Le nuove forme del dissenso iraniano quattro anni dopo la morte di Mahsa Amini

16 Settembre 2026 - 06:50
0
Le nuove forme del dissenso iraniano quattro anni dopo la morte di Mahsa Amini

Iran proteste

«Sono molto felice, perché se non fossi felice, mi giustizierebbero». In uno dei video che stanno circolando sui social in questi giorni, una donna iraniana mostra davanti alla telecamera poche uova, alcuni pomodori, cipolle e patate. Spiega che ormai non può più comprare la verdura al chilo, ma soltanto pochi pezzi alla volta. Poi sorride, ringrazia le autorità e dice di essere felice. Poi improvvisa un balletto.

È una scena inaspettata, un po’ assurda. Dice qualcosa sull’Iran di oggi. Centinaia di video stanno replicando lo stesso format: uomini e donne mostrano quanto costa la spesa, raccontano salari che non bastano, bollette, debiti, il rial in caduta libera, e poi dicono comuqnue di essere soddisfatti perché altrimenti potrebbero essere chiamati «rivoltosi», «traditori», «mercenari» o agenti stranieri. E ballano, tutti ballano. È la nuova grammatica del dissenso. Dire «sono felice» mentre mostri una spesa che non puoi più permetterti è un modo per ribaltare le pretese del regime, un linguaggio di plastica, strumentalizzato fino a svuotarlo di senso, come quando si ripete una parola troppe volte e questa diventa solo un suono privo di significato.

Quattro anni fa moriva Mahsa Jina Amini, la ragazza curda uccisa a Teheran dalla polizia morale per il modo in cui indossava il velo. Oggi sono quattro anni di proteste al grido di «Donna, Vita, Libertà». Sono quattro anni repressione violenta da parte del regime.

Le proteste si sono evolute, sono cambiate e diventate meno accese. La Repubblica islamica è ancora in piedi, ma il rapporto tra il potere e una parte della società iraniana si è trasformato. Lo dimostra anche il modo in cui i dissidenti usano i simboli. A gennaio, nella città di Abdanan, alcuni manifestanti hanno gettato il riso per terra in un momento di forte crisi economica: un alimento diventato troppo costoso trasformato in una protesta che non riguardava più soltanto il prezzo del cibo. Dopo i morti delle repressioni, alcune famiglie hanno trasformato i funerali in luoghi di dissenso, sostituendo la ritualità religiosa ufficiale con musica, balli e poesie. E ora arrivano i video della spesa, in cui il linguaggio del regime viene recitato come una maschera.

La reazione del regime è stata alzare il prezzo della disobbedienza. Dall’inizio del 2026 sono state registrate almeno 1.001 esecuzioni della pena capitale in Iran, secondo il conteggio disponibile al 15 settembre, e il numero reale potrebbe essere ancora più alto a causa delle restrizioni alla circolazione delle informazioni. Dentro questa cifra, Human Rights Watch e l’Abdorrahman Boroumand Center hanno documentato i risvolti di una campagna politica: tra il 18 marzo e la fine di agosto almeno cinquantanove uomini sono stati giustiziati dopo essere stati condannati per accuse politicamente motivate e vaghe legate alla sicurezza nazionale. Almeno ventinove erano stati arrestati durante le proteste dell’inverno 2025/26 e almeno tre durante quelle del 2022.

La repressione, secondo il report, passa attraverso procedimenti sommari, assenza di una difesa effettiva per le vittime e confessioni ottenute sotto tortura. I ricercatori documentano percosse, scosse elettriche, finte esecuzioni, isolamento, minacce di stupro e minacce contro i familiari. In diversi casi, dall’arresto all’esecuzione passano poche settimane.

In Italia si è parlato, anche se brevemente, del caso delle gemelle Romina e Taraneh Rahimi. Hanno diciannove anni e sono tra le sedici persone processate a Isfahan nel cosiddetto caso di Shohada Square. Le autorità hanno accusato tutte queste persone di essere coinvolte nella morte di membri delle forze di sicurezza, ma nessuno dei sedici è stato formalmente incriminato per omicidio. Poi il 30 agosto scorso il tribunale rivoluzionario ha condannato a morte dieci di loro, tra cui Taraneh.

La guerra con Israele e Stati Uniti ha complicato ulteriormente questo equilibrio. Il regime ha potuto intensificare l’uso del linguaggio della sicurezza nazionale e con una legge del 2025 contro lo spionaggio ha ampliato le fattispecie punibili. Legge che oggi viene brandita anche contro manifestanti accusati di collaborazione con «Stati ostili»: almeno otto delle persone giustiziate nelle proteste recenti sono state condannate sulla base di quella normativa.

È anche per questo che il quarto anniversario di Mahsa Amini arriva in un momento particolare. In Kurdistan, la regione da cui proveniva la ventiduenne uccisa nel 2022, un’alleanza di sei forze politiche curde iraniane ha convocato per oggi uno sciopero generale, chiedendo a negozianti e lavoratori di chiudere attività e luoghi di lavoro. Le organizzazioni lo presentano come una forma di mobilitazione civile contro la repressione e la crisi economica.

Il regime, del resto, conosce già la forza simbolica di questa giornata: nel 2023, nel primo anniversario, in numerose città del Kurdistan le attività commerciali avevano effettivamente aderito a uno sciopero, nonostante le pressioni delle forze di sicurezza.

Anche fuori dall’Iran la battaglia del movimento Donna, Vita, Libertà ha assunto forme diverse. Lo scorso fine settimana a Venezia l’attrice iraniana Laleh Marzban ha vinto il premio Orizzonti per la migliore interpretazione femminile per “Falling House”, diretto da Mohsen Gharaei. Dal palco ha dedicato il riconoscimento alle donne iraniane, dicendo che hanno pagato «il prezzo più alto» anche per la più piccola forma di libertà e che continuano a portare avanti i loro sogni, il loro coraggio e la loro speranza. Il film è stato girato aggirando la censura iraniana e il regista ha raccontato che, per alcune scene senza hijab, sul set rimanevano soltanto lui, Marzban e il direttore della fotografia; a volte i tre fingevano perfino di stare facendo una prova, per evitare che le immagini arrivassero alle autorità.

“Falling House” dice molto anche su come sia cambiata la geografia della protesta. Quattro anni fa la disobbedienza al velo era soprattutto un gesto di strada, quindi rischioso, clandestino. Oggi può diventare anche un gesto pubblico, davanti alle telecamere.

A quattro anni dalla morte Mahsa Amini il regime iraniano controlla ancora lo Stato, la polizia, i tribunali, le carceri. Fa tutto ciò che vuole sulla pelle della sua popolazione. E lo fa nell’impunità totale. Eppure non è riuscita a fermare il dissenso. E nel frattempo la protesta iraniana ha imparato a parlare un’altra lingua, a cambiare forma adattandosi sempre a contesti diversi, come un liquido che si adatta a ogni contenitore.

L'articolo Le nuove forme del dissenso iraniano quattro anni dopo la morte di Mahsa Amini proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User