C’è ancora tempo per costruire una vera alternativa al bipopulismo

Maggio 09, 2026 - 05:06
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C’è ancora tempo per costruire una vera alternativa al bipopulismo

Il bipopulismo italiano lascia poco spazio libero all’intercapedine centrista che divide il centrodestra dal centrosinistra. C’è però molta vita dentro quella piccola fessura, solo che il moto anziché centripeto, rivolto cioè ad espandersi e rafforzarsi all’esterno, è purtroppo ancora centrifugo e si avviluppa su sè stesso.

E pensare che Matteo Renzi da tempo ha tolto il disturbo, e ha scelto di andarsene a rimestare le acque torbide del centrosinistra. Ci si rivedrà, se possibile, dopo un lungo giro. Per i terzisti sarebbe oggi un problema in meno, ma questo non ha certo chetato umori e passioni, individualismi ed egoismi del fu Terzo Polo.

Sono pronti tutti a darsele di santa ragione, con stupore dei loro potenziali elettori. I calendiani per complesso di superiorità, i marattiniani per orgoglio, quelli di Ora per reazione ai distinguo altezzosi dei potenziali compagni di viaggio. Altri, tipo Ernesto Maria Ruffini, non pervenuti, perché sperano in una chiamata dall’alto. Eppure, la domanda politica c’è. Ogni mese che passa, i due poli cosiddetti maggiori offrono motivi di scoraggiamento se non repulsione nelle rispettive basi, a cui vien sempre più voglia di cambiar casa, o stare a casa.

Il collante a destra è il potere attuale, a sinistra quello futuro (surreale che si parli di toto-ministri a sinistra, anche se certi nomi che circolano fanno accapponare la pelle: Maurizio Landini al Lavoro e patrimoniale, Angelo Bonelli all’Ambiente e non sviluppo), ma l’accordo interno sostanziale continua ad essere sempre più labile. Fare un programma comune è davvero un’acrobazia. Se si volesse fare una cosa seria sarebbe impossibile. Un Paese nella tempesta internazionale come il nostro, non può permetterselo.

Ecco allora il paradosso. Quelli che la pensano in modo diverso stanno insieme, quelli che convengono sui valori e principi, tendono ad essere gli uni contro gli altri. La scusa è la legge elettorale che manca, ma può un’operazione politica dipendere solo dall’uno per cento in più o in meno nello sbarramento?

Si dice che, dopo il riavvicinamento dei sondaggi sui due poli conseguente allo schiaffo referendario stanno diventando determinanti il tre per cento di Carlo Calenda e il tre e qualcosa di Roberto Vannacci. Per ora sembra verosimile, così come l’ipotesi pareggio che ne sarebbe la premessa. Non apparteniamo personalmente alla schiera di quelli che di un pareggio eventuale si scandalizzano a priori. Il passo successivo potrebbe essere infatti una prova della verità in campo programmatico, con la scomposizione degli schieramenti oggi ossificati. E magari sarebbe un bene.

Possibile che solo i fratelli Berlusconi siano fautori di questo cambiamento, volendo almeno sottrarre la creatura di papà all’eterno rassegnato traino degli estremisti di coalizione?

Resta il fatto che il centro non deve rinunciare a priori a percentuali più significative e sarebbe soprattutto imperdonabile una ripetizione di quanto già visto alle elezioni europee. Ora come ora, al centro c’è Carlo Calenda, che si distingue per una sempre più convinta critica verso entrambi i poli, aiutato dai medesimi, per alcuni punti fissi, a cominciare dalla denuncia sistematica dell’inconsistenza culturale dei post grillini.

È il punto di maggiore forza nella competizione con Matteo Renzi, che in materia è segretamente ancor più severo dell’ex amico, ma pubblicamente si fa andar bene persino il camaleonte demitian-radical-salviniano Giuseppe Conte.

Ma come può Carlo Calenda acquisire un’indispensabile maggior massa critica se è costretto a piccoli numeri compatti rispetto alla leadership di un piccolo arcipelago di cui sarebbe comunque il personaggio di maggior spicco? Questa doveva essere la primavera dell’accordo con Luigi Marattin, per trovare forme e modalità per presentarsi uniti, non solo per colpire uniti, alle politiche del 2027. Perché colpire sparpagliati facendo male a sé stessi è già accaduto.

Non se ne sta neppure parlando, anche se in periferia molti soggetti dei due gruppi si incontrano e trovano spesso punti di intesa, talora contraddetti dalle scomuniche di vertice. Luigi Marattin è troppo piccolo? Tutto è relativo. I sondaggisti seguono l’un per cento di Maurizio Lupi con la lente degli entomologi e il sostegno del Corriere della Sera, ma forse è più interessante il progresso di un partitino nato ieri.

Eppure, sui piccoli numeri sentiamo cose quanto meno contraddittorie. Alla presentazione pubblica del libro di Calenda, Romano Prodi ha pensato di essere spiritoso e pungente facendo notare che un centro con pochi punti percentuali non conta. Ha reiterato un paio di volte la domanda con aria furbetta. Matteo Renzi è andato giù ancora più pesante dicendo che l’unico centro che conta è quello al trenta per cento della Democrazia Cristiana. Cosa talmente sganciata da una visione storica da ridursi ad una battuta non riuscita.

Eppure, lo stesso Romano Prodi, nella successiva uscita per le celebrazioni del Corriere a Bologna, ha lanciato bordate di peso equivalente contro centrodestra e centrosinistra. Se non gli vanno bene i due poli perché ironizza sull’ex terzo? Se si pensa il peggio possibile dei due giganti d’argilla della scena attuale, è davvero senza senso lavorare per un centro forte, che guardi a quel dieci per cento di cui tutti riconoscono l’esistenza?

C’è ancora un po’ di tempo per mettersi insieme. Il bello, per gli abitanti del pertugio restato aperto tra i due blocchi, è che non ci sono sacrifici programmatici troppo gravi da fare. L’accordo su quello si può conseguire in un pomeriggio, senza raccontare – come gli altri – balle spaziali inconciliabili.

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