L’industria del marmo si ritrova a Verona, e il Made in Italy è protagonista

Non è solo una fiera, è l’appuntamento annuale per una vera e propria eccellenza del Made in Italy. Di più, un hub mondiale per la filiera della pietra naturale. Una sorta di “Onu del marmo”, e i numeri in qualche modo confermano: a Marmomac, in programma dal 22 al 25 settembre a Veronafiere, saranno presenti oltre milletrecento espositori da cinquantaquattro Paesi in rappresentanza di tutti i continenti e sono attesi cinquantamila visitatori da centoquaranta diverse nazioni, in gran parte operatori professionali.
Un settore piccolo, con un valore della produzione italiana di cinque miliardi di dollari all’anno, ma radicato, resiliente, leader nel mondo: primo esportatore per tecnologia e secondo per prodotti. Un’eccellenza, appunto. Di quelle che silenziosamente reggono le sorti di un Paese che affronta difficoltà sempre più sistemiche, alle prese con il caro energia, stretto dalla concorrenza di colossi come Cina, India o Brasile. Con un motivo di orgoglio in più per l’edizione ormai alle porte della manifestazione veronese. «Marmomac compie sessant’anni. Un traguardo importante raggiunto nel migliore dei modi: di fatto, siamo ormai la fiera di riferimento per il settore del marmo e della pietra naturale» dice Federico Bricolo, presidente di Veronafiere.
Un punto di riferimento con respiro sempre più internazionale e con una “diramazione” in Brasile, uno dei mercati più importanti, dove Marmomac Brazil è già alla terza edizione, ricorda ancora Bricolo.
Un settore, quello della pietra naturale, che in Italia vanta trecento tipi di varietà lapidee: un ventaglio di offerta che insieme all’eccellenza manifatturiera delle imprese ha trasformato una pratica nata dall’artigianato in un’industria di successo. I dati di Confindustria Marmomacchine lo confermano: 3.200 aziende che danno lavoro a trentaquattromila persone ed esportano per tre miliardi e mezzo di dollari all’anno (dati 2025), pari al settanta per cento dell’intero valore della produzione e un saldo commerciale per quasi tre miliardi.
La fiera nata nel 1940 a Sant’Ambrogio di Valpolicella (allora si chiamava “Mostra del Marmo e delle Macchine”) come espressione del distretto veronese della pietra, oggi è ospitata in dodici padiglioni e otto aree coperte del quartiere fieristico della città di Romeo e Giulietta, occupando oltre ottantamila metri quadrati. Marmomac non si limita all’attività propriamente fieristica, ma organizza incontri di approfondimento, mostre, si apre al mondo del design e nei suoi quattro giorni coinvolge anche la città con una serie di installazioni affidate a progettisti di fama come Ross Lovegrove e Antonio Aricò. La sessantesima edizione vedrà l’esordio del Premio internazionale “Eccellenze sostenibili”, mentre l’apertura sarà affidata alla lectio di Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab del Mit di Boston e una delle figure più riconosciute nel dibattito mondiale su come riprogettare le città per il cambiamento climatico.
Impossibile negare che l’edizione di quest’anno si trova a doversi confrontare con una delle contingenze economiche più difficili dell’ultimo decennio, con l’aggressione russa all’Ucraina che si protrae e la crisi di Hormuz che ha fatto schizzare in alto il costo energetico. Nonostante le difficoltà, però, il settore del marmo e affini italiano regge, anzi registra una crescita e la buona salute della fiera veronese ne è una conferma. Nel primo semestre del 2026 l’export aggregato di materiali e tecnologie ha fatto segnare un aumento del 5,5 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, sfiorando i millesettecento milioni di dollari, mentre nello stesso semestre l’import è calato del cinque per cento.
«Numeri che testimoniano come il nostro comparto rappresenti uno dei settori più dinamici Made in Italy» dice Flavio Marabelli, presidente onorario di Confindustria Marmomacchine. Il mercato delle pietre lavorate deve essere distinto in grezzi e lavorati. Nei primi il sessanta per cento circa viene esportato in Cina e India, ma è nei lavorati che i numeri stupiscono e rendono ottimisti: il mercato statunitense cresce del 7,5 per cento, quello degli Emirati Arabi del venticinque. Nonostante i dazi di Trump (nel primo caso) e la guerra nel Golfo.
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