I talebani bussano alle porte di Bruxelles, carichi di promesse di rimpatri

27 Giugno 2026 - 08:10
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I talebani bussano alle porte di Bruxelles, carichi di promesse di rimpatri

Nei giorni scorsi una delegazione dell’Emirato islamico d’Afghanistan (si chiamano proprio così, Emirato come quei 7 del Golfo Persico) è stata ospitata a Bruxelles, accolta in sedi non istituzionali per via del mancato riconoscimento formale del governo talibano di Kabul. Il motivo dell’incontro deve essere ricercato nell’accordo bilaterale per facilitare il rimpatrio degli afghani presenti nel territorio comunitario, che abbiano commesso reati o la cui richiesta di asilo non sia stata accolta. A dire il vero, si tratta della prima visita in Europa da parte di esponenti dell’Emirato – meglio noti (e combattuti) come talebani: un fatto assolutamente inedito, probabile punto di caduta di un lungo percorso diplomatico, denso di significati politici, che però non hanno mancato di generare critiche e proteste da più parti.

Si sono alzati diversi cori di protesta contro questa visita dei talebani a Bruxelles; in primis per il fondato timore che questa visita possa legittimare l’Emirato afgano e, come logica conseguenza, l’aumento delle deportazioni di migranti afghani – contrarie al diritto internazionale.  

Nella lettera inviata all’inizio del mese da 42 associazioni afgane e indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al Commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni, Magnus Brunner, le associazioni firmatarie hanno voluto sottolineare che il rischio di arrivare ad un graduale riconoscimento de facto dell’autorità dei talebani sia già elevato.

Tutto questo accade proprio in concomitanza della decisione che dovrà assumere il Consiglio di sicurezza dell’Onu, che deve rinnovare di un anno il mandato della missione Unama, incaricata della “Politica speciale delle Nazioni Unite di assistere il popolo afghano (la missione Unama venne istituita il 28 marzo 2002 con la Risoluzione 1401 del Consiglio di sicurezza dell’Onu).

Il rischio della legittimazione dei talebani, i cui vertici, peraltro, risultano ancora essere ricercati dalla giustizia per “presunti crimini contro l’umanità” – tra i quali figurano anche la “persecuzione di genere” perpetrata contro ragazze, donne e persone non allineati alla politica dei talebani in materia di genere e identità – viene avvertito con molta preoccupazione.

La risposta data da Bruxelles a questa visita di funzionari di uno Stato teocratico non riconosciuto all’Unione europea stessa, secondo alcuni Paesi membri, servirebbe a legittimare ed “europeizzare” quanto già è stato attuato da Germania e Austria, che hanno deportato in Afghanistan quegli stessi afghani le cui domande di asilo non sono state accolte oppure che abbiano commesso reati; per la cronaca, l’ultimo volo proveniente dalla Germania per rimpatriare migranti afghani risale al 16 giugno scorso. 

Noi europei, però, non possiamo dimenticare che c’è stato un lungo lasso di tempo nel quale il legittimo governo di Kabul venne sostenuto dalla Nato nella guerra contro i talebani, gli stessi che oggi si presentano a Bruxelles per ottenere favori politici in cambio di deportazioni: la politica dei respingimenti dei flussi migratori dell’Unione europea ritorna a ripercorrere la vecchia strada. Ricordiamo bene quello che accadde pochi giorni prima della caduta di Kabul, durante l’offensiva militare talebana – che poi si rilevò decisiva per la riconquista del potere –, dopo una campagna di lunga serie di omicidi che colpiva indistintamente giornalisti, difensori dei diritti umani, volontari attivisti etc. 

Nell’agosto 2021, i ministri degli Interni e delle Migrazioni di Austria, Danimarca, Grecia, Germania, Paesi Bassi e Belgio inviarono una dura lettera alla Commissione europea in risposta alla nota verbale con cui l’8 luglio di quell’anno il ministero per i Rifugiati e i rimpatriati di Kabul comunicava all’Ue la sospensione per tre mesi dell’accettazione dei migranti afghani rimpatriati; per i ministri europei, dunque, la sospensione era inaccettabile perché violava gli accordi tra Bruxelles e Kabul, e parlavano di un “urgente bisogno di realizzare rimpatri, sia volontari che involontari, in Afghanistan”.

Dopo la compiuta fase di restaurazione della Repubblica islamica trasformata in Emirato – di fatto una monarchia assoluta –, alcuni Paesi europei, mediante relazioni bilaterali o, in alcuni casi, passando per la mediazione del Qatar, hanno ripreso le vecchie politiche di respingimento, che sono durate fino nota formale dell’ottobre 2025 (sottoscritta da 20 governi dell’Unione, sotto la guida da Van Bossuyt, ministro belga per l’Immigrazione), in cui veniva sollecitava la Commissione a ricercare misure atte a facilitare un maggiore coordinamento dell’Ue in materia di espulsione dei cittadini afghani “irregolari” e con precedenti penali; insomma, una sorta di nuovo accordo tra l’Europa e l’Emirato di Kabul che, in sostanza, ricalca il precedente. Chissà dov’è finita la guerra combattuta contro il terrorismo islamico e la memoria delle centinaia di soldati caduti per difendere Kabul.

Se l’Europa in tal modo otterrà facilitazioni nel deportare – forze dovremmo adeguare il termine e sostituirlo con remigrazione – migranti afghani indesiderati, l’Emirato afghano conseguirà due importanti obiettivi: il primo, a nostro avviso, riguarderebbe la “legittimazione di fatto del governo”, e ciò nonostante le ripetute rassicurazioni da parte di Bruxelles sulla natura esclusivamente “tecnica e informale” dell’incontro, che non preluda a nessun riconoscimento formale dell’Emirato.

L’altro obiettivo che i talebani perseguono – e parzialmente ottengono – riguarderebbe la “sovranità” sulle sedi diplomatiche e consolari afghane in Europa. E non è cosa di poco conto. Sappiamo, infatti che in altre parti dell’Asia (occidentale, centrale e nel Sud-Est asiatico) la crescente normalizzazione dei rapporti bilaterali ha consentito all’Emirato di sostituire i rappresentanti del vecchio regime, quei funzionari rimasti a rappresentare un governo che non c’è più, collassato sotto i suoi stessi difetti, prima ancora che su spinta dei talebani.

Naturalmente, per l’Emirato, ciò comporterebbe un importante passo avanti, che lo potrebbe condurre verso una graduale una graduale legittimazione formale, con maggiori entrate economiche e interlocuzioni diplomatiche più stabili con le istituzioni, il che amplierebbe significativamente la possibilità di controllo e monitoraggio sugli afghani dissidenti della diaspora.

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