Trevor Roth non esiste, ma il suo caso racconta il futuro dello spionaggio

Nell’estate del 2025 un candidato che si firmava Trevor Roth ha superato senza intoppi il processo di selezione per un posto da remoto alla Exabeam, una società di cybersicurezza californiana: colloquio tecnico, verifica dei precedenti, controllo dei documenti. Il team che lo aveva intervistato ha notato solo un dettaglio curioso, durante il colloquio video: la qualità un po’ troppo fluida delle sue risposte, come se a suggerirgliele fosse un sistema di intelligenza artificiale in tempo reale. Non è bastato a fermare l’assunzione. Roth ha ricevuto un portatile aziendale e ha iniziato a lavorare. Il suo primo giorno è stato anche l’ultimo. Il sistema di threat intelligence dell’azienda ha segnalato che il suo nome utente era già associato ad attività note di un gruppo nordcoreano. Gli analisti, scettici più che allarmati, hanno isolato il dispositivo per cautela: «Ci siamo detti: forse abbiamo solo preso la persona sbagliata», ha raccontato in seguito il chief information security officer di Exabeam, Kevin Kirkwood, alla conferenza RSA di San Francisco, in California.
Nel frattempo, però, la piattaforma di monitoraggio della sicurezza aziendale aveva iniziato a generare una serie di allarmi scollegati tra loro: un file scaricato da un sito Zoom compromesso, un tentativo di connessione a una VPN di terze parti, l’installazione di un software di desktop remoto, l’avvio di un servizio di streaming. Presi singolarmente, segnali di questo tipo si perdono nel rumore di fondo di qualsiasi rete aziendale. Nova, l’agente IA investigativo integrato nei sistemi di Exabeam, li ha invece correlati in pochi secondi, restituendo agli analisti una diagnosi netta: il comportamento corrispondeva al precursore tipico di un insider compromesso, con un elenco di sei azioni da intraprendere immediatamente. Un’indagine che, secondo Kirkwood, avrebbe richiesto tre o quattro ore di lavoro umano è stata completata dalla macchina prima che gli analisti finissero il caffè.
Da quel momento, però, il lavoro è tornato umano. Per cinque ore il team di incident response ha osservato in diretta l’operativo nordcoreano installare software di comando e controllo e tentare di rubare dati – un’attesa che Kirkwood ha paragonato a guardare un incontro di boxe dalla platea – prima di bloccare definitivamente il dispositivo. Gli indicatori di compromissione raccolti, insieme all’indirizzo di Austin, in Texas, a cui l’operativo aveva chiesto di spedire il portatile aziendale, sono finiti sul tavolo del Federal Bureau of Investigation. Una settimana dopo, il Bureau ha smantellato in quella zona una laptop farm – una delle centinaia di operazioni con cui Pyongyang infiltra lavoratori IT nelle aziende americane, sia per finanziare il programma nucleare del regime sia per rubare proprietà intellettuale quando l’occasione si presenta.
Il caso di Trevor Roth – pseudonimo concesso dalla testata che per prima lo ha raccontato, TechTarget, per proteggere la vittima del furto d’identità – è minore nella sua portata: un solo operativo, un solo fornitore, nessuna vittima collaterale di rilievo. Ma è quasi un esperimento controllato di ciò che una serie di pubblicazioni dell’intelligence occidentale ha messo a fuoco, in modo indipendente, negli ultimi dodici mesi: dal “Digital Case Officer” immaginato dallo Special Competitive Studies Project di Washington, al report con cui Anthropic ha rivelato la prima campagna di cyberspionaggio orchestrata in modo “agentivo” da un sistema di intelligenza artificiale, fino ad alcuni articoli pubblicati sul giornale della Central Intelligence Agency nei mesi scorsi.
Mendez, l’intelligenza artificiale ha “portato a un altro livello”: non identifica bersagli che prima erano invisibili, ma lo fa su una scala e una velocità che nessun analista umano potrebbe sostenere. Il bollettino “Safeguarding Our Secrets”, diffuso dai servizi d’intelligence dei Paesi dell’alleanza Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti) a inizio giugno, descrive i servizi cinesi che applicano esattamente questa logica su scala industriale, classificando migliaia di candidature su piattaforme professionali, a partire da LinkedIn, per individuare chi ha accesso a informazioni sensibili.
Sul lato umano, il vantaggio non si sta restringendo: si sta, paradossalmente, allargando. Uno studio pubblicato dalla rivista “Studies in Intelligence” della Central Intelligence Agency e firmato da Thomas Mulligan, ex funzionario di Langley e ora ricercatore alla Rand Corporation, sostiene che più l’intelligenza artificiale abbassa il costo di produrre documenti, identità e fonti fabbricate, più cresce il valore di una fonte la cui autenticità può essere verificata solo attraverso una relazione di fiducia costruita nel tempo – qualcosa che nessun modello linguistico è ancora in grado di simulare in modo convincente su orizzonti lunghi. Mendez lo ha detto in termini più spicci intervistata da Asia Times a inizio giugno: questo lavoro «non si può fare dal salotto di casa».
E la fase finale del caso Roth lo dimostra nei fatti: l’algoritmo ha individuato l’anomalia in pochi secondi, ma a smantellare la laptop farm di Austin sono servite settimane di indagine umana, un mandato e agenti federali sul terreno. Otto anni prima che un agente IA scovasse Trevor Roth, l’allora capo del Secret Intelligence Service (o MI6, il servizio segreto britannico per l’estero), Alex Younger – morto a giugno a sessantadue anni – ha pronunciato all’Università di St Andrews, la sua alma mater, un discorso che oggi suona meno come una previsione che come una diagnosi anticipata.
Parlando di un’epoca di «spionaggio di quarta generazione», Younger aveva detto che l’intelligence umana non sarebbe diventata superflua nell’era dell’intelligenza artificiale, ma sarebbe diventata, testualmente, «ancora più importante in un mondo più complesso». Era il dicembre 2018: ChatGPT non esisteva ancora, e «intelligenza artificiale» significava soprattutto apprendimento automatico applicato a grandi quantità di dati. Eppure l’intuizione di Younger – che la complessità generata dalla tecnologia avrebbe reso il fattore umano più scarso, e quindi più prezioso, non meno – è esattamente ciò che il 2025 e il 2026 hanno confermato. La conseguenza pratica di questa frattura non è la sostituzione del case officer ma la sua biforcazione.
Una parte del mestiere – profilazione, correlazione e targeting iniziale – si automatizza e, automatizzandosi, si democratizza. L’altra parte del mestiere – costruire una relazione di fiducia, attraversare un confine, gestire il momento in cui una fonte scopre di essere stata reclutata o un operativo capisce di essere stato scoperto – resta un monopolio umano, e diventa più rara, e quindi più preziosa, proprio perché tutto il resto si è velocizzato. Trevor Roth è stato sgominato da un algoritmo in pochi secondi. Il lavoro che ne è seguito – quello vero – ha richiesto, come sempre, delle persone
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 03/26 – “Inciviltà delle macchine”, ordinabile qui.
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