La Nato cambia il modo di raccontare la minaccia russa

«Coincidenze?». È una parola insolita per un comando militare. Ma è probabilmente la parola più importante comparsa negli ultimi giorni nella comunicazione pubblica della Nato. Il 2 settembre il Joint Force Command Brunssum ha messo in fila una serie di episodi avvenuti in diverse parti d’Europa: esplosivi presso una sottostazione elettrica tedesca, un altro incidente con droni nell’area di Leipzig/Halle, un tentativo di incendio contro una fabbrica di droni in Slovacchia, un incendio in una struttura polacca che produce componenti per droni, interferenze ricorrenti nel Baltico e diverse violazioni dello spazio aereo della Nato. «Paesi diversi. Obiettivi diversi», si legge nel post su X. «Una cosa in comune». Poi viene definito «codardo» attaccare infrastrutture critiche e violare spazi aerei e acque nazionali «dalle ombre». Infine la domanda: «Coincidenze? L’Europa deve essere pronta».
Il punto non è che la Nato abbia improvvisamente deciso di attribuire alla Russia tutto ciò che accade sul continente. Non lo fa. E sarebbe sbagliato leggere il messaggio in questo modo: gli episodi elencati hanno livelli diversi di evidenza e di attribuzione. Il punto è un altro. La Nato sta cambiando il modo in cui vuole che quegli episodi vengano guardati. Non più necessariamente uno alla volta.
È un passaggio di comunicazione strategica prima ancora che di attribuzione. E arriva a un giorno esatto di distanza dalla decisione del governo tedesco di accusare ufficialmente la Russia per il tentato attacco con droni esplosivi contro l’aeroporto di Leipzig/Halle, risalente alla notte tra il 4 e il 5 agosto.
Quel caso, va detto, era più composito di come viene spesso riassunto. Non un solo drone contro un solo aereo, ma almeno due droni individuati quella notte vicino ai cargo Antonov ucraini, un cargo Dhl dirottato che nelle stesse ore aveva urtato in volo un oggetto non identificato prima di atterrare a Hannover, e un terzo drone recuperato tre settimane dopo, il 25 agosto, con tracce di una sostanza sospettata di essere esplosivo militare. Anche il caso che avrebbe sbloccato l’attribuzione tedesca, insomma, era nato come una sequenza di episodi frammentati prima che le indagini li ricomponessero in un unico quadro.
Lipsia ha fornito un elemento che fino a quel momento mancava in molti dei casi precedenti: un’attribuzione pubblica, formulata da uno Stato alleato, accompagnata dalla decisione di reagire. Non significa che ogni incendio o sabotaggio europeo possa essere ricondotto automaticamente a Mosca. Significa però che è diventato più difficile sostenere che ciascun episodio debba essere valutato come se fosse completamente isolato dagli altri.
E il linguaggio usato a Berlino il 1° settembre anticipa quasi parola per parola quello di Brunssum il giorno successivo. In conferenza stampa il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul aveva già collocato il tentativo di attacco di Lipsia dentro uno schema più ampio di operazioni ibride russe in Europa. Il ministro dell’Interno, Alexander Dobrindt, aveva escluso esplicitamente che si trattasse di un episodio isolato, definendolo invece coerente con modalità operative già osservate in precedenti azioni riconducibili a Mosca. Brunssum, un giorno dopo, non ha inventato una cornice concettuale: l’ha ereditata da un governo nazionale e l’ha proiettata a livello di alleanza.
È qui che entra in gioco la comunicazione strategica. Perché il problema delle operazioni clandestine non è soltanto stabilire chi le abbia compiute. È anche quanto tempo impiega una società a riconoscere che gli episodi che vede separatamente possono appartenere allo stesso quadro. La soglia dell’attenzione, prima ancora di quella della risposta.
È una distinzione che conta. Un incendio in una fabbrica può essere un incendio. Un drone può essere un drone. Un’interferenza nel Baltico può essere un episodio di disturbo. Un’esplosione presso un’infrastruttura energetica può avere una spiegazione criminale. Ma se gli episodi si moltiplicano, in Paesi diversi e contro obiettivi diversi, il problema non è più soltanto stabilire l’autore di ciascuno. È capire se la loro somma stia raccontando qualcosa. Brunssum, con quel «Coincidenze?», sembra chiedere esattamente questo.
È significativo anche che il messaggio arrivi da un comando operativo. JFC Brunssum è al centro della postura Nato sul fianco orientale e guida anche attività come Eastern Sentry e Baltic Sentry. Non è quindi un commentatore esterno che invita a leggere i fatti in un certo modo: è una struttura militare che sta comunicando direttamente all’esterno quale ambiente di sicurezza vede.
E la comunicazione non si ferma agli episodi. Poche ore dopo, Brunssum pubblica un secondo messaggio su X. «Qualcosa si muove sotto la superficie», si legge, questa volta con riferimento alla modernizzazione della flotta sottomarina russa e della penisola di Kola, centro della Flotta del Nord; in particolare ai nuovi sottomarini nucleari russi e alle loro capacità di attacco a lungo raggio e di interdizione marittima. «Potrebbero essere invisibili sotto le onde. Ma non per noi», aggiunge il comando. «Li vediamo, osserviamo attentamente gli sviluppi e sì, prendiamo questi sviluppi sul serio».
È un linguaggio insolitamente diretto per una struttura militare. Ma è anche coerente con il primo messaggio. Prima Brunssum invita il pubblico a mettere insieme gli episodi. Poi ricorda che, mentre l’attenzione è concentrata sulle operazioni visibili in Europa, la Russia continua a sviluppare capacità militari molto meno visibili. Il sottotesto è semplice: guardate meglio.
Non è ancora possibile parlare di una nuova dottrina di comunicazione strategica della Nato. Ma il cambio di tono è evidente. La comunicazione non sembra limitarsi a reagire agli episodi una volta che sono diventati pubblici. Cerca di preparare il pubblico europeo a riconoscere come rilevanti fenomeni che, presi singolarmente, possono sembrare troppo piccoli, troppo ambigui o troppo lontani per suscitare una reazione.
È proprio qui che Lipsia può rappresentare uno spartiacque. Perché l’attribuzione tedesca consente di spostare la discussione. Non più soltanto: «La Russia potrebbe esserci dietro?». Ma: «Che cosa significa se questo episodio si aggiunge a tutti gli altri?» È una domanda diversa. E molto più scomoda. Anche perché le operazioni di questo tipo funzionano proprio sfruttando l’incertezza. L’autore deve poter negare. Chi le subisce deve poter dimostrare. E nel frattempo il pubblico deve decidere se attribuire importanza a qualcosa che, apparentemente, non cambia la sua vita.
La sfida della deterrenza comincia dunque prima della risposta. Comincia dalla percezione. Ma a Berlino la percezione si è già tradotta in azione. Il governo tedesco ha annunciato la chiusura del consolato russo di Bonn dal 18 settembre, l’ultimo rimasto aperto in Germania, la revoca del contratto della Casa Russa di Berlino, controlli d’ingresso più stringenti e una pressione aggiuntiva sulla flotta ombra russa. Non è più soltanto una questione di linguaggio.
Brunssum sembra chiedere che lo stesso passaggio avvenga a livello di alleanza. Il suo messaggio non dice che la Nato abbia già dimostrato un’unica regia dietro tutti gli episodi. Dice che la loro concentrazione è abbastanza significativa da meritare attenzione. E collega immediatamente questa attenzione alla preparazione: «L’Europa deve essere pronta. Ed è per questo che la NATO 3.0 è più importante che mai». La Nato 3.0, nella narrazione di Brunssum, è una Nato nella quale gli europei devono assumersi una quota maggiore di responsabilità militare, con più capacità e più prontezza. Ma la preparazione non è soltanto una questione di mezzi. È anche una questione di percezione del rischio.
Se una società riconosce una minaccia soltanto quando supera la soglia dell’emergenza, spesso è già troppo tardi per prevenirla. Per questo il dettaglio più interessante dei due post non è nemmeno quello che Brunssum attribuisce alla Russia. È ciò che chiede al pubblico di fare: alzare la soglia dell’attenzione prima che sia necessario alzare quella della risposta. Berlino lo ha già fatto, sul piano nazionale, un giorno prima. Dopo Lipsia, la Nato sembra voler cominciare da qui anche sul piano dell’alleanza.
Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.
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