Trump tratta le armi a Taiwan come merce, e sgretola la deterrenza americana

I comunicati diffusi dopo il bilaterale sino-americano a Pechino avevano in qualche modo rassicurato Taipei, la capitale di Taiwan. Il leader cinese Xi Jinping aveva usato parole dure ma prevedibili, sostenendo che una gestione sbagliata della situazione nello Stretto di Taiwan potrebbe portare a «scontri e persino conflitti». Non c’ era traccia di Taiwan, invece, nella nota diffusa dalla Casa Bianca di Donald Trump.
Ma le parole pronunciate dal presidente statunitense ai giornalisti a bordo dell’Air Force One e le sue dichiarazioni a Fox News hanno cambiato tutto. Ha anche detto di aver discusso «nei dettagli» con Xi la questione della vendita di armi a Taiwan, senza tuttavia precisare se abbia deciso di dare il via libera a un’intesa da 14 miliardi di dollari che la sua amministrazione ha finora rinviato per non irritare Pechino. «Prenderò delle decisioni. Ma, sapete, credo che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento sia una guerra a 9.500 miglia di distanza», ha spiegato. Con i cronisti al seguito, Trump ha evitato di rispondere in modo diretto a una domanda sulla possibile difesa di Taiwan in caso di attacco da parte della Cina, che la ritiene una provincia ribelle da annettere – anzi, il Partito comunista cinese parla di riunificazione nonostante non abbia mai governato l’isola. «Non voglio dirlo. Non lo dirò», ha affermato, aggiungendo che la stessa domanda gli sarebbe stata posta da Xi durante i colloqui: «Mi ha chiesto la stessa cosa oggi. Ho risposto: “Non parlo di queste cose”». Trump ha poi ribadito di non voler chiarire la posizione degli Stati Uniti: «Non voglio dirlo. C’è solo una persona che lo sa. Sapete chi è? Io».
Basterebbero queste parole a mettere in luce una nuova postura americana su Taiwan, considerata la tradizionale «ambiguità strategica» e considerato il fatto che nel 1982 il presidente Ronald Reagan promise a Taipei che gli Stati Uniti non avrebbero consultato Pechino sulle vendite di armi all’isola. «Xi ha sollevato la questione», ha detto Trump. «Ovviamente me ne ha parlato. E allora cosa dovrei fare? Dire “Non voglio discuterne con lei perché c’è un accordo firmato nel 1982”?».
Ma intervistato da Fox News ha fatto un passo in più, spiegando che le vendite di armi a Taiwan rappresentano una «ottima merce di scambio» nei rapporti tra Stati Uniti e Cina. Quanto all’accordo da 14 miliardi di dollari, «lo sto tenendo in sospeso e dipende dalla Cina», ha detto Trump, che ha scelto di definire l’isola «un luogo». «Francamente, è un’ottima merce di scambio per noi. Si tratta di moltissime armi». Il tutto, nonostante gli Stati Uniti siano vincolati dalle proprie leggi a fornire a Taiwan i mezzi per difendersi e considerino qualsiasi minaccia contro l’isola una questione di estrema gravità.
Per Taipei è uno degli scenari peggiori: quello in cui, anziché sedere al tavolo delle trattative, finisce direttamente nel menu.
La Casa Bianca e l’amministrazione si sono affrettate a spiegare che la politica degli Stati Uniti su Taiwan non è cambiata. Eppure Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, ha dichiarato ai media cinesi dopo il bilaterale che Pechino ha «percepito che la parte statunitense comprende la posizione della Cina e attribuisce importanza alle sue preoccupazioni, e, come la comunità internazionale, non appoggia né accetta che Taiwan si muova verso l’indipendenza». E ancora: «La questione di Taiwan è la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti; influenza la situazione nel suo complesso. Ci auguriamo che la parte statunitense rispetti il principio di una sola Cina e i tre comunicati congiunti sino-americani e adempia ai propri obblighi internazionali». Il presidente taiwanese Lai Ching-te ha assicurato che Taiwan non sarà «sacrificata» né «scambiata» e non rinuncerà al suo stile di vita libero e democratico «sotto pressione». «Finché la Cina continuerà a rifiutarsi di rinunciare all’uso della forza per annettere Taiwan e continuerà a espandere la sua potenza militare con l’obiettivo di cambiare lo status quo regionale e la situazione su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan, sarà necessario che gli Stati Uniti continuino a vendere armi a Taiwan», ha affermato.
Craig Singleton, senior fellow alla Foundation for Defense of Democracies, ha scritto sul Washington Post che Trump ha ragione a voler evitare una guerra con la Cina su Taiwan, ma sbaglia a credere che trattenere le armi – o minacciare di farlo – renda la guerra meno probabile. La logica della deterrenza prevede che Taiwan riceva missili, sistemi di difesa aerea, lanciatori mobili e munizioni prima che una crisi inizi: una volta che navi, aerei e unità cyber cinesi fossero in movimento, la finestra per armare adeguatamente l’isola si chiuderebbe quasi istantaneamente. «La deterrenza ritardata è deterrenza degradata», ha scritto Singleton. Se Pechino percepisce che il sostegno americano può essere rallentato o sospeso ogni volta che alza la voce, Xi ha ogni ragione per alzarla più forte – e con lei la probabilità di un errore di calcolo.
Il problema è che questa non è una dinamica isolata. È parte di un deterioramento più ampio della credibilità americana come garante della sicurezza dei propri alleati. La conduzione delle operazioni militari contro l’Iran ha già sollevato interrogativi sulla coerenza strategica dell’amministrazione, tra annunci, ambiguità e gestione pubblica contraddittoria. Ma è sul dossier ucraino che il segnale è diventato più esplicito: l’amministrazione Trump non parla più di Ucraina. Non nei comunicati congiunti, non nelle conferenze stampa, non nelle dichiarazioni dei funzionari. Il tentativo di portare Mosca a un negoziato serio con Kyijv si è rivelato velleitario. La Russia non ha accettato condizioni minime e Washington ha smesso di insistere. Una guerra in corso nel cuore dell’Europa è scivolata fuori dall’agenda pubblica americana.
Per Pechino, questi segnali si sommano. Un’America che tratta le forniture militari agli alleati come merce di scambio con l’avversario, che non riesce a sostenere un impegno in Medio Oriente senza cadere nella contraddizione, e che ha di fatto archiviato il dossier ucraino, è un’America la cui parola pesa meno. Non perché manchino le capacità militari – quelle restano intatte – ma perché manca la coerenza politica che trasforma le capacità in credibilità. E nella logica della deterrenza, la credibilità è tutto. Trattare le armi di Taiwan come moneta di scambio con il paese che la minaccia non è diplomazia spregiudicata. È l’opposto esatto della pace attraverso la forza che è il mantra dell’amministrazione Trump.
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