Trump contro l’Iran usa sia la pressione militare sia i negoziati

Nonostante le abituali sbruffonate di Donald Trump, la strategia americana nei confronti dell’Iran è ora più chiara. Si è articolata in una forte pressione militare, soprattutto marittima, e in parallele trattative, e presenta elementi che potrebbero risultare efficaci. Nel frattempo, un dato di rilevanza strategica fondamentale, non solo per l’oggi ma anche e soprattutto per il futuro, è rappresentato dal fatto che sono sempre più evidenti le divisioni interne al regime di Teheran.
La nuova strategia americana, verosimilmente frutto della crescente influenza dei vertici militari – soprattutto della Marina, tradizionale comparto ad altissima professionalità – che sembra aver contribuito a contenere le intenzioni più impulsive di Donald Trump, è emersa chiaramente con la concatenazione di due fatti. Due cacciatorpedinieri americani lunedì hanno attraversato lo Stretto di Hormuz e sono penetrati nel Golfo, venendo poi attaccati con missili e droni dai Pasdaran. Ma, questo è il punto focale, nonostante Trump avesse tuonato poche ore prima «se l’Iran attacca le navi statunitensi sarà spazzato via!», il giorno dopo il Segretario della Guerra Pete Hegseth ha dichiarato: «Il cessate il fuoco continua». Nessuna escalation americana in ritorsione alla sfida provocatoria dei Pasdaran: business as usual.
Dunque, le parole del pur sconclusionato Hegseth sono la riprova che una trattativa sottobanco per uno sbocco diplomatico continua, nella convinzione americana che esistano due centrali di comando a Teheran, che la componente che tratta sia minoritaria e che i Pasdaran stiano agendo in modo avventuristico, avendo bombardato sia lunedì sia martedì gli Emirati Arabi Uniti. Il giudizio sull’avventurismo del comando dei Pasdaran è peraltro condiviso dal presidente iraniano Masud Pezeshkian: voci autorevoli da Teheran riportano che sia irritato per questi bombardamenti e che abbia dichiarato: «È stata una follia, sono bombardamenti completamente irresponsabili e decisi senza la conoscenza o il coordinamento con il governo». Non solo: fonti provenienti dalla presidenza iraniana sostengono che Pezeshkian, preoccupato per le potenziali reazioni internazionali, abbia chiesto formalmente a Mojtaba Khamenei di intervenire per bloccare queste iniziative dei Pasdaran, nella convinzione che l’Iran non possa sostenere una nuova guerra su vasta scala. Infatti, attacchi unilaterali continui potrebbero scatenare una forte rappresaglia statunitense contro infrastrutture energetiche ed economiche critiche, con il rischio di una distruzione diffusa e di un crollo irreversibile dei mezzi di sussistenza, in uno scenario che, con il permanere di un doppio comando sulla crisi di Hormuz, potrebbe sfociare in una sorta di «autodistruzione militare».
Per inciso, va preso atto del fatto che il cielo degli Emirati è stato ed è difeso dal sistema israeliano Iron Dome, attivato da militari israeliani di stanza sul suolo emiratino, segno che gli equilibri in Medio Oriente sono profondamente cambiati: un Paese arabo è oggi difeso manu militari in territorio islamico da forze israeliane.
Questo quadro è la riprova che le guerre non hanno i tempi e il ritmo televisivo rapido di un talk show, e che spesso iniziano con errori di valutazione, come la sottostima americana della capacità iraniana di bloccare Hormuz, sulla quale appare plausibile che abbiano inciso anche valutazioni del Mossad e i consigli a Trump di Benjamin Netanyahu.
Ora, con tempi non brevi, si deve attendere che il dispositivo militare della Marina americana venga dispiegato per intero al di là dello Stretto di Hormuz, manovra complessa ancora in corso, e che alla nave della Maersk che è stata scortata fuori dal Golfo, nonostante i Pasdaran, si aggiungano altre petroliere coinvolte nel blocco iraniano. Se così sarà, la trattativa sottobanco, sempre in atto, potrebbe portare a uno sbocco.
A meno che – scenario non affatto escluso – la provocazione armata dei Pasdaran non superi in futuro la linea di guardia e spinga gli americani, molto pressati, come sempre, da Netanyahu in difficoltà sul piano interno, a dichiarare concluso il cessate il fuoco e a effettuare alcuni pesanti bombardamenti su nodi cruciali iraniani, non escluse nuove uccisioni mirate di alti esponenti del regime degli ayatollah.
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