L’ombra della sesta estinzione di massa incombe sulla Cop17

Le prime registrazioni subacquee del delfino del Gange, una specie in via di estinzione che abita le acque del Bengala Occidentale, mostrano che i richiami tra questi cetacei sono più frequenti all’alba e al tramonto e sembrano seguire anche i cicli lunari. La scoperta può avere importanti implicazioni per la conservazione dei delfini, costretti a vivere in un ambiente fortemente antropizzato, esposto al traffico commerciale e all’inquinamento acustico.
Ma le pressioni dell’attività umana colpiscono gli ecosistemi di tutto il Pianeta. La dimensione delle popolazioni di specie selvatiche monitorate nel corso degli ultimi 52 anni è infatti diminuita in media del 73%, secondo il Living Planet Report 2026 del WWF.
Lo studio, una fotografia preoccupante sullo stato della biodiversità globale, prende in esame 35803 trend di popolazione relativi a 5790 specie di vertebrati, monitorate tra il 1970 e il 2022. Il dato più allarmante riguarda gli ecosistemi d’acqua dolce, dove il declino delle popolazioni raggiunge l’85%. Seguono gli ecosistemi terrestri, con una diminuzione del 69%, e quelli marini, che registrano un calo del 59%.
Tra le minacce che incidono maggiormente troviamo la perdita e il degrado degli habitat, seguiti dal sovrasfruttamento delle specie, dalla crisi climatica, dall’inquinamento, dalla diffusione di specie aliene invasive e dalle malattie. Non si tratta, tuttavia, di pressioni isolate.
La perdita di biodiversità è legata (anche) al modo in cui produciamo e consumiamo il cibo, al funzionamento dei sistemi energetici e alle scelte del sistema finanziario. In sostanza, sono i meccanismi che regolano l’economia capitalistica a contribuire, direttamente o indirettamente, alla distruzione delle risorse naturali. Per arrestare il declino non basta quindi intervenire sui suoi effetti: occorre agire sulle cause che lo alimentano.
Sebbene il quadro complessivo sia negativo, non mancano risultati che dimostrano come gli interventi di conservazione possano produrre effetti concreti. Un esempio arriva dalle tigri: grazie a un’ampia alleanza tra governi, comunità locali e organizzazioni della società civile, tra il 2010 e il 2025 la popolazione mondiale è aumentata di oltre il 70%, passando da circa 3200 a 5700 individui in natura. Un risultato significativo, che non deve però far abbassare la guardia. La specie rimane in pericolo e occupa oggi meno dell’8% del proprio areale storico. Un altro caso riguarda l’elefante africano di savana, classificato come specie “in pericolo”. Nell’Africa australe, tuttavia, le sue popolazioni, stimate in circa 293mila individui, risultano stabili e in alcune aree sono persino in crescita. Si tratta di miglioramenti legati a una serie di fattori che hanno permesso la conservazione, come la disponibilità di habitat estesi e connessi, la gestione comunitaria delle risorse naturali e l’efficacia dei programmi di contrasto al bracconaggio. Restano comunque problemi rilevanti, a partire dai conflitti tra elefanti e uomini, e dalla necessità di preservare corridoi ecologici che consentano agli animali di spostarsi tra territori diversi.
I risultati ottenuti con l’attività di conservazione mostrano che la cooperazione tra comunità, governi e Paesi può fare la differenza. È anche da questa capacità di lavorare insieme che dipende l’attuazione degli accordi internazionali. Un principio centrale alla Cop17 della Convenzione sulla Diversità Biologica, in programma dal 19 al 30 ottobre a Erevan, in Armenia.
La Conferenza rappresenta un passaggio importante: sarà il primo banco di prova per verificare se il nuovo sistema di finanziamento sarà davvero in grado di colmare il divario economico che ancora ostacola la lotta alla perdita di biodiversità. L’obiettivo è dare attuazione al Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, l’accordo approvato nel 2022 durante la Conferenza delle parti (Cop) numero 15. Un’intesa nata anche in risposta al clamoroso fallimento dei governi sui 20 Target di Aichi, che avrebbero dovuto essere raggiunti entro il 2020 e che sono invece rimasti tutti disattesi.
L’attuale quadro globale per la biodiversità prevede quattro obiettivi da raggiungere entro il 2050 e 23 target al 2030. Tra gli impegni principali c’è la protezione di almeno il 30% delle terre e dei mari entro la fine del decennio, insieme all’eliminazione di 500 miliardi di dollari all’anno di sussidi dannosi per l’ambiente (SAD). L’accordo punta inoltre ad aumentare la resilienza degli ecosistemi, riducendo di 10 volte il tasso di estinzione delle specie naturali e incrementando l’abbondanza delle popolazioni selvatiche.
Per raggiungere questi obiettivi è stato istituito il Global Biodiversity Framework Fund (Gbff) con l’intenzione di mobilitare 200 miliardi di dollari l’anno entro il 2030 attraverso tutti i canali di finanziamento possibili. Sul tema, i progressi restano purtroppo lenti. I dati mostrano quanto sia ancora ampio lo scarto tra gli impegni assunti e le risorse effettivamente mobilitate. Secondo il rapporto dell’Ocse “An Overview of Global Biodiversity Finance”, i finanziamenti globali destinati alla biodiversità hanno raggiunto una cifra stimata tra i 75 miliardi e i 92 miliardi di dollari all’anno nel periodo 2023-2025. Il divario finanziario resta il principale ostacolo all’attuazione degli impegni internazionali: senza finanziamenti adeguati e continuativi, senza tagli ai SAD, anche gli obiettivi meno ambiziosi rischiano di rimanere sulla carta, ancora una volta.
Riguardo alla distribuzione delle risorse, l’International Institute for Environment and Development (IIED) segnala invece che solo il 33,7% delle voci relative ai finanziamenti per la biodiversità tra il 2011 e il 2024 faceva riferimento alle iniziative a livello locale e appena il 2,24% menzionava le popolazioni indigene, nonostante le prove dimostrino che la natura viene conservata al meglio da questi gruppi e dalle comunità locali.
Tra gli altri temi in discussione, ci sarà anche il cosiddetto Fondo Cali, lanciato a Roma durante la Cop 16. Si tratta di uno strumento basato sull’equa condivisione dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche legate alla biodiversità. L’obiettivo è fare in modo che una parte dei profitti generati dallo sfruttamento commerciale delle risorse naturali venga destinata alla conservazione della biodiversità e vada a beneficio dei Paesi in via di sviluppo, delle comunità indigene e delle popolazioni locali. Alla Cop17 si dovrà capire come tradurre questo principio in un meccanismo operativo.
Per invertire la rotta serve una forte discontinuità rispetto alle politiche adottate finora, che continuano a privilegiare il sovrasfruttamento delle risorse e il profitto di breve periodo rispetto alla tutela degli ecosistemi. La Cop17 servirà a capire se i governi sono disposti a rivedere le proprie priorità, economiche e politiche, intervenendo sulle cause strutturali della perdita di biodiversità. Perché tra gli obiettivi sottoscritti e le scelte compiute la distanza resta profonda. Ridurla significa smettere di considerare la conservazione un impegno separato dalle politiche economiche e iniziare a tradurre gli accordi internazionali in decisioni capaci di cambiare concretamente il rapporto tra attività umane e natura.
Uno strumento importante per passare dagli impegni ai fatti è il Piano nazionale di ripristino (Pnr) della natura. L’Italia ha inviato (in ritardo) una prima bozza alla Commissione europea, in vista della scadenza del primo settembre prevista per la consegna. Lo strumento è richiesto a tutti gli Stati membri dalla Nature Restoration Law, il Regolamento europeo approvato nel giugno 2024, e dovrà individuare i luoghi e gli interventi necessari per ripristinare gli ecosistemi degradati. L’obiettivo non è soltanto proteggere la natura che resta, ma recuperare quella che è stata compromessa o distrutta. La Commissione europea avrà sei mesi per valutare il Piano e proporre eventuali modifiche. Perché sia davvero efficace, tuttavia, non basta individuare gli interventi necessari: occorre garantire risorse economiche adeguate e continuative e assicurare che il Piano sia coerente con le altre politiche pubbliche. Anche in questo caso, senza finanziamenti e scelte politiche allineate agli obiettivi, si corre il rischio che resti solo su carta.
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