Le spie sono tornate perché il mondo è più complicato

La coincidenza è quasi perfetta. Oggi torna “Slow Horses”, la serie Apple TV+ che ha trasformato un gruppo di funzionari un po’ sfigati di MI5, il servizio segreto interno britannico, in uno dei racconti di spionaggio più riusciti degli ultimi anni. E proprio mentre arriva la sesta stagione e altre due vengono confermate (la settimana è già stata anche girata), Jack Lowden, River Cartwright nella serie, è tornato tra i nomi più accreditati per diventare il prossimo James Bond. Gary Oldman, che in “Slow Horses” interpreta il suo capo Jackson Lamb, ha detto che la scelta sarebbe già stata fatta e fa il tifo per lui.
Non è soltanto una curiosa sovrapposizione tra due produzioni. È il segnale di qualcosa di più ampio: le spie sono tornate. Il successo di “Slow Horses”, l’attesa per 007 e la quantità di film, serie e romanzi sullo spionaggio arrivano mentre quel mondo è tornato a pesare sulla politica internazionale. Russia, Cina, terrorismo, sabotaggi, cyberattacchi, interferenze: il presente si legge di nuovo anche attraverso il lavoro degli apparati segreti.
«C’è stato un ritorno di interesse per le storie di spionaggio perché l’intelligence è tornata a essere centrale», dice Julian Fisher, ex funzionario governativo britannico, esperto di intelligence e già consulente tecnico per “Slow Horses”. Secondo lui, non siamo più nel mondo ordinato di Est contro Ovest, comunismo contro capitalismo, bene contro male. «Oggi è più interessante la complessità delle minacce che affrontiamo. Il mondo è diventato molto più complesso e le persone cercano un modo per capire che cosa sta succedendo».
È cambiato il mondo che queste storie devono raccontare. Durante la Guerra fredda c’erano due blocchi, confini riconoscibili, amici e avversari più netti. Oggi gli Stati competono e collaborano allo stesso tempo, mentre le minacce arrivano da eserciti, servizi segreti, gruppi terroristici, organizzazioni criminali o campagne di disinformazione.
È anche ciò che rende “Slow Horses” diverso dalle storie classiche del genere. Non mostra un apparato onnipotente, capace di vedere e prevedere tutto, ma istituzioni imperfette: funzionari che sbagliano, informazioni in ritardo, dirigenti con agende proprie, politica invadente e burocrazia quasi pericolosa quanto il nemico.
Jackson Lamb è l’antitesi di James Bond. Uno è sporco, volgare, cinico, inadatto a qualunque istituzione. L’altro è il mito della spia britannica: elegante, autonomo, quasi sempre un passo avanti. Eppure entrambi funzionano perché raccontano la stessa idea: dietro gli eventi visibili esiste un livello nascosto che qualcuno deve capire.
«È parte dell’identità nazionale», dice Fisher. «L’idea che abbiamo un Secret Intelligence Service (cioè MI6) e un Security Service (MI5) potenti, popolati da personaggi molto carismatici, è abbastanza importante per l’identità nazionale». Nella lettura di Fisher, 007 si affianca alla regina Elisabetta II tra le figure che per decenni hanno rappresentato la potenza britannica: monarchia, forze armate, servizi segreti, diplomazia. La morte della regina ha chiuso un’epoca; il ridimensionamento militare e le difficoltà economiche hanno indebolito quella proiezione. Anche per questo la lunga assenza di un nuovo Bond ha lasciato un vuoto. «La ricorrenza dei film di Bond era una parte importante del nostro senso di identità», dice Fisher: un promemoria della capacità britannica di proiettare potere attraverso intelligence e forze speciali.
“Slow Horses” ha riempito quel vuoto in modo diverso. Non ha sostituito Bond: ne ha rovesciato il modello. Dove 007 offre una fantasia di potere, Jackson Lamb mostra frizioni, inefficienze ed errori dell’apparato. Per questo la serie sembra più vicina ai servizi contemporanei.
Il punto è che oggi la credibilità dello spionaggio non passa più dall’eroe infallibile, ma dal modo in cui mostra un mestiere diventato più fragile, esposto e difficile da controllare.
Intanto è cambiato anche il mestiere. La tecnologia ha reso possibile una sorveglianza impensabile pochi decenni fa: comunicazioni, spostamenti, immagini, identità biometriche. Una parte enorme della vita quotidiana produce dati che si possono raccogliere e analizzare. Eppure proprio questa onnipresenza digitale riporta al centro l’elemento umano. «Tutto ciò che è davvero segreto viene portato offline», dice Fisher. «Questo ti obbliga a tornare a quel vecchio concetto di human intelligence per ottenere informazioni». Così tornano attuali tecniche apparentemente antiquate: incontri faccia a faccia, compartimentazione, cellule operative, messaggi attraverso intermediari. Strumenti fuori dal tempo acquistano valore quando ogni dispositivo può lasciare una traccia.
La stessa logica vale per terrorismo e criminalità organizzata. «Tutte le organizzazioni terroristiche hanno adottato strutture che in passato venivano usate anche dai servizi», racconta Fisher. «Cellule, comunicazioni ridotte al minimo e, quando possibile, incontri faccia a faccia».
In questo ambiente si riduce anche la distanza tra servizi e mondo civile. Forse è il cambiamento più interessante raccontato dallo spionaggio contemporaneo. Un giornalista, un imprenditore, un ricercatore, un operatore umanitario o un manager in viaggio può trovarsi in un ambiente di interesse per un servizio straniero. Non significa che tutti siano spie. Significa che il loro mondo è diventato più vicino a quello delle spie.
La narrazione può allora aiutare il pubblico a capire perché questi apparati contino, quali difficoltà incontrino e perché certe minacce non assomiglino a una guerra tradizionale. Ma può anche trasformare capacità operative reali in cliché o rendere più visibili strumenti che i servizi preferirebbero tenere riservati.
La Russia, osserva Fisher, non ha bisogno di lanciare un attacco militare contro un Paese della Nato per minacciarlo. Può colpire infrastrutture critiche, reclutare sabotatori, prendere di mira esponenti politici, manipolare informazioni. Sono attività lontane dalla guerra tradizionale, ma ormai parte della vita quotidiana delle democrazie occidentali.
James Bond raccontava la fantasia di un uomo capace di entrare nel cuore del problema e risolverlo. “Slow Horses” racconta qualcosa di più vicino al presente: persone che cercano di capire il problema prima che sia troppo tardi. Tra 007 e Jackson Lamb c’è una differenza enorme. Ma entrambi partono dalla stessa premessa: dietro ciò che vediamo c’è sempre qualcosa che non riusciamo a vedere.
Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.
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