Un’italiana su sette ha subito violenza nell’infanzia, ma il 58% tace: cosa serve per rompere il silenzio?
Sono circa 3 milioni le donne italiane tra i 16 e i 75 anni e oltre 244mila le straniere della stessa età che dichiarano di aver subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni. E a commettere le violenze sono state soprattutto persone conosciuto e dell’ambito familiare. È questo uno dei dati che più colpisce della terza indagine sulla Sicurezza delle donne dai 16 ai 75 anni condotta dall’Istat.
Il report, relativo al 2025 conferma i risultati delle precedenti edizioni (2006 e 2014) e in particolare tenendo conto di tutte le diverse forme di violenza sessuale (costrette a posare nude e riprese, essere toccate da qualcuno nelle parti intime; essere costrette a toccare le parti intime di qualcuno e infine costrette ad avere rapporti sessuali) segnala una diminuzione rispetto al 2014.
Oltre i numeri, la riposta alla violenza
Con Sofia Leda Salati, responsabile del Centro Antiviolenza Ersilia Bronzini della Fondazione Asilo Mariuccia, abbiamo provato ad andare oltre i numeri e cercare di capire che cosa si possa fare per prevenire un fenomeno odioso come quello della violenza contro le donne e in particolare contro le giovanissime.
«Il primo punto da affrontare è leggere correttamente i dati», è la premessa di Leda Salati. Per la responsabile del Cav, infatti, quando il report Istat scrive che il 14,9% delle donne dichiara di aver subito una violenza sotto i 16 anni «non significa che oggi il 14,9% delle ragazze sotto i 16 anni subisca violenza. L’indagine è retrospettiva e raccoglie esperienze di generazioni diverse: per una donna oggi settantenne, una violenza subita prima dei 16 anni risale a più di cinquant’anni fa».
Un fenomeno radicato
Insomma, siamo di fronte a un fenomeno radicato. «Noi come Asilo Mariuccia nasciamo oltre cento anni fa proprio per rispondere a questi fenomeni. Allora c’erano le ragazze che scendevano a Milano a fare le cameriere delle famiglie nobili e benestanti e avevano come destino segnato quello di subire degli abusi. Non è un fenomeno attuale in Italia, ha una sua origine storica ben definita».

Il dato che colpisce in questa indagine Istat è il fatto che oltre il 58% di chi subisce violenza non ne ha parlato con nessuno. Per la responsabile questo – molto simile per italiane (58,4%) e straniere (58,3%) – ci ricorda che «la possibilità di raccontare una violenza non dipende soltanto dalla disponibilità di informazioni: servono condizioni concrete perché una bambina o un’adolescente possa riconoscere ciò che accade, trovare parole per dirlo e incontrare un adulto o un servizio capace di ascoltarla senza colpevolizzarla».
Leda Salti aggiunge anche che «molte delle violenze raccontate sono avvenute decenni fa, quando l’attuale sistema dei Centri antiviolenza era agli albori. Quindi il dato 0% riferito al “supporto vittime” non misura l’accessibilità dei Cav oggi».
I Centri antiviolenza e le ragazze minorenni
Viene però da chiedersi quali sono le modalità per una minorenne per rivolgersi a un Centro antiviolenza. Dalla fine del 2025 è più semplice sottolinea la responsabile: «Grazie alla legge 2 dicembre 2025, n. 181, art. 9, una vittima minorenne di violenza che abbia compiuto 14 anni può accedere a un Centro Antiviolenza senza la preventiva autorizzazione dei genitori o di chi esercita la responsabilità genitoriale, per ricevere informazioni e orientamento. Non significa che una quattordicenne possa compiere autonomamente qualsiasi atto o seguire ogni intervento esattamente come una maggiorenne», precisa. «Significa però che il primo accesso all’informazione e all’orientamento non può essere subordinato all’autorizzazione dei genitori».
Ed è una cosa di particolare importanza, soprattutto se la violenza è intrafamiliare: «L’adulto che accompagna una ragazza non coincide necessariamente con un adulto protettivo: rendere sempre indispensabile l’autorizzazione genitoriale potrebbe impedire proprio la richiesta di aiuto», avverte Leda Salati.
Va rotta la trasmissione intergenerazionale della violenza
Ma come interrompere la trasmissione intergenerazionale della violenza? Serve educazione e creare un contesto in cui le persone possano conoscere un vocabolario di affettività rispettosa nei confronti della donna. C’è certamente l’educazione affettiva con la possibilità che i bambini sperimentino l’esistenza di relazioni costruttive e sane, ma anche offrire la possibilità di comprendere la differenza tra conflitto e violenza. Per non parlare della necessità di coinvolgere gli uomini come parte attiva. La responsabile del Cav Bronzini invita a non leggere «in maniera deterministica i dati» relativi ai processi di trasmissione intergenerazionale della violenza.
Occorre intervenire su più livelli: «Educazione alle relazioni, al rispetto e al consenso; lavorare con ragazzi e uomini sugli stereotipi e sui modelli di maschilità (se ne è parlato qui); capacità degli adulti di riconoscere i segnali; scuola e servizi accessibili; ascolto competente; protezione tempestiva; possibilità per bambine e adolescenti di sapere dove chiedere aiuto». Ma soprattutto per Leda Salati si deve evitare di «parlare soltanto di “presa di coscienza delle donne”. Il riconoscimento della violenza è importante, ma la responsabilità di prevenirla e contrastarla non può essere spostata su chi la subisce».
In apertura photo by Polina Shirokova on Unsplash
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