Il grande teatro dello sport apolitico
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Lo sport è apolitico. È una frase meravigliosa. Ha la stessa eleganza del “i soldi non fanno la felicità” pronunciato da uno yacht di cinquanta metri.
Ogni volta che scoppia una polemica, i dirigenti del calcio e dello sport mondiale la ripetono come un mantra: lo sport unisce, la politica divide.
Poi, puntualmente, arriva la politica.
A volte entra dalla porta principale.
A volte da una telefonata.
A volte da una riunione riservata.
A volte da una sanzione internazionale.
L’importante è che, una volta entrata, tutti continuino a dire che non c’è.
Il recente caso della squalifica modificata dopo l’intervento del presidente Trump non è interessante perché dimostri necessariamente che qualcuno abbia imposto una decisione. Questo, senza prove, sarebbe scorretto affermarlo. È interessante perché dimostra qualcosa di molto più sottile.
Nel mondo dello sport esistono persone che possono telefonare direttamente a chi decide e persone che possono soltanto compilare un modulo. Si chiama uguaglianza, ma con l’opzione Premium.
La FIFA, come ogni grande organizzazione sportiva, rivendica con orgoglio la propria indipendenza dalla politica ed è giusto che lo faccia.
Anzi, quando un governo interferisce con una federazione nazionale, spesso minaccia sospensioni e richiama il principio dell’autonomia sportiva.
Una domanda, però, sorge spontanea.
L’autonomia vale contro tutti oppure soltanto contro chi non è abbastanza potente?
Perché se un ministro di un piccolo Stato telefonasse chiedendo di rivedere una squalifica, probabilmente riceverebbe una risposta molto educata, se invece a chiamare è il leader della maggiore potenza mondiale, improvvisamente quella telefonata diventa una conversazione istituzionale.
Curioso come il peso delle idee aumenti insieme al PIL. Ma il problema non riguarda soltanto una telefonata. Riguarda il principio.
Ogni competizione sportiva si fonda su una promessa implicita. Le regole sono identiche per tutti.
Nel momento in cui qualcuno ottiene un canale privilegiato verso chi quelle regole le applica, la promessa inizia a incrinarsi. Non serve dimostrare favoritismi, è sufficiente che la fiducia vacilli.
Gli arbitri lo sanno bene. Anche quando prendono la decisione corretta, se il pubblico pensa che siano stati influenzati, la credibilità della partita si dissolve.
Perché la giustizia non deve soltanto essere imparziale, deve anche apparire imparziale.
Poi arriva il capitolo più divertente, quello delle esclusioni politiche. Qui il copione raggiunge livelli degni della migliore commedia.
Lo sport non vuole fare politica, però decide quali Stati possono partecipare. Lo sport non prende posizione, però applica sanzioni che derivano da conflitti geopolitici. Lo sport è neutrale, ma ogni tanto la neutralità sceglie accuratamente da che parte stare.
Naturalmente le ragioni possono essere serie. Le guerre sono tragedie, le violazioni del diritto internazionale meritano attenzione. Nessuno mette in discussione la gravità di certi eventi.
La domanda è un’altra.
Chi stabilisce quando la politica deve entrare nello sport? Esiste un regolamento valido per ogni conflitto? Oppure esiste una bussola che funziona soltanto in alcune direzioni?
Perché se il principio è universale, allora dovrebbe essere applicato con la stessa coerenza ovunque.
Se invece cambia a seconda del momento storico, del peso economico o degli equilibri diplomatici, allora non siamo più davanti a un principio, ma siamo davanti a un rapporto di forza. E i rapporti di forza hanno una caratteristica molto semplice, il più forte li chiama “ordine internazionale” e il più debole li chiama “ingiustizia”.
Entrambi stanno descrivendo lo stesso fenomeno. Naturalmente qualcuno obietterà che il vincitore resta il vincitore, ed è vero.
Nessuno vuole togliere medaglie o coppe a chi ha gareggiato rispettando le regole vigenti, ma una domanda resta.
Un Mondiale senza alcune delle squadre più forti è lo stesso Mondiale?
Un’Olimpiade senza alcuni dei migliori atleti del pianeta è identica a quella in cui tutti hanno potuto competere? Formalmente sì, sportivamente è difficile sostenerlo.
I trofei sono autentici. Gli albi d’oro non si riscrivono. Ma anche la storia dello sport racconta sempre chi c’era e chi non c’era.
La differenza è che un infortunio appartiene allo sport, una squalifica per doping appartiene allo sport, una sanzione disciplinare appartiene allo sport, mentre una decisione geopolitica appartiene alla politica.
Mescolare questi piani forse è legittimo, ma bisogna avere l’onestà di dirlo. Forse il vero problema non è che la politica entri nello sport, ma è che continuiamo a fingere che resti fuori.
Lo sport mondiale è diventato uno dei più grandi palcoscenici del pianeta, muove miliardi, influenza governi, costruisce consenso, produce diplomazia, genera prestigio internazionale.
Pensare che tutto questo possa vivere in una campana di vetro chiamata “neutralità” è un esercizio di fantasia degno dei migliori romanzi, eppure continuiamo a raccontarcelo, probabilmente perché è una storia rassicurante.
Del resto, anche i bambini sanno che Babbo Natale non può consegnare i regali in una sola notte.
Ma nessuno ha il coraggio di dirlo durante la cena della vigilia.
Con lo sport succede qualcosa di simile. Continuiamo a ripetere che è fuori dalla politica.
Così nessuno deve spiegare perché, ogni tanto, la politica entra in campo senza nemmeno comprare il biglietto.
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