La psicosi democratica del Regno Unito è il trionfo della guerra ibrida all’Europa

Ora che l’onda lunga della Brexit ha mietuto la sua ennesima (e certo non ultima) vittima britannica, Keir Starmer, vale la pena di riflettere sulle manifestazioni ultrabritanniche di un fenomeno che, nel trionfo del Leave, ha trovato solo una prima manifestazione storica e che ha poi investito come una tempesta tutte le democrazie occidentali, impadronendosi del loro sistema operativo e immunitario e pervertendone il funzionamento.
La Brexit è stata un esperimento riuscito di guerra ibrida che, con visibili manine e manone straniere, ha usato una leva antropologicamente potente, quella demografico-migratoria, per accreditare una mitologia cospirazionista a cui l’Inghilterra postcoloniale era, per svariate ragioni, molto sensibile. L’Europa – questo era il racconto – espropriava il Regno Unito delle sue ricchezze e della sua identità, e dunque l’uscita dall’Ue l’avrebbe liberato da un giogo servile e restituito a una grandezza imperiale.
Comprensibilmente, i riflessi da nobiltà decaduta (che sono sempre un indistricabile garbuglio di senso di superiorità e complesso di inferiorità, di protervia e vittimismo), sobillati da una narrazione inveritiera ma estremamente confortante (ad esempio: «rifaremo la sanità pubblica con tutte le sterline che regalavamo a Bruxelles»), si sono diffusi epidemicamente soprattutto tra gli strati della popolazione più svantaggiati economicamente e meno consapevoli culturalmente, e quindi più portati a credere al ritorno di un’immaginaria età dell’oro.
Niente di nuovo, a ben guardare, se non per l’effetto moltiplicatore di un ecosistema politico-mediatico che ha trasformato i sentimenti ingenuamente nazionalisti, razzisti e nostalgici, che allignano da sempre nel misoneismo reazionario a tutte le latitudini, nel framework obbligato del discorso pubblico e nel contenuto inderogabile del confronto politico.
Così David Cameron si è dovuto arrendere a un referendum che ha perso nel momento stesso in cui l’ha convocato; così, per l’identica ragione, il vincitore della Brexit, Nigel Farage, ha potuto, per un decennio, campare di rendita sul suo stesso disastro e oggi si presenta come il candidato più credibile a Downing Street in caso di nuove elezioni, mentre le convulsioni laburiste arrivano all’autocannibalismo e l’uomo più ricco e potente del mondo, Elon Musk, teleguida dal suo account su X i delinquenti che mettono a ferro e fuoco le strade britanniche.
Dunque la vera lezione della Brexit è questa: accettare come inevitabili e incontrastabili il paradigma populista e le psicosi democratiche fomentate dalle false verità degli impresari del caos, provando a contenerne le conseguenze e a ritagliare nei suoi margini spazi di compromesso ragionevole, significa semplicemente arrendersi, anzi immolarsi alla vittoria dei nichilisti. Certo, non è affatto detto che l’alternativa sia vincente; però la non-alternativa è certamente perdente. Questo vale rispetto al populismo di destra come a quello di sinistra.
A questo esito porterà sempre e indefettibilmente continuare a parlare, in Europa, dei problemi che l’agenda setting dei predatori globali russo-sino-americani impone nel palinsesto della comunicazione crossmediale, come se fossero veri per come sono rappresentati, pensando di limitare i danni e di lenire le angosce di elettori sottoposti a strategie industrializzate e personalizzate di fanatizzazione.
Continuare, ad esempio, a parlare di immigrazione, accettando di farlo senza contrastare e smentire lo schema nazista della grande sostituzione o il terrapiattismo demografico dell’autarchia bianca e cristiana, significa favorire la partenogenesi di leader razzisti sempre più cattivi e violenti (dopo Nigel Farage, Tommy Robinson), non ricondurre a ragionevolezza pratica la discussione di un problema di integrazione e di disordine civile e politico che non ha niente, letteralmente niente, a che fare con il racconto che se ne fa.
Allo stesso modo, da sinistra, continuare ad accettare la storiografia insoumise sulla periferizzazione economica dell’Europa e la crisi del suo welfare universale come un effetto della tenaglia di liberismo e austerità non serve a creare speranza popolare, ma alienazione e frustrazione politica. Forse si può campare politicamente sul declino anche da sinistra – meno semplice che da destra, direi –; di certo, non si può rimettere nessun Paese, meno che mai l’Italia, sul cammino del progresso economico e civile.
L’alternativa al populismo nero non può essere un populismo rosso, altrettanto nostalgico e anacronistico, che la sostituzione di Keir Starmer con Andy Burnham accende anche in Italia di nuovi entusiasmi. Basti leggere le scemenze di Marta Bonafoni, che resuscita, per il premier uscente, sia pure con altra definizione, la categoria del social-fascismo e si rallegra per la sua dipartita.
Continuare a interpretare il successo della destra come frutto del tradimento della vera sinistra e della sua capitolazione al pensiero unico liberale – che è esattamente la koinè ideologica del campo largo, ufficializzata alla recente festa della Fiom – è una mitologia cospiratoria analoga a quella sovranista e con molteplici punti di contatto sociali e politici nella vulgata no-global che, come in Francia unisce Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, in Italia unisce sovranisti e populisti nella querimonia contro l’Europa matrigna.
Visto che le dimissioni di Keir Starmer rischiano di rafforzare un bipopulismo che non è solo italiano, ma sempre più chiaramente europeo, è bene che i riformisti di qualunque scuola e ascendenza capiscano che occorre fermare l’inerzia del gioco. Per salvare l’Europa dalla guerra ibrida dei suoi nemici, bisogna proprio combatterla, non rassegnarsene come davanti al nuovo spirito del tempo e della storia.
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