Il museo di George Lucas contro la fine della monocultura

A San Rafael, nella California del Nord, quella meno legata al cinema (a parte gli studios Pixar e qualche mitica inquadratura di «La donna che visse due volte»/«Vertigo» o «Fuga da Alcatraz»), c’è una struttura creata da Frank Lloyd Wright, il Marin Civic Center, un centro di ritrovo per la cultura, lo sport, i doveri civici, la comunità e la burocrazia per la zona di Marin County. Marin è la parte alta della baia di San Francisco, fatta di porti di barche a vela e yacht, gli «Hamptons» (più poveri) dell’Ovest, prima di salire verso Napa. È qui che John Steinbeck e Jack Kerouac vagavano per i Muir Woods.
George Lucas, che vive proprio lì ora, a dieci minuti da Berkeley e San Francisco, ed è cresciuto nelle vicinanze, si era ispirato a quella per il palazzo di Naboo in «Star Wars» (Guerre Stellari), per esempio, e addirittura compare nel suo primo corto studentesco, «THX 1138», che vinse contro uno Steven Spielberg neanche ventenne in una battaglia goliardica tra la USC e la UCLA, nelle sezioni di cinema. «American Graffiti» è tutto ambientato a San Rafael.

Quarant’anni dopo e oltre invece è l’arte che fa da filtro iniettato volutamente nella vita, non da ispirazione, attraverso l’arte possiamo guardare ancora al mondo in modo libero costruendo storie, imponendo romanticismo, profondità, significato, il bisogno primario degli esseri umani.
E così a Hollywood, a Los Angeles, Lucas costruisce una struttura altrettanto imponente, che sembra un luogo sognato da Dalí, i personaggi di «Star Wars» e Wright appositamente per la città degli angeli e un progetto larger than life che apre il 22 settembre 2026. Il Museo dell’Arte Narrativa.
La «narrativa» di Lucas è quella che prende la storia a volo d’uccello dalla preistoria a Norman Rockwell al cinema senza limiti nazionalistici o revisionisti. Invece di fare un museo per nerd di Star Wars, ha lasciato quella a una parte meravigliosa finale e lanciato droni nella forma dei robot stellari, ma ha comprato intere collezioni artistiche e artefatti di ogni epoca e nazione.
La «narrativa» in italiano sarebbe la narrazione o il racconto, ma è una parola spesso messa a caso da editori o gente di cultura. La tua «narrativa» è un modo di raccontarsi, ma anche la visione del mondo forse, il fil rouge della visione totale, in tre atti.
È più connessa agli archetipi junghiani, topoi della commedia, della tragedia o del diventare grande nel Bildungsroman (a qualsiasi età) o all’ovvio Joseph Campbell nume tutelare degli storyteller, quello che spiegò il viaggio dell’eroe come ogni storia è a suo modo la stessa riconoscendo dei passaggi, degli atti, delle prove, come Aristotele nella sua «Poetica».
È l’ufficiale canonizzazione dei fumetti come arte alta, che come ha detto Spielberg alla serata di inaugurazione erano stati la sua miccia per immaginare e avevano reinsegnato alle persone come raccontare una storia fuori dal medium letterario.
Oggi su piattaforme come TikTok o YouTube, in mezzo a tanta «spazzatura» ci sono persone che ne hanno fatto uno slam poetry poetico, un laboratorio per immaginare film diversi (Bo Burnham – “Inside” e “Eighth Grade”).
All’inaugurazione del Museo c’era l’intero cinema del Novecento: attori, registi, produttori, come fosse un Fantacalcio del cinema più rilassato degli Oscar. Ognuno ha ricordato la miccia per diventare un raccontatore, dalle ombre cinesi sul muro a tre anni, a un libro impolverato, a un’inquadratura del tramonto di John Ford (come il finale dei «The Fabelmans»).
Il museo celebra l’arte dello storytelling; c’è Frida Kahlo così come gli archivi personali di Lucas, con la soddisfazione per i fan veri.

In fondo anche George Harrison aveva detto, portando il figlio Dhani ossessionato dalla saga negli anni Ottanta, che «Star Wars» aveva più in comune con la Bhagavad Gita che con la fantascienza. Il Bene, il Male, i mentori giusti, le scelte.
In un mondo di algoritmi più spezzati che ogni tanto si unisce a cori passeggeri come un tour di un artista musicale, c’è chi teorizza, nell’antropologia, la fine della monocultura, e in parte è vero che certi momenti collettivi vissuti dalla tv in poi finiscono più o meno con l’11 settembre. E che prima gli stessi cento libri circolavano per l’Occidente.
Dall’altra, se si sa navigare bene su TikTok o le passioni del momento, le bolle si mischiano, si creano convention reali, movimenti collettivi, nouvelle vague che sfuggono a chi non ci si immerge. Un esempio: con il nuovo film sui Beatles in produzione, ci sono tredicenni che sembrano reincarnazioni di quelle degli anni Cinquanta con muri tappezzati da foto.
La monocultura serve ovviamente anche contro le guerre. Cade il muro di Berlino anche per ascoltare e urlare la stessa musica. Un café hipster di Gaza ha più in comune con Tel Aviv e gli Stati Uniti della situazione politica e magari un poster di «Star Wars» in camera.
Il museo farà anche da campus, da biblioteca, archivio e organizzazione di eventi. Come quel centro comunitario segna un «contratto sociale» per l’umanità, unita dalle stesse storie. Si sa del diluvio universale in tutte le civiltà, ma si convive in un temporale che distrugge la fiducia e corrode gli enti comuni che tengono insieme una vita dignitosa.
Per cui non resta che sognare che il Museo sia un puzzle verso la luce in un momento in cui il Lato Oscuro della Forza globale disintegra ogni nostro legame politico e umano.
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