Alex Bores è diventato il problema politico delle Big Tech americane

Maggio 14, 2026 - 05:27
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Alex Bores è diventato il problema politico delle Big Tech americane

Alex Bores ha trentacinque anni, la barba ordinata e un armadio pieno di completi blu. L’aria da tecnocrate educato richiama un passato non lontano, quando l’ecosistema liberal-tech fioriva sotto l’amministrazione Obama. Oggi è costretto a sporcarsi le mani e farsi nemici molto potenti nella Silicon Valley. Alcuni dei più ricchi finanziatori delle Big Tech lo hanno preso di mira perché, tra i politici grandi e piccoli degli Stati Uniti, è uno dei volti più in vista in quella frangia che vorrebbe regolamentare l’intelligenza artificiale.

Il punto è che Bores non è un luddista, né un populista anti-innovazione. È solo un deputato all’Assemblea dello Stato di New York e candidato alle primarie democratiche per il seggio al Congresso nel dodicesimo distretto di Manhattan. Forse uno dei pochi in che capiscono davvero come funzionano i sistemi di intelligenza artificiale: ha studiato computer science, ha lavorato per Palantir, ha sviluppato software per agenzie federali, ha parlato per anni di efficienza amministrativa, infrastrutture digitali e capacità dello Stato. Perfino la sua idea di politica nasce dentro un immaginario quasi socialdemocratico-tecnocratico: usare la tecnologia per far funzionare meglio la democrazia. Quindi capisce il potenziale, nel bene e nel male, delle nuove tecnologie. Usa quotidianamente modelli linguistici e ha già scritto diverse proposte tecniche sulla governance dell’intelligenza artificiale.

Nel lungo profilo che gli ha dedicato il New Yorker, Gideon Lewis-Kraus racconta una scena quasi surreale. Bores sta preparando un dibattito elettorale con Claude, il chatbot di Anthropic, per simulare gli avversari politici. Vuole farsi trovare preparato per qualsiasi evenienza. Claude propone di creare diversi sub-agent, cioè agenti secondari autonomi, per fare ricerche in parallelo sui candidati rivali. A un certo punto però un sub-agent si rifiuta di fare opposition research su uno dei candidati, sostenendo che violerebbe le policy etiche dell’azienda. Un altro agente invece aggira il problema e svolge il lavoro richiesto. A quel punto Bores interrompe tutto e chiede al chatbot: «Chi sei tu e chi è il sub-agent? Siete entrambi Claude». La scena sarebbe comica, con agenti artificiali che discutono tra loro e interpretano regole, magari litigano. Ma dice qualcosa sul funzionamento dei software di intelligenza artificiale, e Bores sa che scene del genere diventeranno la norma molto presto.

Quando Alex Bores è entrato in Palantir, nel 2014, la Silicon Valley si presentava ancora come una forza progressista. Google prometteva di non essere mai malvagia, Facebook voleva connettere il mondo, le piattaforme parlavano di partecipazione e trasparenza. Perfino Palantir – oggi simbolo del nuovo complesso militare-tecnologico americano – si raccontava come un’azienda nata per aiutare le democrazie a funzionare meglio senza sacrificare le libertà civili.

Qualcosa si è rotto nella seconda metà del decennio scorso, quando sono arrivati Donald Trump, Cambridge Analytica, la radicalizzazione algoritmica e il capitalismo delle piattaforme. E soprattutto l’intelligenza artificiale generativa: è iniziata la fase accelerazionista e post-politica, sempre più insofferente verso i limiti imposti dagli Stati democratici. Dentro questa trasformazione, Alex Bores è diventato un problema. Da deputato statale a New York ha iniziato a occuparsi quasi ossessivamente di intelligenza artificiale quando il tema era ancora considerato marginale a Washington.

Il suo obiettivo, dice fin dall’inizio della sua carriera, è piccolo ma ambizioso: scrivere regole per l’intelligenza artificiale. Bores è stato tra i promotori del Raise Act, una delle prime proposte sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale approvate a livello statale. La legge obbliga le aziende a pubblicare protocolli di sicurezza, segnalare incidenti gravi e sottoporsi a controlli indipendenti. Una norma del genere in Europa non verrebbe accolta come rivoluzionaria, mentre negli Stati Uniti è sufficiente per trasformare una persona in un bersaglio politico.

Qui bisogna introdurre Leading the Future, un Super Pac, cioè un comitato politico che raccoglie fondi per candidati e partiti, nato per difendere gli interessi dell’industria dell’intelligenza artificiale. O meglio, per azzerare le velleità di vittoria di chiunque provi a mettere i bastoni tra le ruote a Big Tech. Leading the Future promette di spendere milioni di dollari per fermare Bores. Tra i finanziatori ci sono Andreessen Horowitz, Greg Brockman di OpenAI, Joe Lonsdale di Palantir e altri nomi centrali del tecno-capitalismo americano.

Grazie ai soldi del Super Pac, le pubblicità che compaiono nella metropolitana di New York accusano Bores di essersi arricchito sviluppando software usati dall’Ice per le deportazioni. Secondo Ezra Klein, che ha intervistato Bores a fine aprile, il vero obiettivo dell’operazione è costruire un deterrente. «Vogliono creare un mondo», dice, «in cui nessun politico osi più regolamentare l’intelligenza artificiale».

Il problema dell’intelligenza artificiale non coincide solo con la disinformazione o i deepfake. Riguarda il rapporto tra tecnologia, lavoro e potere democratico. «Stiamo costruendo il potere degli dèi», dice Bores. «E quel potere è nelle mani di cinque persone». Lui lo sa bene, parla il linguaggio della Silicon Valley meglio di moltissimi colleghi, e proprio per questo considera irreale l’ottimismo messianico delle grandi aziende. «Per la prima volta», dice, «stiamo costruendo una tecnologia il cui obiettivo esplicito è sostituire il lavoro umano». E la risposta della politica non può essere anti-tecnologica: Bores parla continuamente di sindacati, redistribuzione, tassazione del capitale tecnologico, capacità amministrativa dello Stato. È un politico di centrosinistra come altri, per certi versi. Propone una forma di “AI dividend”, un dividendo pubblico finanziato dai profitti dell’automazione.

In controluce si può intravedere un tentativo quasi anacronistico di riportare l’intelligenza artificiale dentro il Novecento politico, sottraendola alla retorica escatologica della Silicon Valley. È probabilmente questo che spaventa davvero i grandi investitori del settore: l’idea che la politica possa imporre limiti all’industria più potente del mondo proprio mentre accumula capitale, infrastrutture e influenza politica a una velocità senza precedenti. E negli ultimi mesi, per la prima volta, pare che la politica abbia intuito il potenziale distruttivo di questa tecnologia, se non regolamentata a dovere. L’hanno capito perfino i trumpiani, i più amichevoli verso i tecno-oligarchi.

La posizione di Bores è più moderata rispetto alla sinistra-sinistra di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. L’idea alla base è che la tecnologia non sia inevitabile nella forma che assume. Può sempre essere orientata, regolata, rallentata, negoziata, e non bisogna accettare che venga imposta dall’alto. C’è bisogno però di una politica sufficiente forte per imporsi sulle aziende che la sviluppano.

In un certo senso, Alex Bores sembra credere ancora nella vecchia Silicon Valley, quella liberal e trasparente. Ma nella violenza politica scatenata contro di lui si intravede la trasformazione di tutta l’industria, sempre più insofferente ai contrappesi delle istituzioni democratiche.

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