Papa Prevost benedice la Flotilla

Benedetta Flotilla. Il tentativo di portare aiuti umanitari nella martoriata Striscia di Gaza viene apprezzato anche da Papa Prevost. Il pontefice ricorda quasi quotidianamente la tragedia palestinese, condanna senza appello questo terrificante stato di guerra permanente e benedice donne e uomini di buona volontà che cercano di rompere l’assedio, anche al costo di essere rapiti, malmenati, derisi e poi costretti al ritorno in patria. «Purtroppo il popolo di Gaza non riceve ancora aiuti umanitari - denuncia il Papa - questo provoca proteste, difficoltà, e i tentativi della Flotilla di dare una mano. Io rinnovo l’appello a tutte le autorità ad assistere e accompagnare, aiutare il popolo di Gaza che soffre tanto». Magari si potesse dire amen, così sia, perché le notizie che arrivano dai fronti di guerra sono tuto fuorché incoraggianti. Israele continua a bombardare il Libano e la stessa Striscia, con l’evidente appoggio degli Stati Uniti di Donald Trump. E il governo italiano, che si è fatto lustro di condannare il ministro Ben Gvir dopo le immagini degli attivisti detenuti che hanno scandalizzato il mondo, continua a non criticare la strategia guerrafondaia del governo di Tel Aviv.
Le ultime notizie raccontano che sei componenti della delegazione italiana della carovana umanitaria di terra della Global Sumud Flotilla per Gaza, sono stati rimpatriati dalla Libia, via Istanbul. Il gruppo, atterrato di mattina all’aeroporto di Fiumicino, era stato attaccato lunedì pomeriggio da forze militari libiche mentre era accampato a Sirte in attesa del rilascio di dieci loro compagni, tra cui due italiani: un pugliese, Domenico Centrione, e una piemontese, Leonarda Alberizia. Questi ultimi erano stati fermati domenica con l’accusa di «ingresso illegale» mentre cercavano di negoziare un avanzamento del convoglio e poi portati a Bengasi dai miliziani libici affiliati al generale Khalifa Haftar. Essere pacifisti in un mondo in guerra è un reato.«Siamo preoccupati per i nostri compagni che non sentiamo da quattro giorni. Quella che è avvenuta è stata una vera cattura», denuncia Sara Suriano di Andria, attivista della Flotilla di terra, fermata e rimpatriata. «I nostri compagni - aggiunge - facevano parte di una piccola delegazione in testa al corteo, autorizzata a passare il confine. Ma poco dopo non abbiamo più avuto contatti con loro. Noi siamo un convoglio internazionale di 300 persone in rappresentanza di 25 paesi, siamo coperti dalla convenzione di Ginevra e quello che noi chiedevamo era solamente un passaggio sicuro». «Il momento dello sgombero è stato molto intenso. Noi eravamo là regolarmente, dotati di visto, come convoglio umanitario. Ad un certo punto hanno iniziato a spintonarci e chi ha provato a fare resistenza passiva è stato maltrattato», conferma Marco Contadini di Roma, coordinatore della delegazione italiana. «Quando ho cominciato a realizzare che era passato troppo tempo, circa tre ore, e i compagni non tornavano, abbiamo cominciato a temere per loro ed è iniziato un senso di smarrimento», confida Massimo Marchini di Pordenone. «C’è stato chiesto di andarcene, non potevamo fare altro. Abbiamo fatto resistenza passiva, però alla fine abbiamo dovuto sgomberare il campo per raggiungere un posto più sicuro per noi», tira le somme Martina Cannatà di Bologna. Fotografie drammatiche di un’epoca in cui la forza delle armi prevale sull’umanità.
A ennesima dimostrazione della presa di coscienza delle atrocità in corso nella Striscia di Gaza, un aquilone con la bandiera della Palestina è arrivato in cima al monte Everest, la vetta più alta del pianeta. Merito dell’alpinista italiano Leonardo Avezzano, che ha completato questa impresa sportiva per sensibilizzare l’opinione pubblica, soprattutto sull’impatto del genocidio sulle vittime più giovani. Sulla bandiera palestinese infatti erano scritti i sogni dei bambini di Gaza: i loro desideri per un futuro migliore. La spedizione era guidata dall’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh, che però non è riuscito a raggiungere la vetta. «Questi sono sogni: tutti i bambini hanno sogni e possono realizzarli se noi li aiutiamo», dice Salameh spiegando l’iniziativa. «A Gaza è tutto più difficile. Per questo avevamo bisogno che il mondo intero lo sapesse. E quale modo migliore per farlo se non portare tutto questo sul tetto del mondo?».
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