Il Melonellum è la ritirata di chi teme di perdere le elezioni

Che cos’era la legge truffa? Non una truffa. Attribuiva quasi il sessantacinque per cento dei seggi alla coalizione che avesse superato il cinquanta per cento dei voti: premiava dunque chi aveva vinto, non semplicemente chi era arrivato primo. Eppure il Partito Comunista fece un chiasso tale che è arrivato fino a oggi. Il Melonellum somiglia semmai, alla lontana, alla fascistissima legge Acerbo, che assegnava i due terzi dei seggi alla lista più votata purché avesse superato appena il venticinque per cento. Ma la legge Acerbo era stata costruita su misura per Mussolini, che del premio fece buon uso dal suo punto di vista, contribuendo a fare delle elezioni del 1924 le ultime libere prima della fine della dittatura.
Il Melonellum, piccola differenza, non è fatto su misura della premier, perché non si sa chi vincerà le elezioni l’anno prossimo. La sinistra piange e strilla ma oggi ha i sondaggi dalla sua parte.
E poi, davvero il Melonellum è la via per instaurare un regime nel caso vinca la destra (la sinistra populista di Conte o quella dall’identità ancora non chiara di Schlein è esente da sospetti)? A prima vista sembra improbabile: nella legge elettorale è stato inserito un tetto massimo di parlamentari per cui nessuna coalizione potrà avere più di 220 deputati e 113 senatori. Questo è stato fatto per proteggere le soglie di maggioranza qualificata necessarie per alcuni tipi di votazioni, quali l’elezione del Presidente della Repubblica o la riforma della Costituzione. È evidente che la destra si è voluta cautelare dalle conseguenze di una brutta batosta elettorale.
I tempi del premierato, la «madre di tutte le riforme» su cui Giorgia Meloni aveva giurato di immolarsi all’inizio della legislatura, sono lontani: Trump sta annaspando nelle acque dello Stretto di Hormuz e Viktor Orbán è stato pensionato insieme alla sua democrazia illiberale di stampo putiniano. Meloni ha dovuto prendere atto della realtà, forse ad essa si è arresa, forse ne ha imparato la lezione. Certamente non ha più il passo marziale dell’autocrate in gonnella.
La realtà è dura da accettare per tutti: per i centocinquanta costituzionalisti antiregime che bombarderanno di documenti media e Corti, per la Cgil che riporterà in piazza tutti i suoi pensionati e le bandiere pro Pal, e per i partiti di opposizione che fra una primaria e l’altra qualcosa devono pur fare.
Ma allora perché il centrodestra ci tiene tanto a portarla a casa, la nuova legge? La risposta è talmente semplice che nessuno la prende in considerazione: perché si ritiene, e i sondaggi lo confermano, che, fuori Roberto Vannacci dal centrodestra, con la legge attuale il centrosinistra partirebbe ultrafavorito, mentre con la nuova legge soltanto favorito. Ed ecco la spiegazione dei trucchi che, una Camera dietro l’altra, la destra ha escogitato per frenare la corsa di Futuro Nazionale e indebolire la sinistra: da ultimo l’obbrobrio delle centinaia di migliaia di firme necessarie a una formazione non rappresentata da un gruppo nel Parlamento uscente per concorrere alle elezioni. Su questo sì la Corte Costituzionale avrà motivo di riflettere. Il resto è fuffa, solo fuffa.
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