Les Riceys va oltre lo Champagne

29 Maggio 2026 - 05:38
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Les Riceys va oltre lo Champagne

A Les Riceys il paesaggio cambia tono. Le colline della Côte des Bar non hanno il biancore continuo della Champagne del nord, quella delle grandi maison e delle immense cave di Reims. Qui il terreno si fa più scuro, più cangiante, più borgognone. Il gesso lascia spazio a suoli calcarei e argillosi che trattengono caratteristiche peculiari, finezza ed eleganza del Pinot nero in primis, che cambia voce: nella Côte des Bar rappresenta già l’ottanta per cento del vigneto, ma a Les Riceys arriva al 92 per cento. Un dominio quasi assoluto.

Non è un dettaglio geografico ma una dichiarazione culturale. A metà strada tra Borgogna e Champagne, Les Riceys è una terra di confine che parla entrambe le lingue: quella della tensione e della freschezza dello Champagne, ma anche quella della materia, della trama e del vino fermo.

Il Domaine Alexandre Bonnet nasce dentro questa frizione fertile. La maison ha costruito negli ultimi anni un percorso identitario che parte dalla vigna e arriva al bicchiere attraverso un lavoro parcellare rigoroso. Ogni parcella viene vinificata separatamente, osservata nella sua esposizione, nella risposta climatica, nella maturazione. L’assemblaggio finale cerca l’armonia di queste diverse esposizioni.

Il vino simbolo della maison è uno Champagne interamente da Pinot nero. La base 2021 è sostenuta da un importante cinquanta per cento di vini di riserva, affinati tra i tre e i quattro anni sui lieviti e dosati appena a 5 grammi litro. Un vino che lavora sulla salinità più che sulla larghezza, sulla sapidità che stimola la salivazione e allunga il sorso, potente, senza pesantezza, generoso e teso.

Dietro questa precisione c’è un rapporto diretto con la terra che altrove, nella Champagne industriale del nord, si è spesso diluito. A Les Riceys chi produce vino vive la vigna quotidianamente e non esiste la distanza tra grande maison e conferitore: qui il terreno resta esperienza concreta, fisica, quasi ossessiva di vignaioli di professione.

È lo stesso approccio che guida la produzione del celebre Rosé des Riceys, il vino di macerazione che ha reso famoso il villaggio nei secoli. Un rosato scuro, gastronomico, che nasce da una pratica antica e dà vita non a uno Champagne rosé, ma a un vero “vin de couleur”, il vino che storicamente si è sempre fatto da queste parti.

La lavorazione conserva qualcosa di rituale, con i grappoli interi che affrontano una macerazione semicarbonica di tre giorni. Circa il venti per cento delle uve viene ancora pigiato con i piedi, gesto che per lo chef de cave rappresenta la prima lettura sensoriale dell’annata. Dopo circa il settantacinque per cento di pressatura si separano mosto fiore e vino di pressa, poi arrivano legno, acciaio, assemblaggio e almeno due anni di cantina. Il risultato è un vino che sta a metà tra delicatezza e struttura, capace di evocare piccoli frutti, agrumi sanguigni, spezie leggere e una trama quasi tattile.

La storia recente di Les Riceys racconta anche una rivincita economica. Quando nel 1927 il territorio entrò ufficialmente nella denominazione Champagne, il cambiamento fu radicale. Fino agli anni Sessanta e Settanta questa era ancora una zona povera, marginale, lontana dai fasti della Champagne celebrata nel mondo. Lo Champagne portò reddito e visibilità, ma il rischio era perdere l’identità agricola originaria. Oggi il lavoro di produttori come Alexandre Bonnet sembra muoversi nella direzione opposta: usare il successo dello Champagne per recuperare radici e biodiversità.

Non a caso il Domaine ha dedicato circa l’otto per cento delle superfici a una vera e propria “biblioteca” di vitigni storici della Champagne: sette varietà coltivate in sette parcelle sperimentali, pensate come laboratorio a cielo aperto che non vuole essere un esercizio nostalgico, ma uno studio sul futuro. L’idea è capire come vitigni quasi dimenticati possano reagire in un contesto climatico completamente diverso rispetto a quello per cui erano stati selezionati secoli fa.

In fondo, Les Riceys sembra vivere proprio di questo equilibrio sottile tra memoria e adattamento. Una Champagne laterale, meno monumentale e più agricola, dove il vino continua a nascere dalla relazione diretta tra chi coltiva e ciò che cresce. Dove la vigna rimane ancora il principio di tutto.

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