Von der Leyen ha tracciato la strada, manca il convoglio che la percorra

I sovranisti hanno capito il discorso di Ursula von der Leyen forse meglio di molti europeisti. Paolo Borchia, capo della delegazione della Lega al Parlamento europeo, lo ha definito «oltre un’ora di supplizio», talmente lontano dalla realtà da suscitare, secondo lui, le risate di Pechino e Washington. Jordan Bardella, presidente dei Patrioti per l’Europa, ha denunciato l’esistenza di «due Europe»: quella di chi scrive le norme e quella di chi le paga. Ha chiesto frontiere più impermeabili perché «un’Europa senza muri è destinata a scomparire». Il comunicato del suo partito ha colto ancora meglio il cuore politico del discorso: il Consiglio di sicurezza proposto da von der Leyen sottrarrebbe agli Stati le loro «scelte sovrane in materia diplomatica e militare». René Aust, copresidente del gruppo Europa delle Nazioni Sovrane al quale aderisce Roberto Vannacci, ha denunciato a sua volta la perdita del controllo nazionale sulle frontiere e il declino economico prodotto dalle politiche europee. Già alla vigilia Marieke Ehlers, dei Patrioti, aveva previsto con preoccupazione che von der Leyen avrebbe chiesto «più Europa, più finanziamenti e maggiore centralizzazione».
È precisamente ciò che ha fatto. E le reazioni dei suoi avversari, pur non dimostrando la bontà di ogni singola proposta, confermano che il messaggio politico è arrivato a destinazione: l’Europa deve sottrarre poteri, risorse e decisioni alla frammentazione nazionale per diventare una potenza fra le potenze, pur senza cercare, a differenza delle altre, la supremazia nel mondo.
Il passaggio più importante del discorso non riguarda infatti una particolare direttiva o un nuovo fondo. È l’affermazione secondo cui, nella fragilità del mondo attuale, «solo l’Europa può fornire una vera sovranità agli europei». Una frase che capovolge il linguaggio dei nazionalisti. La sovranità non è ciò che gli Stati devono difendere dall’Europa; è ciò che gli Stati hanno ormai perduto e possono riconquistare soltanto attraverso l’Europa.
Nessun Paese europeo, da solo, può garantire la propria sicurezza contro la Russia, competere industrialmente con la Cina, regolare le grandi piattaforme americane, sviluppare l’intelligenza artificiale, assicurarsi materie prime ed energia o proteggere le proprie infrastrutture. La sovranità nazionale, quando non dispone della forza necessaria per tradurre le decisioni in azione, diventa una cerimonia retorica: bandiere, confini, inni e veti, ma nessun potere reale. Come dire: «Chiacchiere e distintivo».
Von der Leyen ha descritto invece l’abbozzo di un’Europa libera e forte, che sarebbe piaciuta ai padri fondatori. Ha proposto un meccanismo europeo simile all’articolo 4 della Nato per reagire ad attacchi ibridi, sabotaggi e incursioni di droni; un Consiglio di sicurezza europeo con Regno Unito, Canada, Norvegia e Ucraina; nuovi strumenti comuni per la difesa; una compagnia europea per le materie prime critiche; l’integrazione delle reti energetiche e dei mercati dei capitali; una capacità europea nell’intelligenza artificiale e nell’industria della difesa.
La proposta più visionaria, e più applaudita, è stata l’apertura al Canada come primo membro associato dell’Unione – un invito rivolto al premier canadese Mark Carney a «costruire insieme» questo nuovo status. Non è una decisione già presa. Non sappiamo ancora quale forma giuridica assumerà: la categoria di «membro associato» non esiste nei Trattati attuali, e servirà comunque l’accordo unanime degli Stati. Ma il significato politico è chiarissimo. L’Europa non è più soltanto un’espressione geografica. Può diventare il centro di una comunità delle democrazie liberali che condividono sicurezza, tecnologia, energia, difesa e politica estera.
È l’inizio possibile di un nuovo Occidente, proprio mentre gli Stati Uniti di Trump mettono in discussione il vecchio. Un’Unione federale europea potrebbe diventare il perno di una confederazione più larga, aperta al Canada, al Regno Unito, alla Norvegia e domani ad altre democrazie minacciate dagli imperialismi. Non un’alleanza contro qualcuno, ma una comunità capace di difendere la libertà dei suoi membri senza dipendere dall’umore del presidente americano di turno. La recente Conferenza Europea di Ventotene chiedeva proprio questo nel nome di Spinelli, Rossi e Colorni.
Anche sull’economia von der Leyen ha abbandonato parecchie cautele. Ha ammesso che il deficit commerciale con Pechino ha raggiunto un punto di rottura – un miliardo di euro al giorno – e che quello che alcuni chiamano ormai «il secondo shock cinese» sta già deindustrializzando il cuore dell’Europa. Ha promesso di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per riequilibrare i rapporti con Pechino, completare il mercato unico, ridurre la frammentazione bancaria, mobilitare il risparmio europeo e abbassare il costo dell’energia. Significativa anche la scelta di non contrapporre rinnovabili e nucleare: la tecnologia conta meno dell’obiettivo, che è l’indipendenza.
Naturalmente il discorso conserva una contraddizione fondamentale. Von der Leyen ha descritto l’Europa come una potenza, ma non le ha ancora dato un governo che possa esercitarla. Ha riconosciuto che le istituzioni e i meccanismi decisionali non sono più adeguati, senza proporre però la fine dei veti nazionali, una vera capacità fiscale federale, un governo comune della difesa o il rafforzamento democratico del Parlamento europeo.
Un «articolo 4 europeo» può convocare i governi, ma non obbligarli a decidere. Un Consiglio di sicurezza europeo può essere utile, ma rischia di trasformarsi nell’ennesimo tavolo intergovernativo. Un programma industriale comune ha bisogno di risorse comuni. E una politica estera esiste soltanto se qualcuno ha il potere di formularla, attuarla e risponderne davanti agli elettori.
È qui che il discorso si interrompe. Ed è qui che dovrebbe cominciare l’iniziativa dei federalisti.
Von der Leyen ha indicato la destinazione. I sovranisti hanno compreso immediatamente che la strada conduce verso una maggiore integrazione e hanno cominciato a gridare contro la centralizzazione, la burocrazia e il superstato. I governi nazionali, come sempre, appoggeranno l’Europa quando paga e la ostacoleranno quando decide.
La strada verso un’altra Europa, capace di trasformare i suoi principi in principio di azioni concrete attuate da una potenza liberale e democratica, coprotagonista del destino del mondo, è stata tracciata. È una bella strada. Manca soltanto il convoglio federalista che cominci finalmente a percorrerla con l’abolizione dei veti, bilancio federale, difesa comune, politica estera unica, potere legislativo pieno al Parlamento e un esecutivo europeo responsabile davanti agli elettori.
Il Congresso dell’Europa annunciato per il settantesimo anniversario dei Trattati di Roma potrebbe essere l’occasione. Ma a condizione che non diventi un’altra celebrazione della gloriosa incompiutezza europea.
Von der Leyen ha detto che dobbiamo riprendere in mano il nostro avvenire. Ha ragione. Ora bisogna costruire il convoglio e accenderne il motore. Chi da sempre sostiene la necessità degli Stati Uniti d’Europa ha oggi buone carte in mano per giocarsi la partita negli anni che ci separano dalle prossime elezioni europee.
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