Dieci anni dopo, la legge antispreco cresce

16 Settembre 2026 - 06:50
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Dieci anni dopo, la legge antispreco cresce

Il 14 settembre 2016 entrava in vigore la legge 166, conosciuta soprattutto come legge antispreco o legge Gadda, dal nome della sua prima firmataria Maria Chiara Gadda. Dieci anni dopo il suo campo d’azione comprende alimenti, medicinali, prodotti per l’igiene, cancelleria, libri, tessili, arredi, giocattoli, materiali per l’edilizia ed elettronica. E da quest’estate anche piante, fiori, sementi e bulbi possono entrare con maggiore facilità nella filiera della donazione. L’elenco racconta meglio di molte definizioni come sia cambiata la legge, e insieme a lei l’idea stessa di povertà.

«Aggiungere i giocattoli significa dire che anche il gioco e l’educazione non convenzionale sono una priorità. Inserire i prodotti per l’igiene significa riconoscere il diritto delle persone a vivere in un ambiente pulito», spiega Gadda a Milano, durante un incontro organizzato da Gastronomika per il decennale della norma. E poi ci sono i fiori, che negli empori solidali «vanno a ruba». Un dettaglio apparentemente marginale che invece sposta il discorso dal bisogno alla dignità. Chi attraversa un periodo di difficoltà economica continua ad avere diritto alla bellezza, alla scelta, perfino a un gelato o a una fetta di torta.

È uno dei passaggi culturali più interessanti della 166. Il cibo recuperato non viene trattato come un avanzo destinato a chi deve accontentarsi. Deve rispettare gli stessi criteri di sicurezza della filiera commerciale e può conservare la propria funzione sociale, culturale e conviviale.

La legge nasce del resto da una lunga esperienza italiana di recupero delle eccedenze, resa più visibile dal dibattito aperto con Expo Milano 2015. La scelta decisiva è stata quella di rendere la donazione semplice e conveniente. Fiscalmente il bene ceduto gratuitamente agli enti del Terzo settore viene equiparato, alle condizioni previste dalla norma, a un bene distrutto. Un artificio tecnico che ha permesso di eliminare uno degli ostacoli alla donazione. «Mi piace pensare che possa esistere anche un fisco buono», dice l’Onorevole Gadda. La leva fiscale, in questo caso, serve a indicare quali comportamenti producono un interesse collettivo. Intorno a quel meccanismo si è costruito qualcosa di più complesso. Le imprese hanno cominciato a misurare meglio magazzini, surplus e processi produttivi. Il Terzo settore ha sviluppato organizzazione, logistica e competenze. Nel mezzo sono nate esperienze molto diverse tra loro.

Alessio Cicchini, fondatore del progetto Rucoolaaa, le racconta sui social. Dalle associazioni di Cremona che passano in cargo bike tra piccoli commercianti recuperando poche quantità alla volta, fino alle aziende che trasformano eccedenze alimentari in nuovi materiali. «La cosa più bella è vedere la creatività con cui questa legge viene applicata in Italia», racconta il creator che ha fatto del non spreco una battaglia personale e un lavoro. Una scoperta fatta anche viaggiando in Danimarca, dove si aspettava di trovare un sistema più avanzato di quello italiano. È tornato con una conclusione diversa: qualche volta possiamo essere noi il modello da osservare.

La stessa logica si ritrova negli empori solidali raccontati da Fondazione IBVA, un’organizzazione laica fatta di persone che s’impegnano quotidianamente ad aiutare chi ha bisogno, per rendere Milano più interculturale, equa e solidale. Qui le persone arrivano attraverso percorsi di presa in carico e ricevono una tessera con cui scegliere liberamente i prodotti da un vero supermercato. Le eccedenze prossime alla scadenza vengono trasformate in cucina e rimesse a disposizione sotto forma di piatti pronti. L’obiettivo dichiarato è offrire un supermercato vero, bello e dignitoso.

Perché il cibo, in questa storia, è anche uno strumento per entrare in relazione. Una consegna a domicilio può permettere di scoprire una casa insalubre, una situazione di solitudine, una disabilità, una persona rimasta senza lavoro. «Il Terzo settore non è un grande distributore di cibo», sintetizza Gadda. Il pacco alimentare può diventare il primo accesso a un sistema di protezione più ampio.

Restano però molti colli di bottiglia. Recuperare le eccedenze diffuse di ristoranti, bar, mense e aziende agricole è più difficile rispetto a ritirare grandi quantità da un unico magazzino. Servono mezzi di trasporto, celle frigorifere, abbattitori, spazi e persone disponibili negli orari in cui quelle eccedenze si generano. È qui che, secondo Gadda, potrebbe arrivare il prossimo passo: riconoscere e incentivare anche la donazione di servizi logistici, trasporto e spazi.

C’è poi un altro fronte che la deputata vuole aprire, quello dei farmaci destinati alla salute mentale, ancora esclusi da alcune possibilità di recupero previste dalla normativa. Dieci anni sono sufficienti per capire che la 166 ha prodotto qualcosa che supera le tonnellate recuperate. La sua peculiarità sta nella volontarietà. Non impone a un ristorante di donare né a un supermercato di recuperare le eccedenze, ma costruisce le condizioni perché farlo diventi possibile e conveniente.

È una differenza sostanziale rispetto alle scorciatoie degli obblighi, come quello della doggy bag applicata indiscriminatamente. Spostare una porzione dal piatto a un contenitore che finirà poco dopo in un cestino significa soltanto spostare il rifiuto lungo la filiera. La 166 prova invece a intervenire prima che quel bene diventi rifiuto. Dopo dieci anni è probabilmente questa la sua lezione più attuale: lo spreco non si combatte con un gesto simbolico, ma costruendo un sistema in cui ciò che perde prezzo possa continuare ad avere valore.

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