I limiti tra le arti si stanno facendo sempre più labili

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I confini tra le discipline sono sempre più sfumati. Tra collaborazioni, installazioni e incursioni in nuovi settori, marchi e creativi ridefiniscono continuamente i propri linguaggi, trasformando prodotti e spazi in narrazioni pensate per catturare l’attenzione. L’obiettivo è rompere gli schemi tradizionali per creare interesse, sfidando se è il caso le aspettative del pubblico: se fino a qualche tempo fa le collaborazioni – specialmente tra arte, moda e design – erano una grammatica condivisa, oggi ci si è spostati verso qualcosa di più radicale. Non più semplici incontri tra marchi e firme creative, ma contaminazioni vere e proprie tra discipline, codici estetici e universi culturali differenti.
Così, cinema, architettura, musica e persino politica s’intrecciano in progetti che, in un panorama saturo di immagini e prodotti, costruiscono narrazioni riconoscibili, che incuriosiscono, destabilizzano, dividono. Il Salone del Mobile stesso, fiera internazionale dedicata alle aziende del design, che certo risponde a una logica più commerciale che di ricerca e sperimentazione, ha ospitato nei padiglioni dell’ultima edizione le installazioni di due registi di successo: prima A Thinking Room di David Lynch, che confondeva il pubblico degli addetti ai lavori con porte simboliche da attraversare e interni più dell’anima che di casa; quindi La dolce attesa di Paolo Sorrentino, dove lo spazio si trasformava in un limbo di emozioni contrastanti. Perché qui, nel tempio del design e dell’abitare contemporaneo, era dell’attesa di un referto che si parlava, seduti su poltrone simili a gusci e circondati da infermieri sorridenti, con un cuore smerigliato che batteva nel centro della stanza.
Sempre lo scorso aprile, e sempre la fiera milanese, ha ospitato inoltre il Salone Raritas: un intero padiglione dedicato al design da collezione, a pezzi unici, edizioni limitate e all’antiquariato. Curato da Annalisa Rosso, direttrice editoriale e culturale del Salone del Mobile, con allestimento del duo Formafantasma, il progetto riuniva una selezione internazionale di gallerie e designer indipendenti che, dall’Italia all’Europa fino al Medio Oriente e al Sud America, mostrava che tra arte e design, ricerca e produzione, i limiti sono sempre più sfumati.

Un’altra consacrazione di questa tendenza a ibridare i linguaggi arriva dal design, e in mezzo ai tanti oggetti nati dalla fusione di codici espressivi differenti vale la pena ricordare il water brutalista color arancione brillante di Samuel Ross – artista e designer che ha lavorato con Virgil Abloh e ha opere nelle collezioni permanenti del Met di New York e del V&A di Londra – per il marchio americano di bagni e cucine Kohler: un vero e proprio pezzo da collezione (a metà fra un “cesso d’artista” e un oggetto industriale dotato di tecnologia intelligente), prodotto in soli 99 esemplari e venduto alla cifra non proprio accessibile di 25 000 dollari. L’idea, anche in questo caso, era “mettere in discussione le aspettative che la società ha nei confronti di oggetti familiari”, come ha detto lo stesso Ross sintetizzando lo spirito dell’operazione. Più di recente, il design è diventato un terreno di sperimentazione dove far convergere arte, produzione seriale e politica. È il caso di Rubelli, azienda di tessuti la cui sede milanese lo scorso aprile è stata invasa dall’arte provocatoria di Ai Weiwei, artista-attivista cinese che ha fatto della riflessione sulla libertà individuale uno dei cardini della propria ricerca. All’esterno, una girandola di braccia con il dito medio alzato caratterizzava i tendoni che oscuravano le vetrine: un pattern che riprendeva la sua serie fotografica Study of Perspective (1995-2003) e si ripeteva anche all’interno, accanto a stoffe broccate che nel loro aspetto apparentemente decorativo rivelavano un groviglio di elementi come telecamere di sorveglianza, manette e icone del mondo digitale. E così uno spazio commerciale si trasformava in luogo di riflessione, nella convinzione che discipline diverse possano contaminarsi senza più gerarchie.
In questo scenario, il cinema e la musica sono diventati interlocutori sempre più frequenti sia del design che della moda. Robbie Williams per esempio ha collaborato con il marchio olandese Moooi alla realizzazione di una sedia, mentre Pedro Almodóvar ha firmato per Roche Bobois un’intera collezione di mobili che ne rivela l’inconfondibile tocco estetico. Anche i percorsi si invertono: se qualche tempo fa Tom Ford dichiarava di voler passare il resto della sua vita a fare film (dopo l’addio alla moda e la risonanza di A Single Man e Animali notturni), un regista acclamato come Baz Luhrmann (Elvis, Il grande Gatsby) si dedica oggi anche al design: prima con Monsieur, locale a Manhattan che deve il suo nome a un immaginario viveur e alle sue leggendarie feste in salotto, e ora con Celia, carrozza del treno British Pullman di Belmond (marchio di proprietà del gruppo Lvmh) che si ispira a Shakespeare e alla campagna inglese. «Tutto quello che facciamo lo affrontiamo allo stesso modo di un film, con ogni elemento che segue la storia e il personaggio», ha spiegato lui che per entrambi i progetti ha coinvolto la moglie scenografa e costumista Catherine Martin.

Recente è poi il debutto di Nigo nell’ospitalità. Lo stilista di Kenzo e leggenda dello streetwear si è unito all’amico Pharrell Williams – cantante, produttore discografico e da alcuni anni anche direttore artistico di Louis Vuitton Uomo – in un progetto che li vede consulenti creativi e investitori di Not A Hotel, startup giapponese che propone un modello alternativo di ospitalità. Non è la prima incursione in territori collaterali: lo scorso anno è stato nominato direttore creativo della catena di supermercati giapponese FamilyMart, con incarichi che vanno dall’ideazione di prodotti alla comunicazione e progettazione di nuovi negozi. Il risultato è un sistema ibrido, in cui i confini tra le discipline sono sempre più difficili da distinguere. Complici anche i social, che hanno trasformato la capacità di catturare l’attenzione in una vera e propria arte, le collaborazioni diventano così luoghi di sperimentazione, dove linguaggi diversi si sovrappongono e ridefiniscono a vicenda.
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