Taiwan gioca nella zona grigia, e Pechino non sa come fermarla

15 Settembre 2026 - 07:00
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Taiwan gioca nella zona grigia, e Pechino non sa come fermarla

Sull’isola di Ventotene, Taiwan ha ottenuto qualcosa che, per Pechino, non dovrebbe essere possibile: farsi vedere, ascoltare e incontrare interlocutori europei senza che nessuno abbia dovuto riconoscerla formalmente.

La vicepresidente Hsiao Bi-khim è arrivata in Italia insieme al ministro degli Esteri Lin Chia-lung per partecipare alla Conferenza europea di Ventotene per la libertà e la democrazia. La sua presenza non era stata annunciata in anticipo, proprio per evitare «superflue ingerenze» cinesi, ha spiegato Hsiao al suo rientro a Taipei dopo una visita celebrata pubblicamente anche dal presidente Lai Ching-te su X. Ma quando la notizia è diventata pubblica, Pechino ha fatto esattamente ciò che Taipei si aspettava: proteste formali con Italia e Unione europea e una condanna della visita.

La cosa interessante, però, è quello che è successo in Europa.

La Commissione europea ha ritirato la propria partecipazione alla conferenza dopo l’arrivo a sorpresa di Hsiao. Un suo funzionario, come raccontato da Euractiv, avrebbe dovuto intervenire a un panel insieme alla vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, promotrice dell’evento, ma ha cancellato la partecipazione quando era già in viaggio verso l’isola. Il logo della Commissione è stato rimosso dal programma.

È un episodio piccolo, ma racconta bene la partita. Per anni la Cina ha usato la propria forza economica, diplomatica e militare per restringere progressivamente lo spazio internazionale di Taiwan. Non serve impedire a un Paese di riconoscere Taipei: basta fare in modo che incontrarne i rappresentanti diventi una seccatura, che invitarli abbia un costo, che una fotografia possa trasformarsi in un incidente diplomatico.

Taiwan sta imparando a giocare esattamente dentro questo spazio. Non pretende che un governo europeo cambi la propria politica una sola Cina». Non chiede incontri ufficiali, bandiere nei palazzi istituzionali o riconoscimenti diplomatici. Va dove può andare: conferenze, parlamenti, università, think tank, società civile. Costruisce relazioni politiche senza trasformarle necessariamente in relazioni diplomatiche. È una diplomazia nella zona grigia. Ma, questa volta, è Taiwan a usarla.

Ed è proprio questo che mette Pechino in difficoltà. La strategia cinese funziona molto meglio quando riesce a convincere gli altri a restringersi da soli. Ogni volta che un’istituzione europea rinuncia a un contatto per evitare la reazione cinese, Pechino guadagna spazio senza dover fare nulla. Ogni volta che Taipei riesce invece a entrare in una stanza, parlare e costruire relazioni senza oltrepassare le linee rosse formali europee, quell’isolamento si incrina.

Hsiao lo ha detto con una certa chiarezza al ritorno a Taipei: durante il viaggio ha incontrato «un numero crescente di amici» disposti ad ascoltare la storia di Taiwan. Non è una frase da poco. Per una democrazia che Pechino vorrebbe tenere fuori dalle istituzioni internazionali, essere ascoltata è già una forma di presenza. Anche perché l’obiettivo di Taipei non è necessariamente ottenere domani il riconoscimento europeo. È rendere sempre più normale ciò che Pechino considera intollerabile: parlare con Taiwan, incontrarne i rappresentanti, ascoltarne le ragioni, costruire rapporti.

Qui il caso Ventotene incrocia anche la più ampia cautela occidentale sullo Stretto. Washington sta cercando di evitare che il leader cinese Xi Jinping possa convincersi che la finestra per la «riunificazione» si stia chiudendo e che, di conseguenza, sia arrivato il momento «ora o mai più». Abbassare la temperatura retorica può avere una sua logica strategica. Ma una cosa è evitare provocazioni inutili, un’altra è lasciare che sia Pechino a stabilire quanto spazio debba avere Taiwan nelle società democratiche.

L’Europa dovrebbe ricordarselo. Non serve riconoscere Taiwan per non lasciarsi intimidire dalla Cina. E non serve trasformare ogni incontro con un rappresentante taiwanese in una sfida diplomatica a Pechino. Basta difendere una cosa molto più semplice: il diritto delle democrazie europee di decidere con chi parlare.

A Ventotene Taiwan ha fatto esattamente questo. Ha trovato uno spazio che formalmente non esiste, lo ha occupato e ne è uscita con più interlocutori di prima. La Cina voleva impedirlo. Per una volta, il suo tentativo di alzare il costo politico dei rapporti con Taipei ha finito per rendere ancora più evidente quanto sia importante continuare ad averli.

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