“The Lunch” mostra la vera frattura americana che l’Europa continua a non capire

Una ragazza esce da un lavasecco newyorkese con un vestito infilato in una di quelle tipiche buste trasparenti con cui si consegnano i capi puliti, se la porta sulla schiena e sul retro si legge: “Take Trump America Back. 2024”. Una pubblicità mobile che si appoggia letteralmente sulle sue spalle, finchè non scompare dentro una fermata della metro. La scena è girata nell’ultimo mese della campagna elettorale americana, e dà l’idea dell’invasività della propaganda trumpiana in ogni aspetto della vita quotidiana. Ma a chi può interessare ancora sapere, dopo quasi due anni di presidenza da incubo, cosa ha spinto gli Americani a votare ancora una volta Trump?
Tanto si è detto, scritto, trasmesso e diffuso sulla nuova realtà maga che si è presa l’America, che l’uscita di un documentario sui mesi che hanno preceduto la vittoria alle urne potrebbe addirittura infastidire. Ma nel caso di “The Lunch. A Letter to America” dell’italiano Gianluca Vassallo, per poco ancora in sala, siamo molto lontani dal genere di reportage affrettati e cuciti in modo sommario, prendendo qualche testimonianza qua e là, e magari facendo commentare qualche politico o studioso che si diletta in dichiarazioni più o meno definitive.
In questo caso risulta invece ben visibile un’America poco nota, sommersa in una realtà profondamente sconosciuta da questa parte del mondo, separata da quel big beautiful ocean che la tiene a distanza dal nostro modo di intendere la politica, la cultura, e che ben poco è riuscita a penetrare in quel miracoloso dispositivo di massa che è stato il cinema americano.
Si contano sulle dita le storie che hanno anche solo sfiorato quelle comunità umane che pure sono maggioranza nella pancia obesa dell’America. Lasciamo stare gli inflazionati hillybilly dell’Ohio e le famiglie disfunzionali appalachiane su cui si sono gettati a capofitto in molti alla vigilia delle elezioni, per spiegarci l’ascesa dell’astro nascente JD Vance, autore di un libro poi diventato film che pretende di raccontare quel mondo arrugginito, e le ragioni, più o meno fasulle, che hanno fatto diventare la rust belt quel grande serbatoio di voti della per Trump, il cosiddetto eroe anti establishment, definizione che oggi, come ieri, fa venir dal ridere.
Il lavoro che fa Vassallo è all’opposto, entra direttamente nelle vite di un certo numero di testimoni scelti in varie parti di quell’America a noi sconosciuta, e li lascia parlare, muovere, interagire, lavorare, mangiare, senza una voce fuori campo che diriga alcunchè. Solo cogliendo tratti di conversazioni, e filmando con delicatezza i loro habitat, accompagnati dalle ondate intermittenti dei comizi di Trump che rimbalzano dalle radio.
Un lavoro in profondità, che ha i suoi tempi lunghi, e conta su un sapiente uso del montaggio, che alla fine della sua ora e mezza restituisce questi frammenti di vite in un ritratto compiuto. Velocemente si passa dalla scena iniziale newyorkese al South Dakota passando per il Midwest attraverso un pulviscolo di storie che comprendono una donna pastore, fiera di una comunità inclusiva, dice, spaccata a metà tra sostenitori di Trump e democratici, ma unita «nel nome di Cristo». Ai due cristiani fondamentalisti che evocano la profezia di Ezechiele e l’arrivo imminente di Cristo, quindi la necessità di tenersi pronti e di votare come Dio comanda: «gli americani si sono allontanati da Dio perché hanno preferito l’agenda degli uomini».
E viene un moto di tenerezza sentire un’attivista democratica in un comitato dell’Illinois dire sconsolata: «Non riesco a credere che questo Paese metta insieme tutti gli artisti, tutti gli scrittori, tutti gli intellettuali e tutti i sindacati e ancora dobbiamo preoccuparci che Trump vinca queste elezioni? Mi sembra impossibile!». Sembra quasi risponderle a tono un trumpiano di una piccola comunità che spiega: «La gente a cui non piace Trump mi chiede come posso votarlo di nuovo, ma io posso apprezzare le qualità del lavoro di qualcuno anche se lui non mi piace».
Al centro di questa varietà umana, c’è un fulcro narrativo che comprende due personaggi che paiono agli antipodi, il cuoco messicano di un diner di Coney Island, Eduardo e il trumpiano di ferro Robert. Un lungo percorso lungo la catena della carne bovina destinata al piatto nazionale per eccellenza, dall’allevamento, alla macellazione, fino alla riduzione in sacchetti di macinata destinati ai diner, ci porta all’incontro, unico possibile, tra Eduardo e Robert.
Quello davanti a un hamburger servito dal cuoco al cliente, “the lunch”, nel giorno clou delle elezioni. Perché come dicono tra loro alcuni amici messicani impiegati nelle catene di montaggio alimentari, 11 ore di lavoro al giorno, sei giorni alla settimana, «questa è la vita negli Stati Uniti, siamo rinchiusi in una gabbia d’oro». E se durante una telefonata il trumpiano Robert si dice convinto della vittoria perché stavolta non «possono rubarci le elezioni, altrimenti sono finiti per sempre», Eduardo sa già che se Trump vincerà, come sembra, forse vorrà rimandarlo al suo paese, la vita non sarà più la stessa, nella gabbia dorata americana.
Il documentario non risponde a nessuna facile domanda, sul perché e il come sia successo, ma rimanda in modo convincente, gli umori, i sottintesi, le diversità e le drammatiche divisioni che sottostanno al mosaico americano. Da una radio che trasmette l’ennesimo comizio rimbalza la voce di Trump: «Qualche giorno fa Joe Biden ha chiamato i nostri sostenitori spazzatura. Non si può fare il leader dell’America se non si ama l’America». Parole che oggi suonano tanto beffarde quanto scandalose, alla luce dei saccheggi quotidiani perpetrati, all’egoismo anticostituzionale che non guarda in faccia nessuno. Sui titoli che scorrono, Vassallo ha deciso di usare la voce di un poeta, Allen Ginsberg, mentre recita una lettera del 1956 indirizzata alla sua America, a quel cuore di tenebra che racchiude oscurità tanto dolorose. Allora come oggi.
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