L’Europa vara il suo Articolo 4 per rispondere alle minacce ibride

Un drone entra nello spazio aereo di un Paese europeo, un’infrastruttura viene sabotata, una rete informatica paralizzata. Non è ancora un attacco armato, ma non è più nemmeno qualcosa che un singolo governo possa gestire da solo. È in questa zona grigia, sempre più affollata, che Bruxelles vuole cambiare le regole: un meccanismo europeo per reagire insieme alle minacce ibride prima che diventino una crisi militare.
La proposta è stata annunciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato ieri – e nello stesso giorno il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati membri una risposta più ferma davanti alle minacce ibride e approvato un pacchetto di misure per rafforzare la capacità di reazione europea. Si chiamerà Emergency Security Protocol e la presidente della Commissione l’ha definita, senza troppi giri di parole, «l’Articolo 4 dell’Europa». Il riferimento è al meccanismo Nato che permette a un alleato di chiedere consultazioni quando ritiene minacciata la propria sicurezza.
La differenza è nella soglia. Il nuovo protocollo europeo dovrebbe intervenire proprio quando un episodio non arriva a configurare un’aggressione armata, ma è abbastanza grave da mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Se uno Stato membro lo attivasse, tutti gli altri sarebbero chiamati a riunirsi per coordinare una risposta, dissuadere ulteriori azioni e limitarne le conseguenze.
È una risposta alla serie di incidenti che negli ultimi mesi hanno reso sempre più difficile distinguere tra pace e guerra in Europa. Germania, Danimarca e Polonia hanno denunciato incursioni di droni, sabotaggi, incendi, attività di sorveglianza e altri episodi attribuiti alla Russia. In Lituania, all’inizio della settimana, caccia italiani impegnati nella missione Nato hanno abbattuto un drone entrato nello spazio aereo del Paese. Secondo le prime ricostruzioni, il velivolo sarebbe arrivato dalla Bielorussia.
«L’Europa ha bisogno di un proprio counter-hybrid playbook», ha detto von der Leyen facendo riferimento ai falliti attentati di Lipsia attribuiti dal governo tedesco all’intelligence russa. Il problema che Bruxelles prova ad affrontare è proprio questo: oggi l’Europa dispone di strumenti diversi per reagire a singoli incidenti, ma non di una procedura politica condivisa che faccia scattare rapidamente una consultazione tra i 27 quando un attacco resta sotto la soglia della guerra. Il nuovo meccanismo dovrebbe servire anche ad accelerare lo scambio di informazioni su sabotaggi, cyberattacchi e droni.
Ma quanto potrà incidere davvero? Per Marta Prochwicz, policy fellow e deputy head dell’ufficio di Varsavia dell’European Council on Foreign Relations, «l’Europa ha già molti luoghi in cui parlare. Quello che manca è un modo per far pagare alla Russia il costo delle sue azioni. Il problema non è convocare riunioni, ma la volontà di agire».
L’iniziativa si inserisce in un progetto più ampio di revisione della politica di sicurezza europea. Von der Leyen ha annunciato anche l’intenzione di trasformare in realtà un European Security Council, un formato per riunire i leader europei insieme a partner come Regno Unito, Canada, Norvegia e Ucraina. L’idea non è nuova: circola da decenni ed è stata rilanciata più volte, senza però riuscire a superare le resistenze degli Stati membri e il problema della possibile sovrapposizione con la Nato. Per Prochwicz, può essere «un passo nella giusta direzione», perché avvicinerebbe all’Ue Paesi extraeuropei importanti per la sicurezza del continente. Ma, se resterà «un luogo di discussione», senza una maggiore cooperazione nell’industria della difesa, programmi comuni e addestramento congiunto, «non renderà l’Europa più sicura».
Il terzo fronte è quello delle capacità militari. La Commissione vuole creare un European Instrument for Strategic Enablers per finanziare capacità che oggi rappresentano uno dei principali punti di dipendenza europea dagli Stati Uniti: difesa aerea e antimissile, rifornimento in volo, trasporto strategico, spazio e cyber.
Bruxelles vuole inoltre usare i fondi ancora disponibili nel programma Safe per finanziare nuovi progetti con l’industria della difesa ucraina. Von der Leyen ha citato in particolare Freyja, il progetto europeo per la difesa antimissile al quale partecipano aziende europee e ucraine, definendolo «solo l’inizio».
Il punto, dunque, non è costruire una Nato parallela. È provare a colmare quello spazio sempre più problematico tra la consultazione politica e l’attacco militare. Perché è proprio lì, nella zona grigia fatta di droni, sabotaggi e cyberattacchi, che l’Europa sta scoprendo quanto sia difficile decidere quando una minaccia diventa una minaccia per tutti. E soprattutto quanto sia difficile trasformare la consultazione in una risposta.
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