Dai fiumi al mare: cosa è successo dopo il mega-incendio del Montiferru e della Planargia in Sardegna

Il nuovo studio “Land–sea connectivity after megafire: Post-fire runoff-associated nutrient pulses and short-term responses in Mediterranean coastal ecosystems”, pubblicato su Marine Pollution Bulletin da un team di ricercatori italiani e spagnoli guidato da Simone Farina della Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN), del CNR-IAS B e del National Biodiversity Future Center (NBFC), ha valutato gli impatti dopo il megaincendio che nel luglio 2021 ha bruciato oltre 12.200 ettari nel Montiferru e nella Planargia, in Sardegna, scoprendo che possono arrivare fino al mare attraverso i fiumi.
Alla SZN spiegano che «La ricerca ha seguito ciò che è accaduto nei bacini incendiati, nei fiumi e lungo la costa dopo le prime piogge intense. Nel novembre 2021, il dilavamento dei terreni bruciati è stato accompagnato da marcati aumenti di nutrienti nelle acque fluviali, in particolare fosforo totale e azoto totale disciolto. Nelle acque costiere sono state osservate variazioni più deboli e temporanee, senza evidenze di un arricchimento persistente».
Farina evidenzia che «Abbiamo osservato un segnale molto evidente nei fiumi, mentre in mare gli impulsi sono risultati più deboli e temporanei. Questo mostra quanto sia importante osservare l’intero sistema e non considerare separatamente ambiente terrestre e ambiente marino».
I ricercatori hanno analizzato la clorofilla-a stimata da satellite tra il 2015 e il 2024, confrontando i siti collegati ai bacini incendiati con quelli di controllo. La clorofilla-a è stata utilizzata come indicatore indiretto della variabilità del fitoplancton e dicono che «Sono state rilevate alcune anomalie locali. Considerate nel contesto dell’intera serie temporale e del confronto con i siti di controllo, queste variazioni non mostrano però una risposta specifica e coerente attribuibile all’incendio. I risultati non consentono quindi di attribuire al megaincendio un aumento generalizzato del fitoplancton o una fioritura algale lungo la costa studiata».
La risposta più evidente è stata osservata nelle foreste intertidali formate da macroalghe del genere Ericaria. Prima delle principali piogge autunnali, i ricercatori avevano predisposto quadrati permanenti di 10 × 10 centimetri e, in alcuni di essi, rimosso la copertura algale per seguirne la ricolonizzazione nel tempo. Dallo studio emerge che «Il recupero di Ericaria nei quadrati sperimentali è stato più rapido nei siti collegati ai bacini incendiati rispetto ai siti di controllo. Nel giugno 2024 la copertura media nei quadrati in recupero aveva raggiunto il 25,6% nei primi e il 15,4% nei secondi. Questa differenza è compatibile con una temporanea maggiore disponibilità di nutrienti, ma non permette di attribuire direttamente il recupero al dilavamento dei terreni incendiati: possono aver contribuito anche le caratteristiche locali e le condizioni idrodinamiche».
Inoltre, in un sito esposto è stata osservata una temporanea riduzione della luce subacquea e «Le analisi isotopiche di alcune macroalghe e della Posidonia oceanica hanno mostrato differenze spaziali compatibili con variazioni locali nella disponibilità di nutrienti. Le risposte nella struttura delle praterie di Posidonia, delle comunità delle scogliere subtidali e degli habitat coralligeni profondi sono risultate invece limitate o non rilevabili nel periodo studiato».
Nel complesso, i segnali più chiari sono emersi nei fiumi e negli ambienti costieri superficiali direttamente esposti agli apporti provenienti dai bacini incendiati.
Lo studio evidenzia l’importanza di monitorare tempestivamente gli eventi di pioggia successivi agli incendi. Gli impulsi di nutrienti e sedimenti possono infatti essere intensi, localizzati e di breve durata, e rischiano di non essere intercettati da campionamenti effettuati a distanza di settimane o mesi.
Farina conclude: «E’ necessario valutare la definizione di un protocollo standard di monitoraggio per gli incendi che interessano aree vicine alla costa. Attivarlo fin dalle prime piogge permetterebbe di seguire ciò che accade nei bacini, nei fiumi e in mare, e di confrontare i risultati tra eventi e territori diversi. La ricerca indica quindi l’importanza di integrare sensori ambientali, osservazioni satellitari e monitoraggi diretti in fiumi e mare, accompagnando le misure chimiche con osservazioni biologiche nel tempo».
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