Contro la disinformazione Burnham punta sulla resilienza della società

Per Andy Burnham la vulnerabilità di una società alla disinformazione non si misura soltanto davanti a uno schermo. Dipende anche da quanto quella società è fragile fuori dalla rete: dal costo della vita, dalla condizione dei giovani che non studiano e non lavorano, dalla fiducia nelle istituzioni. È anche per questo, secondo il premier britannico, che le campagne di influenza straniere possono trovare terreno fertile.
Il tema è emerso nel discorso pronunciato da Burnham all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha annunciato la creazione di un National Centre for Information Defence. Il nuovo centro dovrà «individuare, attribuire e interrompere» le operazioni informative ostili condotte da potenze straniere contro il Regno Unito, con particolare attenzione alla Russia. Nel mirino ci sono reti coordinate di account, siti falsi, deepfake e campagne di influenza online.
L’annuncio arriva mentre a Londra è in corso una discussione più ampia su come organizzare la difesa dello spazio informativo britannico. In un’analisi pubblicata ad agosto, il Royal United Services Institute (Rusi) aveva sostenuto la necessità di una struttura permanente capace di occuparsi delle minacce informative, superando la tradizionale separazione tra sicurezza interna, politica estera, intelligence e regolazione delle piattaforme.
Per il Rusi, la risposta deve muoversi su due piani. Da una parte c’è la information resilience della società: istruzione, alfabetizzazione digitale, qualità dell’informazione, fiducia nelle istituzioni e capacità dei cittadini di riconoscere le manipolazioni. Dall’altra c’è la risposta alle minacce vere e proprie: individuare le campagne, attribuirle e intervenire per renderle meno efficaci.
È soprattutto questo secondo livello a rendere interessante il progetto di Burnham. La parola scelta dal premier è disrupt: interrompere. Non limitarsi dunque a capire che una campagna esiste o a spiegare pubblicamente da dove proviene, ma avere una capacità concreta di contrastarla.
Il punto, però, non è soltanto rimuovere un contenuto falso. La sfida è risalire alla macchina che lo produce e lo amplifica: reti di account, siti costruiti ad hoc, finanziamenti e infrastrutture digitali. È una differenza importante, soprattutto con l’intelligenza artificiale, che sta abbassando i costi e aumentando la scala delle operazioni di influenza. Una struttura molto più piccola può oggi produrre e distribuire contenuti con una capacità che fino a pochi anni fa richiedeva apparati molto più grandi.
Il nuovo centro dovrà quindi necessariamente lavorare anche fuori dal governo. Piattaforme, ricercatori, giornalisti, laboratori di intelligenza artificiale e società civile possono intercettare segnali che gli apparati pubblici non vedono. Il problema sarà costruire una capacità di risposta senza trasformarla in uno strumento di controllo del dibattito politico interno.
Non è ancora del tutto chiaro quale sarà la forma del National Centre for Information Defence. Burnham ha parlato di un centre, mentre diversi media lo hanno descritto come una nuova agenzia. La struttura potrebbe invece nascere all’interno dell’apparato governativo. La differenza non è soltanto burocratica: da questa scelta dipenderanno poteri, responsabilità e forme di controllo parlamentare.
Anche il rapporto con le piattaforme sarà decisivo. Una parte della capacità di disruption passerà inevitabilmente dalla collaborazione con le società tecnologiche, ma proprio questo è uno dei terreni più delicati del dibattito britannico: dove finisce la cooperazione tra governo e piattaforme e dove comincia l’intervento dello Stato sul discorso pubblico?
Il Regno Unito dispone già di strumenti giuridici per contrastare alcune forme di interferenza straniera. Il National Security Act del 2023 ha introdotto un reato specifico di foreign interference. Ma, come ha osservato il Rusi, l’applicazione concreta di queste norme può essere complessa, soprattutto quando occorre dimostrare il legame con una potenza straniera e ricostruire l’intera catena dell’operazione.
È qui che l’annuncio di Burnham si inserisce nel dibattito britannico: non soltanto nella ricerca di nuove leggi, ma nella costruzione di una capacità dello Stato di utilizzare quelle esistenti e coordinare intelligence, polizia, governo e piattaforme.
Il modello a cui guardare è in parte quello del National Cyber Security Centre, nato per concentrare competenze e informazioni sulla sicurezza cibernetica e diventato nel tempo un punto di raccordo tra apparato pubblico e settore privato. L’idea, nel caso dell’information defence, sarebbe simile: trasformare un insieme di attività oggi distribuite tra diversi soggetti in una capacità nazionale riconoscibile.
Ma il messaggio politico di Burnham va oltre la sicurezza. Se la disinformazione attecchisce più facilmente dove ci sono sfiducia, precarietà e isolamento, allora contrastarla non significa soltanto bloccare un bot o identificare un deepfake. Significa anche ridurre le condizioni che rendono una società più vulnerabile alla manipolazione.
È questa la scommessa britannica: trattare la difesa dello spazio informativo non come un problema soltanto tecnologico, ma come una componente della sicurezza nazionale e, insieme, della tenuta sociale del Paese.
L'articolo Contro la disinformazione Burnham punta sulla resilienza della società proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)