Tra mine e inquinamenti petroliferi, il mare nello Stretto di Hormuz rischia di soffocare

Seguiamo con crescente apprensione - e non poco sgomento - le vicende geopolitiche che quotidianamente interessano lo Stretto di Hormuz, diventato il baricentro degli interessi economico-commerciale di larga parte dell’umanità.
Trascuriamo, almeno per il momento, di considerare la criticità della posizione geostrategica che si riflette sullo Stretto e i relativi tentativi, finora purtroppo andati tutti falliti, di trovare una soluzione diplomatica alla guerra in corso, seguendo le ordinarie per vie negoziali che, sfortunatamente, ancora non si riescono a trovare. Anche dai numerosi tentativi negoziali mediati in Svizzera dall’emergente diplomazia pakistana, non è concretamente emerso nulla sotto il profilo geopolitico.
Restano e pesano come macigni, invece, i problemi legati a due fondamentali fattoti che investono quell’aree marine, tanto importante politicamente quanto delicata sotto il profilo della fragilità riconosciuta ai suoi ecosistemi marini e costieri: lo sminamento navale e la gestione delle migliaia di tonnellate di crude oil e degli altri carichi inquinanti sversati in mare quale conseguenza di fatti bellici e anche, in minor parte, dovute alle lunghissime attese in rada di centinaia e centinaia di unità commerciali, costrette a gravitare in quell’area senza poterla lasciare se non con gravi rischi di essere colpiti da droni e/o missili o, ancora peggio, di esplodere al contatto con qualche mina.
Per trovare un paragone dei quantitativi di petrolio finiti in mare, occorre risalire indietro nel tempo per arrivare alla prima guerra dell’Iraq (1991) quando furono deliberatamente sversati in mare tra i 4 e gli 8 milioni di barili di petrolio (circa 480.000 – 800.000 metri cubi), aprendo le valvole dei terminali petroliferi e danneggiando le petroliere presenti in quei porti e terminal petrolchimici allo scopo di bloccare un eventuale sbarco anfibio della coalizione.
I dati sull’inquinamento marino da idrocarburi, che qualche centro di ricerca riesce a raccogliere e a pubblicare, mostrano gravi sversamenti di prodotti altamente inquinanti le cui operazioni di contenimento prima e raccolta poi richiedono mezzi navali adeguati, un expertise altrettanto specializzata e, naturalmente, mesi di lavoro coordinato e continuativo per bonificare, almeno parzialmente, quella vasta area di mare e coste.
Le necessarie (e non più rinviabili) operazioni di sminamento marino (mine hunting) richiedono l’impiego di strumenti a elevata tecnologia, come droni subacquei teleguidati, oltre ai sistemi sonar avanzati “Side Scan Sonar” (SSS), necessari alla mappatura dei fondali, operazione propedeutica per poter procedere ad individuare le mine, una ad una; insomma, sono necessari l’impiego di elicotteri e navi specializzate per attivare o rimuovere mine di superficie, d'acqua o di fondo.
L’enormità dell’impegno necessario a potar avanti una simile impresa richiede un’azione corale, che veda la partecipazione di molte marine militari, che dovranno essere coordinate e dirette da un’entità sovrannazionale super partes. Molte delle marine internazionali, inclusi i cacciamine italiani, unità ad elevata capacità di scoperta, hanno stimato un impegno prolungato, che potrebbe variare da settimane fino a diventare mesi, prima di poter dichiarare che le rotte commerciali siano state ripristinate e sicure. Si capisce a intuito che le Società di assicurazioni marittime su questo punto vorranno aver prima garanzie certe, per poter stipulare contratti navali di copertura dai cosiddetti “rischi bellici eventuali”.
Conosciamo – molto bene – le tecniche e le modalità operative per poter intervenire: non possiamo ancora indugiare; il nostro costante tentativo di stimolare e richiamare gli organismi internazionali preposti all’antinquinamento marino, da queste colonne, non è mai mancato; mancano, purtroppo, le volontà di procedere da parte dei decisori politici. I nostri rappresentati nei parlamenti nazionali e comunitari, si sono dimostrati fino ad ora molto distaccati – per usare un eufemismo – rispetto alla gravità della situazione in atto e che va ribadito, per inciso, non riguarda soltanto il Golfo Persico: gli stessi problemi si riscontrano nel Mar Rosso, nel Mar Nero e nel Mar d’Azov.
Il tempo scorre in fretta e i danni ambientali, conseguentemente, s’incrementano con altrettanta rapidità. A Ceuta, nel caos generato da quell’enorme ed imprevedibile marea umana di migranti irregolari che tentavano di raggiungere l’exclave spagnola, ad un certo punto, sono apparsi le panne antinquinamento (tubi di plastica di colore arancione) adoperati non per contenere idrocarburi o altri prodotti inquinanti – come sarebbe nella loro natura – ma usati come barriera meccanica per uomini, donne e bambini, in modo da impedir loro di raggiungere la riva.
Abbiamo ragione di ritenere che le dotazioni antinquinamento apparse a Ceuta siano le stesse che il National Focal Point per l’antinquinamento marino (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) custodisce a Ravenna, acquistate dall’EMSA (European Maritime Safety Agency), e che teniamo pronte all’uso nell’eventualità una seria emergenza nazionale.
Ecco, a noi piacerebbe che quelle dotazioni, stoccate in Italia e anche le altre stoccate nei porti dell’Unione europea dell’area mediterranea venissero, al più presto, dirottate e adoperate verso le zone di mare inquinate del Medioriente; questa volta però non per fermare uomini e donne ma per arginare l’inquinamento marino, molto più dannoso per gli ecosistemi marini e costieri.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)