Serve un piano sull’intelligenza artificiale, ma Trump e Xi non ce l’hanno

18 Settembre 2026 - 06:30
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Serve un piano sull’intelligenza artificiale, ma Trump e Xi non ce l’hanno

Non è tempo di ottimismo. Chi spera che il 24 settembre Xi Jinping plani su Washington e si apparecchi al tavolo con Donald Trump per una prima, embrionale intesa sul futuro dell’intelligenza artificiale, rimarrà con buona probabilità deluso. Troppi gli interessi in gioco, le diffidenze tra le due potenze e, forse, anche troppo presto rispetto a uno scenario in continuo mutamento. 

I ripetuti allarmi su una tecnologia che rischia di sfuggire al controllo umano e, addirittura, di portare a una minaccia esistenziale entro i prossimi dieci anni, hanno sensibilizzato i governi e le opinioni pubbliche occidentali, e anche in Cina, al contrario di quanto i luoghi comuni potrebbero far supporre, il dibattito è acceso nella comunità scientifica. Andrew Yao, l’unico premio Turing cinese, non si tira indietro nell’apporre la sua firma agli appelli sulla sicurezza dell’IA e lo stesso XI lo scorso luglio a Shanghai ha parlato della necessità di «rendere la supervisione e la sua governance precise ed efficaci».  

Il problema, però, è che la Cina non si fida degli Stati Uniti e delle sue start-up allo stesso modo, se non di più, degli americani nei confronti dei cinesi, e per questa ragione corre a perdifiato nel tentativo di ridurre lo svantaggio tecnologico con ogni mezzo, soprattutto quelli che conosce meglio: la cosiddetta distillazione, che poi sarebbe l’antica pratica del copiare. Il quotidiano Global Times (in pratica, la voce del governo) all’indomani della pubblicazione del saggio con cui Dario Amodei, il ceo di Anthropic, ha proposto di rallentare lo sviluppo dei modelli di frontiera, ha definito il tutto come una forma «di guerra fredda silenziosa», con l’unico obiettivo di «contenere lo sviluppo dell’IA cinese attraverso barriere tecnologiche e monopoli normativi», mentre il ministro della Sicurezza di Stato, Chen Yixin, ha parlato di «forze ostili», ipotizzando «guerre cognitive contro la Cina» in grado di minacciare «la nostra sicurezza politica, istituzionale e ideologica».

Ecco perché gli analisti sono rimasti scettici quando il segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato di essere aperto a discutere con la Cina, questo fine settimana, dei «rischi condivisi» sull’IA e che i colloqui avrebbero riguardato «sia i modelli di ponderazione aperti che quelli chiusi». La verità è che non ci si aspetta nulla di più di dichiarazioni di generica preoccupazione, al massimo l’impegno a scambiarsi informazioni con più assiduità. 

Nella visita di Trump a Pechino dello scorso maggio, le due parti concordarono di riavviare il dialogo, ma da allora nulla o quasi è avvenuto, l’obiettivo di costituire un gruppo di lavoro congiunto è fallito, e solo al fotofinish la discussione sull’intelligenza artificiale è stata inserita nell’agenda dei colloqui preparatori previsti a New York tra Bessent, appunto, e il vice primo ministro cinese He Lifeng. «In passato, acerrimi rivali si sono uniti per contrastare le minacce all’umanità» ha scritto l’Economist, tradendo un certo pessimismo sulla possibilità che gli appelli giunti da parte della comunità scientifica vengano raccolti, anche perché far rispettare accordi che limitino lo sviluppo dell’intelligenza artificiale agentica «potrebbe rivelarsi più difficile che monitorare, per esempio, gli arsenali nucleari». 

La situazione geopolitica, inoltre, non è delle più favorevoli, vista la convinzione di Trump che il primato nell’IA sia necessario per mantenere anche quello politico ed economico («Chi vince nell’IA vince tutto»). All’appuntamento, d’altronde, non si è arrivati nel modo migliore: a inizio settembre Fbi e Nsa hanno ufficialmente accusato sei laboratori cinesi di aver compiute campagne di distillazione sistematiche ai danni dei concorrenti americani, e anche Anthropic poco dopo ha denunciato il tentativo di Moonshot e DeepSeek di estrarre dati dai suoi modelli Claude. Fino alla proposta di Amodei di rallentamento dell’IA, che però prevede anche il blocco della vendita alla Cina di chip ad alte prestazioni e di apparecchiature, la repressione della distillazione «da parte di aziende nei Paesi autoritari» e dell’accesso remoto ai data center, con lo scopo di rallentare «a sufficienza i progressi della Cina» e ampliare «il vantaggio americano nei prossimi 3-5 anni». 

Non mancano le proposte su come regolamentare e rendere sicura l’intelligenza artificiale nei prossimi anni, dunque, ma manca la volontà reale dei governi di accelerare verso un’intesa. I due Paesi rimangono «intrappolati in una dinamica di ambiguità strategica caratterizzata da infiniti cicli di diplomazia punitiva: ciascuno sfrutta il proprio controllo sulle catene di approvvigionamento critiche per fare pressione sull’altro» ha scritto Orville Schell, direttore del Centro per le relazioni Usa-Cina dell’Asia Society. Ma con una differenza di fondo che non può essere ignorata. In Cina è il Partito a prendere le decisioni, può anche esserci un dibattito sui pericoli della futura superintelligenza, ma poi è dall’alto che si pongono i limiti, che si stabiliscono le strategie, che si decise di spingere sui modelli open source o sulla diffusione dei robot umanoidi (secondo Morgan Stanley saranno quattrocentocinquantamila entro il 2030). Negli Stati Uniti sono le aziende a condurre le danze, a proporre soluzioni e a dover fare i conti con un’opinione pubblica sempre più preoccupata dalla perdita di posti di lavoro o dal proliferare dei data center, mentre il tema dell’intelligenza artificiale ogni giorno più diventa centrale nello scontro tra repubblicani e democratici.

Alla vigilia dell’incontro tra Trump e Xi, così, la speranza migliore è che i due leader programmino un nuovo incontro a novembre o dicembre. «Il punto di partenza più promettente non è un accordo globale sull’IA, ma un’agenda più circoscritta» ha detto Sun Chenghao dell’Università Tsinghua di Pechino interpellato dall’Economist. Magari cominciando proprio dai timori comuni che sono quelli sui sempre più frequenti casi di agenti che eludono il controllo umano o compiono azioni di vero e proprio hackeraggio. Appena ieri OpenAI ha denunciato sei nuovi casi di comportamenti imprevisti dei suoi modelli. L’unica certezza è che, come ha Bill Gates a fine agosto, il mondo ha bisogno di un piano.

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