e ottime speranze. Dopo la laurea avevo infatti trovato un lavoro vero, uno di quelli con le ferie e lo stipendio invece delle fatture da collaboratrice. Poi però ero arrivata a un punto in cui avevo dovuto fuggire, come sempre mi capitava con situazioni, persone, luoghi e anche lavori.

Tratto da “La persona peggiore”, di Raffaella Silvestri, Mondadori, 2026, 19€, 192 pagine
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