Luca Carboni, i diari di suo padre e le grandi canzoni del Novecento

Maggio 14, 2026 - 05:27
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Luca Carboni, i diari di suo padre e le grandi canzoni del Novecento

Non tutti sono di Bologna, il che è un problema. L’ho capito un po’ di anni fa, il giorno del mio quarantesimo compleanno, a tavola con gente che era cresciuta nei miei stessi anni ma in altri codici postali. Io dicevo che negli anni Ottanta tutti i liceali andavano ai concerti di Guccini, e loro rispondevano: ma chi, ma quando.

Fino a quella giornata del 2012 io non mi ero mai posta il problema che venticinque anni prima ci fossero scolari che non passavano le giornate ad ascoltare “Signora Bovary”. Con Luca Carboni succede la stessa cosa: se sei nata a Bologna negli anni giusti, hai fatto il liceo tra “Farfallina” e “Mare mare”; se sei andata a scuola nei codici postali giusti in quegli anni lì, sai già perché “Luca non parlava mai” s’intitola così, e anzi appena hai visto il libro hai iniziato a canticchiare «La maglia del Bologna sette giorni su sette».

O, se come me l’autobiografia di Carboni (appena pubblicata da Sem) la leggi su un treno che sta arrivando in città, a canticchiare «che profumo Bologna di sera, le sere di maggio» (c’è stato un tempo in cui non ti accoglievano zaffate di piscio, a Bologna, ed era il tempo che voi che siete cresciuti coi trapper invece che con Carboni non avete conosciuto).

Per i non bolognesi, o i bolognesi recenti, insomma quelli che Luca Carboni l’hanno scoperto in questo secolo, magari l’hanno scoperto quando ha duettato con Cesare Cremonini, ma non hanno mai avuto un amorazzo liceale cui dedicare “Fragole buone buone” – cui dedicarlo non come ripescaggio di modernariato scoperto su TikTok, ma perché era la canzone nel mangianastri in quel momento storico – questo è un libro pieno di sorprese, e che non smentisce le leggende metropolitane.

Sono andata a cercare su Google in che album fosse “Fragole buone buone”, e uno dei primi risultati che mi sono usciti è di un fan club che, su Facebook, scrive: «“Fragole buone buone” è un pezzo che si occupa in particolare di tossicodipendenza» (avrei obiezioni all’idea che una canzone «si occupi» di qualcosa: mica è un trattato, è una canzone, il suo scopo primario è fare rima).

Prosegue il saperlalunghista di Facebook: «Il limone viene utilizzato per sciogliere l’eroina per renderla più agevole da iniettare» (la canzone, lo dico per chi in quegli anni perdeva tempo in altri codici postali, dice: le ha dato fragole col limone, Simone).

Ricopio una risposta che Luca Carboni mi diede in un’intervista di quindici anni fa, quando sui social avevano già smesso di leggere i giornali (figuriamoci i libri): «Siccome nelle fragole c’era il limone, han pensato all’eroina. Io credevo d’aver scritto una canzone d’amore anche piuttosto esplicita, poi arriva quello all’autogrill che ti dà di gomito e ti dice: “Eh, parlavi della roba, eh…”». Prima di Facebook, c’erano gli autogrill.

Torniamo a noialtri che abbiamo consuetudine con Bologna e coi suoi orchestrali, e che le storie di “Luca non parlava mai” le conoscevamo invece quasi tutte («invece» è la parola che manca nel titolo del libro, rispetto al verso di “Silvia lo sai”: «Luca invece non parlava mai» – c’è un mondo intero, in un «invece», e Carboni, che ci sa fare con le parole, lo sa).

Le sappiamo tutte, le storie di casa nostra. Luca che vede Lucio che legge i suoi testi dalla finestra di Vito, Lucio dentro e lui fuori. Luca che conosce Lorenzo al chiosco di corso Sempione, «dai suoi racconti mi ero fatto l’idea che fosse un po’ come Vito a Bologna». Rosa Rosae, che se negli anni Novanta c’eri già sai e se non c’eri mi dispiace per te, non si spiega il Rosa Rosae di trent’anni fa come non si spiegano i concerti di Guccini di quarant’anni fa.

Luca Carboni ha pazienza con voi che “Luca non parlava mai” l’avete comprato perché avete lo scaffale Cazzi Miei Tristi da riempire e volete sapere del cancro (sì, ve lo racconta, state tranquilli, c’è anche quello), e con noi che pensiamo di sapere tutto perché appunto: Bologna, Bologna coi suoi orchestrali.

Ma ha pazienza anche con noialtri cui dispiace un po’ concedervi in prestito Luca Carboni, ci sembra appropriazione culturale, ma che volete, ma chi vi conosce, imbucati, parvenu, dove eravate quando noi pranzavamo da Rosa Rosae. Ha pazienza con la frammentazione dell’attenzione, e contrappunta i capitoli con piccole liste per chi l’ha vista, Bologna, e per chi non c’era.

«La musica delle radio libere, il punk, gli innamoramenti, un papa polacco, le Silvie nei cortili, la disco-music, le Brigate rosse, la morte di Moro, le discoteche, John Travolta, “La febbre del sabato sera”, la morte di Lorusso, “Anna e Marco”, le barricate degli studenti, i lacrimogeni, le prime vacanze senza i genitori, le tette nude in spiaggia a Rimini e Riccione, le osterie». (La gente che ci andava a bere, fuori o dentro, non è tutta morta: alcuni sono ancora qui a raccontarsi sempre le stesse storie, eccoci, siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte).

Ricopierei tutte le liste, ma non lo faccio perché so che sono la più formidabile attrattiva di questo libro in un secolo con un’attenzione così sbriciolata che una persona normale forse solo una pagina con cinque righe di testo riesce a leggere fino in fondo, e subito dopo le serve un fumetto per riposarsi.

Voglio però dire che «le sapevamo tutte» è un’iperbole, perché in “Luca non parlava mai” c’è una sorpresa che è anche una delle invenzioni letterarie più formidabili che abbia visto da anni: i diari del padre.

Il padre di Luca Carboni si chiamava Giovanni, e ha fatto una cosa impagabile in anni in cui non avevamo i vecchi post di Facebook o le foto nel telefono, per ricostruire la data in cui era successa una certa cosa. Ha tenuto un diario, annotando le audaci imprese del figlio prima e dopo la fama.

«Ancora dall’agenda di mio padre: Domenica 19 maggio Elezioni politiche. 29 maggio, Luca varicella. 6 giugno, morte Bob Kennedy. Domenica 30 giugno 1968, partiti per Tolè presso Carboni Nino, sarto. Il 12 ottobre, Luca 6 anni». È una storia della vita di Luca Carboni, ma è anche una storia d’occidente. È letteratura. «Morte Bob Kennedy, Luca sei anni» non ha niente da invidiare a Franz Kafka, «La Germania ha dichiarato guerra alla Russia, nel pomeriggio sono andato a nuotare».

La letteratura la trovi nei posti in cui meno si vanta d’essere, nelle liste di Luca – «Guardare la targa per capire da dove vieni e dove vai. Il tempo in mezzo a due felicità. Vado a dipingere a Comacchio. Un Ciao scartolato bianco. Una sana vita interiore» – o nelle agende su cui Giovanni annotava «4 marzo 1983 Compleanno signor Lucio Dalla, 40 anni. Oggi fatto intagli a putrella per porta di cantina di Luca, in Cesare Battisti», o che del primo concerto che Luca fa da solo appunta: «Presenti 78, paganti 37 e il biglietto costava 6000 lire».

Nelle agende di Giovanni Carboni non c’è traccia, racconta il figlio, del suo dubbio su quel Luca che invece non parlava mai: era sicuro di voler chiamare come lui il protagonista d’una canzone quella sì sull’eroina? (Lucio Dalla al dubbio rispose: «Ma scherzi???»).

Giovanni Carboni muore nel 2021, e chissà se è allora che al figlio viene in mente di scrivere “Luca non parlava mai”: «Per tutta la vita ho visto mio padre annotare meticolosamente cose. Su piccolissime agende che portava sempre con sé in una tasca interna della giacca, o del soprabito, a seconda della stagione. Per farlo, usava una minimatita sempre perfettamente appuntita e, verso la fine del mese, di sera o di sabato, sul tavolo grande, o nella sua camera, fissava definitivamente gli appunti con la biro».

Le agende di Giovanni Carboni ne fanno il miglior personaggio letterario di quest’anno, e io vorrei sapere tutto di quella conversazione del 1991, mentre il figlio stava facendo il disco della vita, quello che vendette un milione di copie, quello con “Mare mare” e “Ci vuole un fisico bestiale”: «Il 20 agosto mio padre annota di avermi consigliato, visto che non mi venivano i testi, di fare la rima: “occhio” con “Pinocchio”».

Sono contenta che Luca Carboni abbia usato il trucchetto dei Cazzi Suoi Tristi per tirarvi dentro a “Luca non parlava mai”, e farvi così l’immenso regalo dei diari di Giovanni, reperto d’un mondo in cui si scrivevano grandi canzoni, grandi libri, grandi film, e lo si faceva perché si era cresciuti in case in affitto di gente normale che si segna con la stessa acribia d’averti suggerito la rima e che è morto Bob Kennedy. Adesso, che nel mondo dello spettacolo non c’è nessuno che non sia figlio d’una star, non c’è rimasto nessuno ad annotare il compleanno del signor Lucio Dalla nel diario, e il risultato è che una “Mare mare” non la scrivono più.

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