Democrazia sotto attacco: il declino nell’America di Trump e le ombre che aleggiano sul Vecchio continente

Oggi è la Giornata internazionale della democrazia e a leggere il “Global State of Democracy 2026” appena pubblicato non c’è di che stare sereni. Il titolo scelto per quest’anno è “Democracy in an age of conflict” (“La democrazia in un’epoca di conflitti”) e in 190 pagine ricche di dati, grafici e tabelle l’International Institute for Democracy and Electoral Assistance (International Idea) delinea una diagnosi impietosa sullo stato di salute delle democrazie nel mondo. Per l’undicesimo anno consecutivo, i paesi che registrano un peggioramento delle proprie istituzioni superano numericamente quelli in miglioramento: si tratta del declino continuo più lungo mai registrato dall’inizio delle rilevazioni nel 1975. A guidare questo arretramento sono lo sgretolamento dello Stato di diritto, la perdita d’indipendenza del potere giudiziario e la costante erosione delle libertà fondamentali.
La stagnazione delle prestazioni democratiche, scrivono gli autori del documento, è stata la tendenza più diffusa nel 2025. Quando si sono verificati cambiamenti, questi sono stati per lo più negativi. Circa il 57% dei paesi, per la precisione, ha registrato un peggioramento in almeno un indicatore chiave delle prestazioni democratiche tra il 2020 e il 2025. Lo Stato di diritto, la rappresentanza e i diritti hanno subito tutti un ampio deterioramento. Questo declino democratico globale si è concentrato in molti elementi fondamentali della democrazia, si legge: l’indipendenza giudiziaria ha toccato il minimo degli ultimi 36 anni. Le elezioni credibili sono scese al minimo degli ultimi 30 anni. Anche la libertà di espressione, la libertà di stampa e l’accesso alla giustizia hanno raggiunto il livello peggiore degli ultimi tre decenni.
Se questa è la panoramica globale, andando a leggere nel dettaglio per singoli Paesi, il dato più allarmante riguarda gli Stati Uniti (e non per questioni di invasioni aliene). Nell’America governata ormai da quasi due anni da Donald Trump, circa la metà dei 30 indicatori democratici presi in esame — tra cui la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, l’accesso alla giustizia e l'efficacia del parlamento — è precipitata ai livelli più bassi degli ultimi 50 anni. L’eccessiva concentrazione del potere esecutivo e la forte polarizzazione politica stanno smantellando il sistema dei contrappesi (i famosi «checks and balances» come punto cardine degli ordinamenti occidentali moderni), proiettando onde d’urto a livello globale e indebolendo la fiducia nel multilateralismo.
«Per decenni, lo Stato di diritto, sia a livello nazionale che nell’ordine internazionale, ha costituito il fondamento della resilienza delle democrazie», sottolinea Kevin Casas-Zamora, segretario generale di International Idea. «Ora, il rapido declino della democrazia negli Stati Uniti sta indebolendo l’indipendenza giudiziaria e frammentando il sistema internazionale, minacciando la democrazia in tutto il mondo».
L’erosione si sta verificando in un contesto profondamente polarizzato, notano tra gli altri gli analisti di Politico citando un’analisi del Lowy Institute in cui si descrive la politica statunitense come sempre più «tribale», con fazioni rivali che si considerano reciprocamente una minaccia e giustificano comportamenti antidemocratici quando fa comodo loro: il rapporto afferma che il presidente Trump ha rapidamente accumulato potere nel ramo esecutivo nel 2025 e che le conseguenze sono state «di vasta portata, minando lo Stato di diritto a livello nazionale e internazionale e mettendo alla prova alleanze di lunga data e la cooperazione multilaterale». Tale valutazione ha anche un contesto politico concreto, viene aggiunto. Un ordine esecutivo del febbraio 2025 ha imposto ai funzionari incaricati di attuare la politica estera degli Stati Uniti di agire sotto l’autorità del presidente e ha avvertito che la mancata attuazione della sua politica avrebbe potuto comportare provvedimenti disciplinari.
«Qualunque cosa accada negli Stati Uniti ha ripercussioni a livello globale, e credo che questa sia una delle notizie di maggiore rilevanza che stanno avvenendo oggi nel mondo», ha dichiarato Kevin Casas-Zamora in un’intervista ripresa da Politico.
E infatti, se quello descritto sopra è il quadro americano, l’Europa, pur rimanendo la regione con le prestazioni complessivamente più elevate, non è affatto immune da questa crisi strutturale. I dati raccolti da International Idea mostrano che in oltre metà dei paesi europei si è verificato un deterioramento in almeno un indicatore chiave. Tra il 2020 e il 2025 le battute d’arresto sul Vecchio continente (77) hanno quasi doppiato i progressi (42), colpendo in modo particolare le libertà civili, l’integrità elettorale e la libertà d’espressione.
Segnali di sofferenza emergono anche in contesti storicamente solidi in Europa: la libertà di stampa ha subito arretramenti in Italia, scrivono gli esperti dell’International Idea, oltre che nel Regno Unito e in Islanda, mentre la libertà d’espressione ha registrato flessioni in Germania e Danimarca. Come sottolinea Casas-Zamora, «il rapporto non suggerisce che la democrazia nel suo complesso sia in pericolo in Europa, ma piuttosto che vi sono aree di debolezza in crescita e la direzione di marcia non è verso il continuo miglioramento della qualità democratica che molti europei vorrebbero vedere».
Allargando nuovamente lo sguardo abbracciando entrambe le realtà al di qua e al di là dell’Atlantico, Usa ed Europa, il report dell’International Idea mostra che il legame tra sicurezza nazionale e compressione dei diritti sta diventando un fattore determinante per questo declino. Le misure introdotte dalle cancellerie europee per affrontare emergenze quali terrorismo, flussi migratori e disordini pubblici finiscono spesso per comprimere gli spazi di dibattito e di associazione. In questa prospettiva, la crisi della democrazia americana cessa di essere una questione puramente interna a Washington e si trasforma in un grave problema strategico per l’Unione europea.
Con il disimpegno o la distorsione democratica della sponda atlantica, l’Europa si ritrova priva del suo tradizionale ancoraggio geopolitico. E l’indebolimento dei principi democratici negli Usa e nell’Ue rischia così di sgretolare l’ordine internazionale basato sulle regole, lasciando campo libero all’avanzata di populismi e regimi autoritari, lasciando poi alle armi la parola in fatto di controversie internazionali.
Conclude con queste parole, le sue riflessioni, Casas-Zamora: «Il declino della democrazia non riguarda più solo i nostri diritti politici nazionali. Sta ridefinendo le condizioni di pace e sicurezza in tutto il mondo. Investire nella democrazia significa anche investire nella pace».
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