Reportage da Tbilisi, la città dei cortili, dell’attivismo e dei sogni europei

24 Giugno 2026 - 05:09
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Reportage da Tbilisi, la città dei cortili, dell’attivismo e dei sogni europei

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«Quello non è in vendita» mi dice il commesso del negozio vintage in cui sono entrato a curiosare non appena mi scorge mentre osservo con un certo interesse un cappello con un draghetto verde dalle lunghe orecchie. Pare assurdo, eppure è lui: “Prezzemolo”, la mascotte di Gardaland. Proprio qui? A Tbilisi?  Quando gli spiego di che cosa si tratta, s’illumina in un sorriso. Lo ha comprato online, mi racconta, insieme ad una maglietta dell’Inter su cui campeggia la frase “Odio mio cugino”, che mi legge in italiano stentato. 

Mi chiedo cosa ne penserebbe K’akha Kaladze, un passato lungo 9 stagioni e quasi 300 partite con la maglia del Milan prima dei due mandati come sindaco della capitale georgiana. D’altra parte, ha altro a cui pensare: la sua recente rielezione ha inasprito le proteste in tutto il Paese, soprattutto nella capitale, verso il governo di Sogno Georgiano, partito politico fondato dal miliardario Bidzina Ivanishvili, da più parti accusato di essere troppo vicino a Putin. Lo stretto rapporto del governo con la Russia è in effetti una delle principali chiavi di lettura delle manifestazioni e il motivo principale per il quale la Georgia trova spazio nei discorsi italiani, come una (ennesima) metafora di scontro di civiltà tra Oriente e Occidente, Russia ed Europa. Forse è anche il motivo per il quale mi è saltato in mente di venire a visitarla.

In realtà, quella che mi trovo davanti in città non sembra la situazione esplosiva che un po’ ovunque spesso si racconta. Certamente, qualche avvisaglia delle tensioni si lascia intravedere. I picchetti davanti al Parlamento, per esempio, ma anche le numerose bandiere europee che campeggiano principalmente fuori dai locali dei più giovani, quelli più alla moda e che guardano smaccatamente allo stile di vita occidentale.

Illustrazione di Marta Zingoni

C’è anche qualche murales di protesta: tanti prendono le distanze da Putin e si schierano con l’Ucraina. M., che ha 23 anni ed è tra i coordinatori delle proteste antigovernative a Tbilisi, mi racconta che a seguito delle elezioni «Ci aspettiamo grosse sanzioni: l’Unione Europea, per esempio, ha dichiarato che potrebbe anche revocare la liberalizzazione dei visti. Anche per questo e nonostante tutto, continuiamo a lottare, perché crediamo ancora di poter salvare il nostro Paese». 

Quella che noto è in realtà soprattutto un’elettricità, una tensione latente che non so fino a che punto sia davvero destinata a sprigionarsi. È una conflittualità soprattutto intergenerazionale, che racconta di un Paese ferito dal suo passato e che ancora tenta di trovare una sua strada. La riconosco nei volti delle persone, nella rassegnazione pacata di chi ha vissuto la sua vita, nell’animosa voglia di futuro di chi ancora la vede davanti a sé. 

Tbilisi è una città di contraddizioni: crocevia di culture e spazio cosmopolita fin dai tempi in cui la terra non era piccola come oggi, tappa della Via della Seta prima e provincia sovietica poi. Da qualche parte ho letto che è una città da vivere perdendosi nelle sue strade e tra i suoi palazzi, osservando lo scorrere della vita delle persone che la abitano: quasi 1,2 milioni di abitanti, poco meno di un terzo di quelli dell’intero Paese. E allora decido di vagare tra i vicoli della Città Vecchia, mi perdo tra le loro soluzioni abitative e architettoniche approssimative e geniali allo stesso tempo, che si alternano a design hotel di lusso, ristoranti alla moda che strizzano l’occhio ai turisti, cocktail bar dallo stile contemporaneo.

Tra gli oggetti dei negozietti della città si trova di tutto, anche un cappello di “Prezzemolo”, la mascottedi Gardaland.
Tra gli oggetti dei negozietti della città si trova di tutto, anche un cappello di “Prezzemolo”, la mascotte di Gardaland.

Scopro allora che per ritrovare la vera Tbilisi occorre fare pace con il suo equilibrio precario, con lo slancio al futuro che convive con la tradizione, con la sua tensione al cambiamento. Sono autentici i cortili delle sue case con i panni stesi ad asciugare, le scale a chiocciola, i balconi di legno intagliato, i grovigli di fili della luce che ti corrono sopra la testa. Lo sono le chiese di ogni confessione che vivono una accanto all’altra, nell’intreccio di culture la cui memoria in città si perde nei secoli; e lo sono pure gli enormi palazzi di edilizia popolare nei suoi sobborghi, che ne ricordano il recente passato sovietico e celano dietro le loro facciate di cemento armato il presente quotidiano dei tanti abitanti “nascosti” della capitale.

Infine, lo sono, ancora, i gatti che incontro ad ogni angolo, e che mi costringono – non posso farne a meno – a fermarmi. «Guarda, quello assomiglia a Camilla!», dico alla mia compagna di viaggio. Sono loro i veri custodi della città, protagonisti anche di tanti dei murales che ne colorano le strade. Reale, però, è anche l’attivismo e l’energia delle nuove generazioni, la loro voglia di cambiare il volto alla città e di immaginarsi protagonisti mentre il Paese resta sospeso tra spinte geopolitiche opposte.

L’ingresso del Café Dante nel quartiere di Sololaki, dove le vecchie case oscillano tra decadenza e splendore.

Così, i negozi vintage e del riuso, e gli spazi culturali spuntano in ogni quartiere. E scopro che Fabrika, sui cui muri giganteggia un enorme volto di Basquiat, è oggi il vero e proprio place to be per locali e nomadi digitali: hub culturale a tutto tondo, questa ex fabbrica sovietica rigenerata è uno spazio in cui si respira qualcosa delle grandi capitali europee – inatteso, mi dico, proprio quando pensavo di avere ormai abbandonato i miei preconcetti, in una città come Tbilisi. Che non ha smesso di stupirmi. Dall’alto, vegliano sempre su di me e sulla Capitale i 20 metri della statua di Kartlis Deda, la Madre della Georgia. 

In cima alla collina di Sololaki, con la mano destra accoglie con una coppa di vino chi entra in città da amico (l’ospite qui è detto “inviato da Dio”), con la spada nella sinistra la difende dai nemici. Ci arrivo a piedi, anche se quasi tutti prendono la funivia: abitudini cittadine di memoria sovietica. Quindi, una tappa alla stamperia segreta da cui un giovane Stalin – come non rammentare che il “baffone” era georgiano! – produceva e distribuiva opuscoli per la propaganda rivoluzionaria. E mi lascio alle spalle la città.

Imbocco la Strada Militare Georgiana, che porta dritti a Vladikavkaz, nella Russia osseta, attraverso il Caucaso. È il confine dell’Europa, uno spazio di frontiera che divide da un altro Paese, altri modi di vivere, altre persone. Ma che non credo saranno veramente così diverse da noi.

 

Uno dei murales che colorano le strade di Tbilisi, segno dell’energia creativa e dell’arte urbana diffusa in città.

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