Il prezzo che non vediamo dell’abbigliamento

Maggio 11, 2026 - 11:45
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Il prezzo che non vediamo dell’abbigliamento

Il 23 aprile 2013, le crepe nell’edificio del Rana Plaza di Dacca erano già visibili. La banca e i negozi ai piani inferiori avevano chiuso. I proprietari delle fabbriche tessili ai piani superiori ordinarono agli operai di tornare al lavoro, minacciando in alcuni casi di trattenere un mese di paga a chi si fosse rifiutato. Il giorno dopo, il palazzo crollò, provocando 1.134 morti e oltre 2.500 feriti. Molti dei capi prodotti in quelle fabbriche capi erano destinati al mercato occidentale.

Quando penso a questo episodio, mi viene in mente una categoria di video, molto popolare sui social, in cui si vedono fabbriche che producono di tutto in condizioni che in Europa sarebbero illegali dal primo giorno. Quello che colpisce sono i commenti degli utenti, che spaziano dalla curiosità all’ammirazione. È come se non notassero il degrado che fa da sfondo alla scena, come se fosse solo una forma diversa di intrattenimento.

Non è indifferenza. È assenza di connessione tra ciò che si vede e ciò che si compra. Quella connessione ha un nome nella letteratura economica: pollution haven hypothesis.

Secondo questa ipotesi, le imprese tendono a delocalizzare verso paesi con standard ambientali e sociali più bassi, trasferendo là gli impatti che non vogliono sostenere in casa. Essa è ancora oggetto di dibattito: alcuni studi trovano evidenze solide, altri le ridimensionano. Ma un dato è difficile da contestare: uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2023 ha mostrato che la rilocalizzazione industriale verso il Sud globale, avvenuta soprattutto nei primi anni Duemila, ha prodotto un aumento netto delle emissioni globali, perché le fabbriche spostate operano in paesi con intensità emissive più alte. Secondo Rete Clima, che richiama uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, le emissioni reali dei Paesi occidentali, calcolate su base di filiera, risulterebbero tra il 10 e il 50% superiori a quelle ufficialmente conteggiate.

Il range è ampio, ma anche la sua soglia minima basta a porre un problema di trasparenza dei dati. Il quadro salariale è altrettanto netto. Un’analisi pubblicata su Nature Communications nel luglio 2024 ha quantificato che il Sud del mondo contribuisce al 90% della forza lavoro globale ma riceve solo il 21% del reddito globale; i salari nel Sud sono tra l'87 e il 95% inferiori a quelli del Nord a parità di competenze e settore. In Bangladesh, il salario minimo per un operaio tessile è stato portato a circa 113 dollari al mese nel dicembre 2023 — un aumento del 56% rispetto al 2018, ma ancora lontano dai 208-215 dollari mensili che il Bangladesh Institute for Labour Studies stima necessari per superare la soglia di povertà.

Quando la Cina ha perso competitività sui salari, le grandi aziende del fast fashion hanno semplicemente spostato la produzione altrove — Bangladesh, Vietnam, Myanmar.

Nel frattempo, la produzione globale di abbigliamento è circa raddoppiata dagli anni 2000 a oggi: secondo la Ellen MacArthur Foundation, sono stati superati i 100 miliardi di capi all’anno. Il consumatore medio ne acquista il 60% in più rispetto al 2000, ma li tiene per la metà del tempo; il numero medio di utilizzi prima che un capo venga scartato è diminuito del 36% in quindici anni.

È quello che i sociologi chiamano distanza morale: la capacità delle grandi strutture di rendere invisibili le conseguenze delle nostre azioni. La filiera globale ha nascosto il lavoro umano dietro rotte intercontinentali e prezzi abbastanza bassi da disinnescare il pensiero critico.

Il punto è che c’è differenza tra guardare e vedere. Guardare è passivo, vedere richiede di chiedersi da dove viene un oggetto e a quale costo esiste. E alcune risposte strutturali stanno già prendendo forma. La direttiva europea sulla Corporate Sustainability Due Diligence (CS3D, 2024) obbligherà le grandi imprese a individuare, prevenire e rimediare agli impatti sociali e ambientali lungo l'intera catena di fornitura — con responsabilità civile in caso di inadempimento. Non è ancora la soluzione definitiva, ma è senz’altro un cambiamento di paradigma: dalla responsabilità volontaria all’obbligo di trasparenza.

Perché il pantalone a un euro non è un miracolo del mercato. È quello che resta del prezzo invisibile che qualcun altro, altrove, sta pagando per noi.

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