Oltre gli imballaggi c’è di più, ma per l’industria l’Epr italiano sulla plastica non è sostenibile

Maggio 18, 2026 - 16:25
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Oltre gli imballaggi c’è di più, ma per l’industria l’Epr italiano sulla plastica non è sostenibile

La Direttiva europea sui rifiuti prevede che gli Stati membri possano introdurre schemi di Responsabilità estesa del produttore (Epr) per prodotti non indicati esplicitamente dalla Direttiva stessa. L’Italia ha avvitato una consultazione per introdurre un nuovo schema Epr sui prodotti in plastica diversi dagli imballaggi, per i quali l’Epr esiste già da anni. Di cosa parliamo?

In Italia sono immesse al consumo 5,5-5,8 tonnellate di materiali plastici all’anno. Gli imballaggi rappresentano circa il 42% del totale, quindi 2,3 milioni di tonnellate. Quindi la plastica non imballaggio pesa il 58% del totale, anche se proveniente da diversi settori: soprattutto materiali da costruzione (12%), veicoli (7%), elettrodomestici (6%) agricoltura (3%) e arredamento (3%). Ma prodotti in plastica non imballaggio sono usati in tantissimi altri settori (giocattoli, attrezzature per la pesca, arredo urbano, sanitario, hobbystico, etc) tanto che la voce “altro” vale il 27% del totale.

I vari settori non imballaggi usano polimeri molto diversi e la frammentazione quindi è ampia. Il provvedimento mira a rendere i produttori responsabili della gestione del fine vita dei prodotti immessi sul mercato, promuovendo un modello più sostenibile e circolare, per raggiungere gli obiettivi europei, ridurne l’impatto ambientale, incentivando il riuso, il riciclo e la corretta gestione, responsabilizzando i produttori affinché adottino strategie di eco-design e l’utilizzo di materiali più sostenibili.

L’idea del ministero dell’Ambiente è quindi quella di estendere a tutti i produttori di questo tipo di prodotti la responsabilità sul fine vita dei prodotti stessi una volta rifiuti (quindi post consumo), coprendo i costi di raccolta, trattamento e riciclo e favorendo riuso e riduzione. La bozza di Decreto, nell’allegato 1, indica con precisione prodotti in plastica e gomma (anche usati e anche compositi) e settori di attività coinvolti :edilizia, mobili e arredamento, arredo urbano e da esterno, prodotti per l’edilizia, abbigliamento in plastica, prodotti per la pulizia, attrezzature per la pesca, tubi e profilati, pneumatici in gomma, cablaggi, giochi e giocattoli, articoli sportivi , vasellame non imballaggio, articoli di cartoleria e per la scuola, articoli per l’igiene personale.

Il Mase non si limita ad introdurre un Epr “finanziario” ovvero l’obbligo di copertura dei costi di raccolta e trattamento da parte del gestore dei rifiuti urbani. Prevede anche un ruolo gestionale dei produttori ed utilizzatori. Infatti “Gli enti di governo d’ambito territoriale ottimale o i comuni, nell’ambito della gestione della raccolta differenziata urbana dei rifiuti, possono attribuire ai produttori di prodotti plastici non da imballaggio l’organizzazione e il finanziamento della raccolta medesima, per il tramite dei propri sistemi di gestione, in conformità agli accordi di programma stipulati ai sensi dell’articolo 12, comma 1. Nei casi in cui avvenga tale affidamento, i produttori di prodotti plastici non da imballaggio, per il tramite dei propri sistemi di gestione, si fanno carico della raccolta, della selezione, dell’avvio a preparazione per il riutilizzo, del riciclaggio, del recupero e dello smaltimento dei rifiuti plastici non da imballaggio post-consumo”.

Target proposti: a) 2030: Raccolta differenziata del 70%, riciclo effettivo del 55%. B) 2035: Raccolta differenziata del 75%, riciclo effettivo del 60%.

I produttori possono assolvere agli obblighi singolarmente o tramite sistemi collettivi (PRO).

Le principali associazioni di impresa agricole, artigiane, commerciali, cooperative ed industriali durante la fase di consultazione, stanno contestando fortemente questa scelta. Agci, Cia, Claai, Cna, Confagri, Confapi, Confcooperative, Confesercenti, Copagri, Legacoop in una nota congiunta hanno dichiarato che la bozza di Decreto messa in consultazione dal MASE penalizza imprese e consumatori senza benefici ambientali concreti”.

La posizione delle categorie è netta: "Il provvedimento, nella sua forma attuale, non è sostenibile per il sistema economico nazionale".  Secondo le organizzazioni firmatarie, "l'adozione del regime Epr sui prodotti in plastica si tradurrebbe in un significativo prelievo ai danni delle imprese e dei consumatori nazionali, senza produrre effetti positivi diretti per l'ambiente.  L'applicazione di un contributo ambientale su tutti i prodotti e i materiali impiegati nella vita comune, nelle attività produttive, sanitarie e di impresa è considerata una misura che non individua correttamente le azioni da mettere in campo per raggiungere efficacemente gli obiettivi ambientali e di economia circolare".

Le organizzazioni chiedono quindi di “non procedere con la definizione di un regime Epr per la plastica nelle forme attualmente proposte e l'apertura urgente di un tavolo di lavoro "per valutare e condividere le misure più efficaci a tutela dell'ambiente, delle imprese e dei consumatori, senza penalizzare la competitività del sistema produttivo italiano". Una posizione molto forte che punta a “non applicare” l’Epr in questo settore, e non tanto a regolarlo in un modo particolare, le associazioni di impresa non avanzano per adesso alcuna proposta concreta rimandando ad un “tavolo di lavoro”.

Una resistenza a tutto campo poco comprensibile: schemi Epr esistono ormai in molti settori economici senza che si siano manifestati problemi di impatto sui consumatori, e senza atteggiamenti così radicali da parte delle categorie economiche.

In fondo nei rifiuti urbani la plastica pesa per circa il 15% del peso totale (4,5 milioni di tonnellate) e anche se i prodotti plastici non imballaggi di solito hanno una vita più lunga degli imballaggi, circa metà della plastica nei rifiuti è fatta di questi oggetti: giusto quindi che i produttori paghino il costo di raccolta, trattamento e recupero e attraverso il contributo ambientale internalizzino questi costi, promuovendo così ecodesign, riciclabilità e riuso. 

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