Le ragazze iraniane hanno visto la libertà, e non vogliono più rinunciarci

10 Settembre 2026 - 07:50
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Le ragazze iraniane hanno visto la libertà, e non vogliono più rinunciarci

Iran capelli proteste

La rivoluzione non ha fatto cadere il regime, gli ayatollah sono ancora lì. Ma ha vinto un’altra guerra, più lenta e più profonda, che nessuna manganellata può disperdere: si è spostata dalle piazze alle case. Il regime può ripulire una strada in una notte. Non può ripulire la testa delle ragazze che hanno deciso di non temere più il proprio corpo. Per Satrapi, in Iran è caduto il patriarcato. Nel 1979 sapeva leggere il 40 per cento degli iraniani, oggi più dell’80. Le università sono frequentate da una maggioranza femminile, e le donne rappresentano circa il 70 per cento dei laureati nelle discipline Stem. «Il regime ha costruito scuole per indottrinarci, ma ha fatto male i conti. Una volta che sai leggere, leggi quello che vuoi, e sei libera.»

Le ragazze che hanno guidato la rivolta la raccontano come una staffetta. Le madri, le sorelle maggiori, hanno corso il loro pezzo di strada e poi hanno passato il testimone. L’attrice Golshifteh Farahani mi dice che «le nostre mamme erano ragazze nel 1979, sono state costrette a imparare a nascondersi, e nelle camerette ci hanno insegnato quali erano i nostri diritti. Poi siamo arrivate noi, abbiamo spinto l’asticella un po’ più in là, abbiamo fatto la Rivoluzione Verde, ed è fallita. Ora ci sono loro, le giovani della Generazione Z, così valorose e sfacciate. Noi non avevamo quel coraggio. Gli abbiamo passato il testimone, e ora le guardiamo correre gli ultimi metri».

Perché la differenza, tra queste ragazze e le loro madri, la fa il mondo che hanno davanti agli occhi. Nel 1979 non era facile vedere l’altrove. Per queste figlie lo è. Hanno internet, e da Teheran, da Mashhad, da Saqqez vedono ogni giorno cosa significa avere vent’anni a New York, a Milano, a Parigi. Vedono le coetanee uscire coi capelli al vento, ridere per strada, baciare chi vogliono. «Sfidano il regime ballando su TikTok mentre l’ayatollah è fermo al medioevo e non le capisce, impazzisce per questo», diceva Satrapi. Sanno cosa gli è stato tolto, perché lo vedono in mano alle altre, e non sono più disposte a barattarlo con la sopravvivenza.

Le donne più grandi, quelle che hanno corso il loro pezzo di strada, le guardano con ammirazione, emozionate da questa corsa. E tra quelle che, da dietro le sbarre, gridano con loro, c’è Narges Mohammadi, l’ingegnera e attivista che ha dedicato la vita alla liberazione del suo Paese.

Dopo che ha vinto il Nobel per la Pace, nel 2023, sono stata tra le poche giornaliste al mondo a riuscire a raggiungerla nel carcere di Evin. Ci sono arrivati il «New York Times», «Le Monde», e noi. Ci abbiamo messo settimane, e ce l’abbiamo fatta solo grazie ai contatti con le famiglie di altri prigionieri. Mohammadi scrive su una cassetta della frutta che usa come tavolino, in una cella umida che divide con venti donne, sorvegliata giorno e notte da telecamere e microfoni. Da anni non sente la voce dei suoi figli, che vivono a Parigi. A chi le dice che il movimento è morto, risponde che è vero l’opposto. «La Repubblica islamica», mi fa arrivare da quella cella, «non rappresenta la società iraniana di oggi a nessun livello, nemmeno quella religiosa.»

La pensa così anche Azar Nafisi, la scrittrice di Leggere Lolita a Teheran, che chiama queste ragazze «valorose guardiane del mondo libero». «Questa generazione mette in crisi il regime più di tutte le altre, proprio perché non parla la sua lingua», mi dice da Washington. «Lui le uccide e loro gli ballano in faccia. Le tortura e gli cantano in faccia. La musica, la poesia, la cultura sono le uniche cose che passano attraverso le sbarre delle prigioni.»

Raccontare questa rivoluzione sul «Corriere della Sera» è per me un grande onore oltre che un’enorme responsabilità. E non posso chiudere senza tornare da dove tutto è cominciato: da una madre.

Mojgan Eftekhari è la mamma di Mahsa Jina Amini, non ha mai parlato con un giornale occidentale. Riesco a raggiungerla grazie a un familiare. È un’intervista difficile, fatta di lunghi silenzi e di frasi rimangiate per paura di cosa potrebbe succedere al marito Amjad e al figlio Ashkan. «Nemmeno ora abbiamo pace, viviamo sotto una lente d’ingrandimento», mi dice. Nell’anniversario della morte e nel giorno del compleanno alla famiglia è vietato perfino avvicinarsi alla tomba della figlia. Se ha deciso di parlare, mi spiega, è «perché il ricordo è l’unica cosa che mi tiene in vita».

Per lei la figlia è solo Jina, e la racconta al presente, come se fosse ancora viva. «Certe notti, nel silenzio, sento il suo respiro. Si prende cura di me più di tante persone vive.» Mi mette subito un confine: oggi parlo, ma non dirò niente di politico. «Mia figlia non pensa ai giochi del potere. Il nostro percorso è quello dell’amore e della spiritualità.» E mi racconta una Jina lontana dall’immagine della ribelle che ha cercato di dare il regime: una ragazza religiosa, timida, che adorava i bambini e sognava di curare la gente. «Amava la medicina. Mi diceva sempre: mamma, bisogna guarire anche il cuore.» Il padre le aveva appena aperto un negozio di vestiti nel centro di Saqqez, doveva chiamarsi Best Boutique. Adesso si chiama Jina, e su Instagram restano i primi video girati da lei, la voce allegra, le mani che scorrono sui tessuti.

«La prima a crollare sono stata io. Ho perso la mia bambina, la mia amica, il mio sostegno. Giuro su Dio che non avrei mai immaginato che mi lasciasse proprio quando si affacciava alla vita.» Immersa in tutto questo dolore, trova le parole per il Paese che nel nome di sua figlia è sceso in strada. «Come madre di Jina, sarò per sempre grata alla gente libera del Kurdistan e di tutto l’Iran. Mi inchino davanti al loro coraggio.» Mi confida il pensiero che la tiene in piedi nei giorni in cui la mancanza la divora. «Ho sempre detto ai miei figli: ricordatevi che non siete nati solo per voi stessi. Diventate persone giuste. Cambiate il mondo.» Si ferma un istante. «Alla fine, Jina ce l’ha fatta».

Libertà, libertà!

Tratto da “Libertà, libertà!” (Fuoriscena), di Greta Privitera, 16,90 euro, 176 pagine.

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