Primo caso di Ebola in Francia, l’Europa corre ai ripari. Oxfam: «Epidemia sottostimata»

Dalla Francia fanno sapere che c’è un primo caso di Ebola importato in Europa, un medico rientrato da una missione umanitaria nella Repubblica democratica del Congo, ma la gravità della situazione potrebbe andare al di là di questo caso particolare. L’attuale epidemia di Ebola causata nel Paese dell’Africa centrale dal ceppo Bundibugyo sta destando profonda preoccupazione a livello internazionale. Secondo quanto denunciato da Oxfam, la reale portata del contagio è gravemente sottostimata e rischia di espandersi in modo incontrollato se non verrà messa in campo al più presto una risposta umanitaria e sanitaria adeguata, dato che nelle aree più colpite c’è un’enorme carenza di acqua pulita e dei necessari servizi igienico-sanitari. Ad oltre un mese dallo scoppio del focolaio – già classificato come il più grave mai registrato per questa specifica variante del virus – la macchina degli aiuti umanitari si trova in una condizione di drammatico ritardo, sottolinea l’associazione, penalizzata da un taglio drastico che ha visto svanire più della metà dei finanziamenti internazionali precedentemente stanziati per le emergenze: i fondi sono stati ridotti del 46% in 2 anni, da 2,58 miliardi di dollari nel 2024 a 1,4 miliardi nel 2026, toccando il livello più basso dell’ultimo decennio e costringendo le organizzazioni a ridurre drasticamente le loro attività.
«La disponibilità d’acqua pulita è la pre-condizione minima per affrontare e limitare qualsiasi emergenza sanitaria di questo tipo, ma i minatori che lavorano nelle zone colpite, ad esempio, non possono contare neppure su una fontanella per lavarsi le mani – spiega Manel Rebordosa, coordinatore della risposta di Oxfam, al lavoro nell’epicentro dell’epidemia nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo – A questo si aggiunge il costo dell’acqua potabile che qui è di 2 dollari per 20 litri, una cifra assolutamente fuori portata per la maggioranza della popolazione».
La carenza strutturale di risorse si riflette direttamente sulle condizioni igienico-sanitarie delle province maggiormente colpite, tra cui l’Ituri e il Nord Kivu, dove mancano persino i presidi medici fondamentali. Nelle strutture sanitarie della zona, infatti, appena un centro su cinque può fare affidamento su una quantità sufficiente di acqua pulita, considerata la prima linea di difesa contro la trasmissione interumana. In grandi agglomerati urbani come la città mineraria di Mongbwalo, la quasi totalità della popolazione è costretta ad utilizzare fonti idriche contaminate da scarichi industriali. Fino ad oggi, il ministero della Salute della Repubblica democratica del Congo ha segnalato 782 casi confermati e 181 decessi in 25 diverse zone sanitarie, ma il bilancio reale potrebbe essere molto più alto. Inoltre, a differenza dell’epidemia del 2018, non esistono vaccini autorizzati né terapie approvate per il ceppo Bundibugyo, il che rende la disponibilità di acqua sicura e di servizi igienico-sanitari un fattore ancora più decisivo.
A rendere lo scenario ancor più critico è il collasso delle attività di sorveglianza epidemiologica sul campo, con il tracciamento dei contatti che risulta fermo ad appena il 43% dei casi, contro il 79% dell’epidemia 2018. Nel Nord Kivu si assiste a un fenomeno allarmante: molti decessi legati all’infezione vengono registrati prima ancora che i pazienti siano stati ufficialmente identificati come affetti da Ebola. A causa della saturazione e della diffidenza verso i centri di cura locali, un numero crescente di nuclei familiari decide di assistere i propri parenti malati direttamente tra le mura domestiche, esponendosi inconsapevolmente a cariche virali altissime e alimentando una catena di trasmissione sotterranea e pericolosa.
Se questa è la situazione, non c’è poi troppo da stupirsi se la minaccia sanitaria ha varcato i confini africani, e ora le istituzioni occidentali stanno intervenendo per innalzare i livelli di sorveglianza. La conferma del primo caso importato di Ebola in Europa, intercettato e preso in carico dal sistema sanitario in Francia, ha spinto il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) a lanciare un appello ufficiale invitando tutti gli Stati membri dell’Unione europea a rafforzare con urgenza le proprie misure di preparazione ed esortando i singoli governi a rivedere i protocolli di risposta rapida e a formare il personale medico per evitare che un singolo evento possa trasformarsi in un principio di focolaio locale.
Secondo l’Ecdc, «il rischio di una trasmissione sostenuta nell’Ue e nello Spazio economico europeo resta molto basso, a condizione che siano in atto misure efficaci per la diagnosi precoce, l’isolamento e il trattamento dei pazienti». Per contribuire ad aumentare la preparazione, il centro europeo, ha predisposto una checklist essenziale e pratica per le autorità nazionali con l’obiettivo di rivedere le procedure interne e rafforzare la prontezza del sistema, garantendo una reazione rapida ed efficace in caso di necessità.
L’Ecdc ricorda che il virus si trasmette solo attraverso il contatto diretto con sangue o altri fluidi corporei di persone o animali infetti e non per via aerea. Secondo la recente valutazione del rischio del centro europeo, i soggetti più esposti al contagio restano gli operatori sanitari e coloro che sono in diretto contatto con i pazienti o con le comunità locali nelle aree colpite
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