Crisi Lululemon, ora è scontro aperto tra il board e il fondatore Wilson. Per l’azienda avrebbe “prospettive anacronistiche”
C’è forse qualcosa di ironico nel fatto che un brand nato intorno alla filosofia dello yoga si ritrovi al centro di una delle battaglie societarie più accese del momento. Lululemon Athletica, il marchio canadese che ha trasformato i pantaloni da yoga in un fenomeno culturale globale, sta attraversando una crisi importante – e lo fa con il proprio fondatore schierato apertamente contro il consiglio di amministrazione. Come riportato dalla stampa internazionale, il conflitto sarebbe esploso la settimana scorsa, quando la società ha depositato un documento presso la Sec (la Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari degli Stati Uniti) rispondendo pubblicamente, per la prima volta in modo strutturato, alle accuse di
Chip Wilson.
Il messaggio – riportato da Reuters e contenuto in una lettera agli azionisti – non lascia spazio alle interpretazioni: il fondatore ha “prospettive anacronistiche” su come posizionare il brand e presenta “preoccupanti conflitti di interesse”. A inasprire – e, dal lato Wilson, a causare – la situazione è però l’evidenza di un periodo complesso per il gruppo di Vancouver, il cui titolo ha perso oltre il 62% negli ultimi dodici mesi, scivolando da un massimo a 52 settimane di 340,25 dollari fino ai minimi recenti intorno a 119 dollari, ai livelli più bassi dell’anno. Da inizio 2026, il calo supera il 40 per cento. La capitalizzazione di mercato si è assottigliata a circa 14 miliardi di dollari.
“Wilson, che ha cessato di far parte del consiglio di amministrazione oltre un decennio fa per ragioni ben documentate, attacca da molti anni l’azienda e il cda, danneggiando il marchio e recando pregiudizio agli azionisti. Ora ha presentato tre candidati alternativi nel tentativo di riottenere quella maggiore influenza sull’azienda che ha sempre ambito sin da quando se n’è andato”, si legge nella lettera, visionata dalla Cnbc.
“Il vostro consiglio è fermamente convinto che sostituire uno qualsiasi degli amministratori di Lululemon con i candidati meno qualificati del signor Wilson significherebbe avallare le sue prospettive errate, privare l’azienda di competenze e conoscenze fondamentali e rischiare di compromettere i nostri progressi in un momento particolarmente cruciale per la nostra attività e la nostra organizzazione”.
Wilson, che ha fondato l’azienda nel 1998 e attualmente detiene l’8,6% del capitale, ha depositato alla Sec dati ancora più impietosi: secondo i suoi calcoli, negli ultimi cinque anni il brand avrebbe distrutto circa 17 miliardi di dollari di valore per gli azionisti, con otto trimestri consecutivi di vendite piatte o in calo nelle Americhe. Nel quarto trimestre la flessione nella regione è stata del 4%, con un -1% per l’intero anno, a fronte invece di un aumento del 22% delle vendite internazionali nell’esercizio 2025 e del 17% nel quarto trimestre. A destare preoccupazione era stato anche il calo della marginalità nell’ultimo trimestre, dove l’utile operativo è diminuito del 22% a 812,3 milioni di dollari, mentre a livello annuale il calo si è mantenuto sul 12%, a 2,2 miliardi di dollari.
La crisi ha radici più profonde: errori di design, un’offerta percepita come sempre meno fresca e una concorrenza che ha saputo occupare esattamente lo spazio lasciato libero. Marchi come Alo Yoga e Vuori hanno attratto la clientela più giovane e quella più attenta all’estetica, erodendo quella aura di coolness che per anni era stato il vero asset intangibile di Lululemon. “Una delle massime priorità per il team di gestione all’inizio dell’anno è il ritorno alla crescita delle vendite a prezzo pieno in Nord America, attraverso una serie di misure che includono l’introduzione di nuovi prodotti, la riduzione del numero di Sku e il riequilibrio dei livelli di inventario”, aveva dichiarato l’allora co-CEO ad interim Meghan Frank durante una conference call successiva alla pubblicazione dei risultati.
A una situazione già instabile si è aggiunto il cambio di vertice: a inizio 2026, il CEO Calvin McDonald ha lasciato dopo sette anni. La gestione transitoria è stata affidata a due co-CEO in attesa di una figura definitiva. Ad aprile, la scelta è caduta su Heidi O’Neill, storica dirigente Nike. Una scelta che, come ricorda Cnbc, il mercato non ha accolto bene: il titolo è crollato dell’11% il giorno dell’annuncio. “Assumendo il ruolo di CEO a settembre, il mio compito sarà quello di consolidare queste basi, accelerando le innovazioni di prodotto, rafforzando la rilevanza culturale del marchio e sbloccando la crescita nei mercati di tutto il mondo”, aveva commentato la neo-manager in una nota.
Chip Wilson ha fondato Lululemon nel 1998 a Vancouver, costruendo un brand che ha letteralmente inventato una categoria. Ha lasciato il consiglio nel 2015 – non senza polemiche – ma non ha mai davvero smesso di tenere d’occhio la sua creatura. Da diverso tempo sostiene che il board “non capisce il brand”. A fine aprile aveva persino depositato una propria lista di tre candidati indipendenti, chiedendo agli azionisti di votarla all’assemblea annuale. Azioni che non hanno certo incontrato il favore della società: “Le sue azioni hanno danneggiato il brand e nuociuto ai soggetti che afferma di rappresentare: azionisti, clienti e dipendenti. Eleggere uno qualsiasi dei candidati proposti dal signor Wilson significherebbe avallare le sue visioni errate», ha scritto la società in una lettera agli azionisti citata da Reuters.
Come riportato dall’agenzia britannica, la società e Wilson hanno a lungo tentato di trovare un accordo per porre fine al tentativo di quest’ultimo di insediare tre consiglieri nel consiglio di amministrazione. La settimana scorsa Lululemon ha reso noto che Wilson aveva risposto alla sua proposta con controproposte definite “un netto allontanamento” rispetto alle discussioni precedenti. Oltre alla lista di candidati, stando al documento depositato, l’ex numero uno chiedeva incontri trimestrali con il nuovo amministratore delegato e con diversi consiglieri.
Wilson replica che le parti erano “sostanzialmente in accordo” ancora venerdì scorso e che il board non gli ha spiegato dove si trovino i punti di disaccordo. “L’idea che io voglia dettare la strategia a Lululemon è semplicemente sbagliata”, ha dichiarato. Intanto Cnbc ha rivelato che nell’ultima proposta la società si era spinta fino a offrire due dei candidati di Wilson – rispetto all’iniziale offerta di uno solo – e la creazione di un advisory brand council. Non è bastato.
Wilson non è però l’unico a nutrire uno spirito critico rispetto alla governance di Lululemon. Elliott Investment Management, il potente fondo attivista americano, aveva costruito l’anno scorso una posizione superiore al miliardo di dollari nel capitale della società e aveva spinto per la nomina come CEO di Jane Nielsen, ex dirigente di Ralph Lauren.
Nel frattempo la società ha cercato di rafforzare il board con due nuovi consiglieri e ha fissato per il 25 giugno 2026 la data dell’assemblea annuale. In quella sede gli azionisti saranno chiamati a scegliere tra i tre candidati della società – tra cui Chip Bergh, ex CEO di Levi Strauss – e la lista di Wilson, a meno che le due parti non trovino un accordo prima.
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