Trump accentra tutto, e il Consiglio per la sicurezza nazionale si svuota

Marco Rubio ha finalmente anche il titolo. Donald Trump lo ha formalizzato come suo consigliere per la sicurezza nazionale, dopo che per oltre un anno il segretario di Stato aveva svolto l’incarico ad interim. Rubio diventa così ufficialmente il primo titolare dei due ruoli contemporaneamente dai tempi di Henry Kissinger. Ma la notizia racconta soprattutto qualcosa di più ampio: lo stato del Consiglio di sicurezza nazionale, il centro della macchina americana che dovrebbe coordinare politica estera e sicurezza nazionale.
Perché il paradosso è che Rubio si trova ora a dirigere formalmente un organismo che l’amministrazione Trump ha profondamente ridimensionato. Nel 2025 la Casa Bianca ha licenziato decine di funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale, riducendone il personale di oltre la metà. La struttura che per decenni ha avuto il compito di mettere attorno allo stesso tavolo dipartimento di Stato, Pentagono, intelligence, Tesoro e altre agenzie è diventata molto più piccola e meno centrale nel processo decisionale.
Non è una questione soltanto burocratica. Il Consiglio di sicurezza nazionale serve proprio a impedire che pezzi diversi dell’amministrazione conducano politiche diverse. È il luogo nel quale le agenzie portano le proprie posizioni, si confrontano e arrivano alla Casa Bianca con un quadro comune. Se quel meccanismo si indebolisce, il rischio è che prevalga chi riesce a parlare direttamente con il presidente.
E la necessità di coordinare le agenzie è diventata ancora più importante perché la sicurezza nazionale non si divide più facilmente per competenze nell’era delle minacce ibride. Un attacco informatico può avere conseguenze economiche e militari, una campagna di disinformazione può essere collegata a un’operazione di intelligence, una crisi energetica può diventare uno strumento di pressione geopolitica. Le varie agenzie possono avere pezzi diversi della stessa storia. E se quei pezzi non vengono messi insieme, il rischio non è soltanto che due uffici facciano la stessa cosa: è che nessuno abbia una visione completa della minaccia e delle conseguenze di una decisione.
Il problema del Consiglio di sicurezza nazionale di Trump non sembra essere soltanto che sia troppo piccolo. È che il suo tradizionale processo interagenzia non funziona più come prima. Le riunioni sono state ridotte, i funzionari di carriera spesso non hanno chiaro che cosa ci si aspetti da loro e i diversi centri di potere possono approfittare dei vuoti lasciati dal sistema.
A Washington, nelle conversazioni con funzionari ed esperti, il quadro che emerge è ancora più semplice: il Consiglio di sicurezza nazionale può coordinare fino a un certo punto, se il presidente non vuole essere coordinato.
Trump tende ad accentrare. Parla direttamente con un numero ristretto di persone, mantiene aperti più canali contemporaneamente, cambia posizione rapidamente e spesso decide all’ultimo momento. In un sistema del genere il processo interagenzia dovrebbe essere ancora più robusto, proprio per mettere davanti al presidente tutte le opzioni e tutte le conseguenze prima della decisione. Invece è stato indebolito.
I casi del 2025 hanno mostrato cosa può significare concretamente. Il Pentagono avviò una revisione dell’accordo Aukus, con Australia e Regno Unito, senza che gli altri pezzi dell’amministrazione fossero adeguatamente preparati; la sospensione delle forniture di armi all’Ucraina da parte del segretario alla Difesa Pete Hegseth arrivò senza un coordinamento preventivo con la Casa Bianca e sorprese anche alleati e membri del Congresso. Sul Venezuela, inoltre, Marco Rubio e l’inviato speciale Richard Grenell si trovarono a negoziare con Caracas su binari diversi.
Il punto non è stabilire quale delle singole decisioni fosse giusta o sbagliata. È capire come ci si arriva.
La debolezza del Consiglio di sicurezza nazionale diventa particolarmente significativa proprio perché Trump non è un presidente che ama procedure rigide e catene decisionali lineari. Un presidente che decide in modo fortemente personale ha bisogno di una macchina capace di raccogliere le informazioni, confrontare le posizioni delle agenzie e poi tradurre le sue decisioni in una politica coerente. Altrimenti l’accentramento non produce necessariamente maggiore controllo: può produrre più competizione attorno al presidente.
La stessa amministrazione ha rivendicato il ridimensionamento del Consiglio di sicurezza nazionale come un modo per eliminare burocrazia e accelerare le decisioni. Rubio aveva detto nel 2025 che il Consiglio sarebbe stato meglio posizionato per coordinarsi con le agenzie. Ma le analisi successive hanno mostrato quanto sia difficile separare la velocità dalla capacità di coordinamento.
La nomina di Rubio può quindi rappresentare un tentativo di ricostruire almeno in parte quel coordinamento. Negli ultimi mesi, infatti, il segretario di Stato ha rafforzato la propria influenza sul Consiglio di sicurezza nazionale, portando nell’organismo anche alcuni suoi collaboratori di fiducia.
Ma resta una contraddizione di fondo. Rubio ora cumula il dipartimento di Stato e il Consiglio di sicurezza nazionale: è contemporaneamente uno dei principali attori della politica estera americana e l’uomo incaricato di coordinarne gli altri protagonisti.
Il vero test, dunque, non sarà il nuovo titolo di Rubio. Sarà capire se il Consiglio di sicurezza nazionale tornerà a essere quello che dovrebbe essere: non un altro centro di potere vicino a Trump, ma il luogo nel quale i diversi pezzi della macchina americana sono costretti a parlarsi prima che sia il presidente a decidere.
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