Come la manipolazione dell’opinione pubblica è diventata un servizio

17 Settembre 2026 - 18:35
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Come la manipolazione dell’opinione pubblica è diventata un servizio

Non servono più soltanto troll e bot improvvisati. L’influenza online può essere comprata, progettata e misurata come una campagna di comunicazione. È questa la storia che emerge dal nuovo rapporto del Citizen Lab dell’Università di Toronto, “BlackCore’s Influence Operations for Hire”, firmato dai ricercatori Alberto Fittarelli, John Scott-Railton e Maia Scott.

BlackCore è una società israeliana che si presenta come un’azienda specializzata in influenza, cyber e tecnologia. Il suo sito, oggi rimosso, prometteva ai clienti una serie di servizi che andavano dalla costruzione di narrazioni alla loro diffusione sui social network. Tra le categorie indicate dalla società c’erano «Discourse Dominance», cioè il riempimento delle piattaforme con messaggi coordinati, «Organic Engagement», per ottenere attenzione da utenti reali, e «Counter Operations», operazioni mirate a contrastare narrazioni avversarie. BlackCore sosteneva inoltre di poter mettere a disposizione centinaia di avatar su Facebook, Instagram e TikTok.

Il caso più dettagliato ricostruito dal Citizen Lab riguarda l’Angola. All’inizio di quest’anno BlackCore ha proposto al governo di Luanda un programma di formazione sulla comunicazione e sulla costruzione delle narrazioni. Il progetto avrebbe dovuto durare quattro settimane, ma secondo il rapporto si è protratto per oltre quattordici settimane, dal 19 gennaio fino ad aprile. Sulla carta era un corso per migliorare la comunicazione del governo. Nei fatti comprendeva la creazione e la gestione di campagne sui social. Il programma prevedeva lezioni di storytelling, copywriting, gestione del traffico e operazioni sui social media, oltre all’attivazione di campagne su Meta e TikTok. I documenti analizzati dal Citizen Lab mostrano che i partecipanti furono formati anche a produrre contenuti e a monitorarne le prestazioni.

La parte più interessante arriva però nei materiali prodotti durante il corso. BlackCore aveva raccolto in un foglio di lavoro le attività delle pagine e dei profili utilizzati per la campagna: date di pubblicazione, gruppi Facebook nei quali i contenuti venivano rilanciati, link ai post e nomi associati alle singole attività. Alcuni di quei nomi corrispondevano, secondo i ricercatori, a identità artificiali.

Al centro dell’operazione c’era anche «Agita News», una pagina Facebook che si presentava come una testata giornalistica e che pubblicava contenuti propri e link verso un sito esterno, oggi non più online. Un singolo post mostrato nel rapporto di BlackCore aveva ottenuto quasi 200.000 visualizzazioni. Altri contenuti avevano raggiunto decine di migliaia di interazioni.

Il meccanismo era quello ormai noto delle operazioni di influenza, ma con una differenza importante: qui viene mostrato come un prodotto. Un contenuto viene pubblicato attraverso un’identità ingannevole, rilanciato in comunità online, misurato attraverso visualizzazioni e interazioni e poi eventualmente corretto. Il Citizen Lab ha inoltre individuato almeno due profili utilizzati nella campagna, Dorivaldo Kiala e Gancho Atalaia, che si presentavano come persone reali e le cui fotografie erano probabilmente generate dall’intelligenza artificiale.

I ricercatori precisano di non aver potuto identificare con certezza né i funzionari angolani coinvolti né i formatori di BlackCore e di non aver potuto verificare indipendentemente ogni dettaglio del programma. Ma diversi elementi indipendenti coincidono con quanto riportato nei documenti della società, tanto da portare il Citizen Lab a ritenere altamente probabile che il programma si sia svolto come descritto.

L’Angola, inoltre, non è un caso isolato. Il 13 maggio Reuters aveva già raccontato le attività di BlackCore e le campagne rivolte al pubblico francese. A giugno Viginum, l’agenzia francese incaricata di individuare le interferenze digitali straniere, ha pubblicato due rapporti che collegavano la società alle elezioni municipali francesi del marzo 2026 e ad attività rivolte anche a New York, Scozia, Togo e Angola.

Poi, il 27 agosto, è arrivata un’altra conferma indiretta. Nel suo rapporto sulle minacce avversarie, Meta ha descritto una rete di account coordinati e inautentici originata in Israele e attiva in Francia, Regno Unito, Australia, Iran, Togo, Gabon, Angola e Stati Uniti. La rete utilizzava account falsi e sistemi automatizzati per produrre commenti in serie e aumentare artificialmente la visibilità dei contenuti. Meta ha definito l’operazione un’attività di «influence-for-hire», probabilmente condotta per conto di diversi clienti. Il Citizen Lab ritiene altamente probabile che dietro quella rete ci fosse BlackCore.

È qui che il caso diventa più interessante della singola società. Perché il punto non è soltanto che esistano persone disposte a creare profili falsi o a manipolare le conversazioni online. È che esiste ormai un mercato capace di mettere insieme tutte queste attività: infrastruttura digitale, identità artificiali, produzione dei contenuti, distribuzione, amplificazione e misurazione dei risultati. BlackCore, scrivono i ricercatori, prometteva ai suoi clienti una «architettura delle comunicazioni statali professionale, solida e scalabile». Una formula che dice molto della trasformazione in corso: una parte della comunicazione di uno Stato, compresa quella più opaca e difficile da attribuire, può essere affidata a un soggetto privato e acquistata come una capacità già pronta. Il problema, osserva il Citizen Lab, è che dimostrare l’effetto concreto di un’operazione di influenza è difficile. Ma proprio per questo BlackCore documentava con attenzione visualizzazioni, like, traffico e interazioni. Nel caso angolano, alcuni dei contenuti manipolati avrebbero raggiunto decine di migliaia di utenti in un Paese nel quale Facebook conta circa sei milioni di utenti attivi.

La fabbrica dell’influenza, insomma, non ha bisogno necessariamente di convincere tutti. Le basta produrre abbastanza contenuti, identità e rumore da alterare l’ambiente nel quale le persone si informano e discutono. E soprattutto, come mostra il caso BlackCore, oggi non è più necessario costruirla da zero: in certi casi, è possibile semplicemente comprarla.

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