I vestiti sono un linguaggio, da Vecchioni a Melania Trump a Francesca Albanese

26 Settembre 2026 - 05:10
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I vestiti sono un linguaggio, da Vecchioni a Melania Trump a Francesca Albanese

Qua, lo sapete, notizie non se ne danno. Solo cose che dovremmo già sapere tutti, e però qualcuno davvero fuori dal mondo è riuscito a scansare: informazioni che dovrebbero aver plasmato i comportamenti di noi tutti, e qualcuno invece le ha schivate. Quella di oggi è: i vestiti sono un linguaggio.

Che i vestiti sono un linguaggio lo sa Lorenzo Jovanotti, che ieri, nella penultima sua giornata d’un’età che inizia per cinque, ha ripostato un ciclista con addosso la stessa tutina che indossava lui spostandosi tra un concerto e l’altro: il ciclista diceva che lo riconoscono, per strada, da quella lycra rossa a disegni arancioni.

Mi è tornato in mente che quest’estate gli avevo detto che quello tra un concerto e l’altro in bici era il suo “Viaggio in Italia”, che era un Guido Piovene però vestito da pirla, e lui aveva risposto «La divisa fa», e aveva ragione: mi stava spiegando che i vestiti sono un linguaggio, ma con più garbo di quanto faccio io con voi.

Che i vestiti sono un linguaggio lo sa Melania Trump, che probabilmente è ignara dell’esistenza di Antonio Tajani, che a sua volta è probabilmente ignaro dell’esistenza di Yves Saint Laurent, e quindi pensa che i pantaloni le donne li abbiano sempre portati, non che siano stati una ribellione più storica di quella della minigonna, una scelta che un tempo potevi permetterti solo se eri una miliardaria di Hollywood dalle relazioni chiacchierate (sto parlando di Katharine Hepburn che – lo dico per l’ufficio stampa di Tajani – è un’altra, non Audrey).

All’incontro con Xi Jinping e la di lui consorte, lei in abito rosso di lunghezza tajanica, Melania era in camicia bianca di Saint Laurent e pantaloni Dolce e Gabbana – una lezione di linguaggio non didascalica almeno nella distribuzione dei marchi, sebbene il Washington Post abbia scritto che le due sembravano il risultato di un prompt dato a ChatGpt chiedendo di mostrare una coppia tradizionale e una moderna.

Che i vestiti sono un linguaggio lo sa Roberto Vecchioni, che voglio sperare Antonio Tajani abbia in questi giorni chiamato per farsi consigliare da chi ci è già passato: il cantautore saldamente di sinistra si prese insulti analoghi trentaquattro anni fa, quando incise “Voglio una donna”, e invece di occuparsi della donna perbene da consigliare al figlio si occupava di sé (vabbè: del suo io narrante, che è l’unico di cui parliamo quando parliamo di noi stessi in pubblico).

«Voglio una donna donna, con la gonna gonna: prendila te quella col cervello, che s’innamori di te quella che fa carriera». Una gonna purchessia: Melania Knauss era una modella slovena non ancora sposata con Trump, e Vecchioni già sapeva che le donne in pantaloni portavano guai.

Altro che gonna lunga o corta dell’innocuo Tajani: Vecchioni concludeva che quella che va al meeting e fa il briefing è «stronza come un uomo, sola come un uomo». I vestiti erano già un linguaggio, ma per fortuna di Vecchioni non lo erano ancora i social, e lo scandalo fu breve e si chiamò appunto scandalo: frequentavamo la lingua italiana, non lo chiamavamo «shitstorm».

Che i vestiti sono un linguaggio lo sa Francesca Albanese, che posa per la copertina di Love, rivista patinata della cui esistenza il suo pubblico ha contezza solo da Instagram, e su Instagram ci sono i tag, e quindi è improvvisamente un nuovo caso Jasmine Trinca (l’attrice che a Venezia si era detta contro il capitalismo indossando migliaia di euro di roba Prada).

La Albanese ha un cappotto di Loro Piana, io mi sarei interessata più al maglione di Céline ma i moralizzatori ce l’hanno nello specifico con Loro Piana perché sta in una lista di boicottaggi di quelle che prendono sul serio solo le assemblee d’istituto dei licei del centro e l’internet.

I vestiti saranno pure un linguaggio, ma a me sembra che in quest’operazione la vera questione semiotica (chiedo scusa per la parola) sia che i giornali patinati, per esistere in un dibattito pubblico sempre più fatto di posizionamenti contenutistici, devono mettere in copertina non un’attrice o una modella ma una con la fedina morale che piaccia al grande pubblico.

I vestiti saranno pure un linguaggio, ma a me interessa solo il linguaggio dei soldi, e quindi innanzitutto mi sono applicata a cercare di capire quanto costasse il cappotto che la giurista (così la definisce il Corriere parlando della sua performance da indossatrice) ha indossato per una foto su Love. Probabile sia uno ancora non in commercio (i giornali di moda servono a mostrare le collezioni imminenti), mi sono detta; quelli che sono sul sito vanno da quattromila e duecento euro (per noi poverette) a venticinquemila.

Quando ero piccina, e i giornali di moda erano l’unico modo in cui potevamo scoprire cosa ci sarebbe stato nei negozi, e nelle didascalie c’erano i prezzi, e in fondo al giornale c’erano i numeri di telefono dei vari showroom o negozi da chiamare per sapere come fare ad avere la camicetta che indossava Linda Evangelista, ed erano sempre numeri di Milano ai quali ti rispondevano dicendoti che se vivevi in provincia potevi attaccarti al tram, allora il cappotto di Loro Piana sarebbe stato uno di quei posati in cui sotto la modella c’era la didascalia con scritto «prezzo su richiesta».

I vestiti sono un linguaggio, ma un linguaggio che m’interessa meno non solo di quello dei soldi ma anche di quello del potere contrattuale, e quindi l’unica domanda che mi stavo facendo mentre tutti si occupavano di noiosissimi boicottaggi è: glieli hanno lasciati tenere, i vestiti?

Una ventina d’anni fa c’era un’attrice italiana che poi è sparita ma all’epoca sembrava dovesse essere la nuova Cardinale, la nuova Vitti, la nuova tutto, ma io capii che non aveva futuro il giorno in cui, in un negozio di via Condotti, la vidi col portamento di Cosetta dei “Miserabili” trascinare un enorme sacchetto con dentro i vestiti che le avevano prestato per un servizio fotografico. Glieli stavano facendo restituire invece di dirle, come facevano i p.r. della moda in quegli anni di vacche grasse, «ma figuriamoci, tienili, ci fa piacere». Glieli avevano fatti riportare: era evidente che la ragazza non aveva futuro.

I vestiti sono un linguaggio, e io quindi mi sono arresa a dover chiamare un laureato alla scuola interpreti. Il mio parlante la moda di fiducia ha guardato la foto e ha tradotto che tutti quelli che da giorni cianciano di cappotto Loro Piana non sono fluenti nella lingua della moda: la foto è tagliata, ma si capisce dalla maniche che quella nella foto è una giacca.

Continuo a essere troppo poco fluent nella lingua della plutocrazia e del lusso silenzioso per sapere i prezzi delle giacche Loro Piana, ma vedo dal loro sito che siamo sui quattromila. Praticamente regalate. Secondo me gliel’hanno fatta tenere.

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