L’Europa finanzia il vino e frena l’alcol

Un miliardo e 61 milioni di euro l’anno: è la cifra che l’Unione europea destina al settore vitivinicolo attraverso gli strumenti della Politica agricola comune, finanziando interventi che comprendono investimenti, promozione, ristrutturazione dei vigneti e assicurazione dei raccolti. Il dato, ricordato dalla Commissione europea, ha riacceso in questi giorni una discussione tra gli operatori del settore: perché sostenere economicamente il vino mentre le politiche sanitarie europee spingono nella direzione della riduzione del consumo di alcol?
La domanda è stata posta in maniera esplicita su LinkedIn da Ulric Nijs, direttore di Spirits Selection by CMB: da una parte l’Europa investe denaro pubblico per mantenere competitivo un comparto agricolo ed economico, dall’altra WHO Europe afferma che non esiste un livello di consumo di alcol privo di rischi per la salute e indica tra le politiche efficaci l’aumento della tassazione, le limitazioni alla disponibilità e le restrizioni al marketing. A prima vista, i due messaggi sembrano difficili da conciliare. In realtà riguardano due problemi differenti.
Per Bruxelles il vino resta un settore agricolo strategico. L’Unione europea produce oltre il 60 per cento del vino mondiale e il comparto è il terzo settore agroalimentare europeo per valore delle esportazioni. Soprattutto, la viticoltura mantiene attività economiche nelle aree rurali e contribuisce alla conservazione di territori e paesaggi. L’88 per cento dei vigneti europei è destinato a vini a indicazione geografica.
Il sostegno pubblico, dunque, finanzia una filiera, il suo adattamento ambientale e la sua capacità di restare sul mercato e non rappresenta un incentivo pubblico a bere più vino. Lo dimostra anche il nuovo pacchetto approvato dal Consiglio dell’UE nel febbraio 2026: tra gli strumenti previsti ci sono sostegni all’estirpazione quando esiste un eccesso produttivo, finanziamenti fino all’80 per cento per alcuni investimenti legati al clima, aiuti all’enoturismo e nuove regole per i vini a tenore alcolico ridotto o senza alcol. L’Europa sta cominciando a finanziare anche la trasformazione del settore in risposta alla diminuzione della domanda.
Sul versante della salute pubblica il ragionamento cambia: WHO Europe considera l’alcol un fattore di rischio per oltre duecento patologie e condizioni e sostiene che, rispetto al rischio oncologico, non sia possibile individuare una soglia completamente sicura. Questo significa che il rischio cresce già a bassi livelli di consumo e aumenta con la quantità consumata. «Nessun livello sicuro» non equivale a sostenere che un bicchiere produca lo stesso rischio di consumi elevati, e la stessa OMS precisa che il rischio aumenta con la quantità e che gran parte dei danni complessivi deriva dai consumi elevati, episodici o continuativi. Il conflitto che il post intercetta esiste quindi soprattutto sul piano economico e culturale. Le istituzioni devono contemporaneamente gestire una filiera che genera occupazione, esportazioni e presidio territoriale e una sostanza, l’etanolo, sulla quale le evidenze sanitarie hanno progressivamente modificato il messaggio pubblico.
È interessante, in questo senso, la risposta di Dimitri Perez, presidente della distribuzione Apotheka, al post. La sua ipotesi è che il futuro passi da produzioni più piccole, vendita diretta, esperienza nei luoghi di produzione e turismo legato ai distillati. In sintesi, «less but better». Se il consumo strutturalmente diminuisce, continuare a misurare la salute del settore attraverso i volumi diventa sempre meno efficace. La stessa politica europea sta introducendo strumenti per governare le eccedenze e favorire enoturismo, innovazione e prodotti con meno alcol.
Il miliardo europeo non serve a sostenere un mondo nel quale bisogna semplicemente vendere più bottiglie ma ad accompagnare un sistema produttivo dentro un mercato che sta cambiando. Se quantità e frequenza di consumo diminuiscono, il valore dovrà essere cercato altrove: nei territori, nell’esperienza, nella vendita diretta, nell’enoturismo e nella capacità di rendere economicamente sostenibile una bottiglia bevuta meno spesso. Il futuro del vino europeo potrebbe giocarsi proprio su questo equilibrio: continuare a produrre valore anche quando produrre volume non basta più.
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