La sorveglianza digitale in Marocco sta sfuggendo di mano
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Marocco, nuove accuse sul sistema di sorveglianza: un ex agente racconta la rete di controllo.
Il tema della sorveglianza digitale torna al centro del dibattito internazionale dopo la diffusione di nuove testimonianze sul funzionamento dell’apparato di sicurezza del Marocco. A parlare sarebbe un ex appartenente alla Direzione generale della sorveglianza del territorio, la struttura che si occupa dell’intelligence interna del Paese.
Il suo racconto descrive un sistema articolato, costruito nel corso degli anni attraverso l’acquisto e l’impiego di tecnologie capaci di controllare telefoni, computer, comunicazioni e spostamenti. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, gli strumenti non sarebbero stati utilizzati soltanto per finalità di sicurezza nazionale, ma anche per osservare da vicino giornalisti, attivisti, oppositori politici e rappresentanti della società civile.
La vicenda assume una rilevanza che va oltre i confini marocchini. Il punto centrale riguarda infatti il crescente potere delle tecnologie di sorveglianza, sempre più accessibili agli apparati statali e sempre più difficili da individuare da parte delle persone colpite.
La testimonianza arrivata dall’interno dell’intelligence
L’ex funzionario, la cui identità è stata protetta per ragioni di sicurezza, avrebbe lavorato per diversi anni all’interno dei servizi marocchini. Dopo essersi allontanato dal Paese, avrebbe deciso di raccontare ciò che aveva osservato durante il proprio incarico, fornendo informazioni, documenti e indicazioni sulle modalità operative dell’agenzia.
La sua posizione resta particolarmente delicata. L’uomo vivrebbe infatti sotto severe misure di protezione e adotterebbe numerose precauzioni per evitare di essere identificato o rintracciato. Il timore, secondo quanto emerso, è che la sua collaborazione con i giornalisti possa esporlo a ritorsioni.
Il valore della testimonianza risiede soprattutto nella prospettiva interna. Fino a oggi, molte delle accuse rivolte al Marocco si erano basate su analisi tecniche, dispositivi compromessi e ricostruzioni effettuate dall’esterno. Il racconto di un ex agente offrirebbe invece una descrizione diretta dei meccanismi con cui le attività di monitoraggio sarebbero state organizzate.
Un arsenale che non si limiterebbe a Pegasus
Nel dibattito pubblico il nome più noto resta quello di Pegasus, il sofisticato software spia sviluppato dalla società israeliana NSO Group. Il programma è in grado, in determinate circostanze, di penetrare negli smartphone e accedere a un’enorme quantità di informazioni personali.
Messaggi, fotografie, cronologia delle chiamate, posizione geografica, microfono e videocamera possono diventare accessibili all’operatore senza che il proprietario del dispositivo si accorga dell’intrusione. In alcuni casi, l’attacco può avvenire senza che la vittima apra collegamenti o scarichi file sospetti.
Le nuove accuse descrivono tuttavia un quadro molto più esteso. Il Marocco avrebbe costruito nel tempo un vero e proprio ecosistema di sorveglianza, composto da strumenti digitali, dispositivi fisici e tecniche tradizionali di intercettazione.
Tra le tecnologie citate figurano programmi capaci di registrare ciò che viene digitato sulla tastiera, malware installati tramite chiavette USB, telefoni commercializzati con software spia già presenti, sistemi per l’ascolto delle comunicazioni e telecamere nascoste utilizzate in ambienti privati.
Questa varietà di mezzi dimostrerebbe una strategia non legata a un singolo prodotto, ma orientata alla possibilità di scegliere di volta in volta la tecnica più efficace in relazione all’obiettivo da controllare.
Giornalisti e attivisti tra i possibili bersagli
Uno degli aspetti più delicati riguarda i soggetti che sarebbero stati sottoposti a sorveglianza. Le attività non si sarebbero concentrate soltanto su persone sospettate di terrorismo, criminalità organizzata o minacce alla sicurezza nazionale.
Tra i possibili obiettivi vengono indicati reporter investigativi, difensori dei diritti umani, oppositori e personalità critiche nei confronti delle istituzioni. In questi casi, l’acquisizione di informazioni avrebbe potuto offrire agli apparati di sicurezza una conoscenza approfondita delle fonti giornalistiche, delle reti di relazione, degli incontri riservati e delle strategie adottate dai movimenti di protesta.
Il controllo digitale sarebbe stato affiancato da forme più tradizionali di osservazione: pedinamenti, intercettazioni ambientali, monitoraggio delle abitazioni e raccolta di informazioni attraverso reti di informatori.
In alcuni casi, i dati ottenuti avrebbero potuto essere utilizzati non soltanto per prevenire iniziative politiche, ma anche per esercitare pressioni, intimidire le persone sorvegliate o colpirne la reputazione pubblica.
Il precedente del progetto Pegasus
Il Marocco era già finito al centro dell’attenzione internazionale nel 2021, quando un’indagine giornalistica coordinata su scala globale aveva ricostruito il presunto uso di Pegasus da parte di diversi governi.
All’epoca, Rabat era stata indicata tra le autorità che avrebbero avuto accesso al software. Le istituzioni marocchine avevano respinto con decisione le accuse, negando di aver acquistato o utilizzato illegalmente il programma.
Il governo aveva inoltre contestato l’attendibilità delle ricostruzioni e chiesto prove tecniche considerate incontrovertibili. La posizione ufficiale non è sostanzialmente cambiata: le autorità continuano a negare il coinvolgimento in operazioni di sorveglianza illecita.
La testimonianza dell’ex funzionario riapre però la questione, perché fornirebbe nuovi dettagli sui rapporti tra l’intelligence marocchina e i fornitori internazionali di tecnologie invasive.
Il mercato globale delle tecnologie di controllo
La vicenda mostra anche quanto sia cresciuto il mercato mondiale degli strumenti destinati alla sorveglianza. Non si tratta più di capacità riservate alle grandi potenze o ai servizi segreti dotati delle infrastrutture più avanzate.
Numerose aziende private sviluppano software che possono essere acquistati da governi, forze di polizia e agenzie di intelligence. Ufficialmente, questi prodotti vengono proposti per combattere il terrorismo, individuare reti criminali e affrontare minacce particolarmente gravi.
Il problema emerge quando tali strumenti vengono impiegati al di fuori di un quadro giudiziario trasparente, senza controlli indipendenti o contro persone che esercitano legittimamente il diritto di critica.
In assenza di regole internazionali efficaci, il rischio è che tecnologie nate per contrastare reati complessi diventino mezzi di repressione politica. La distinzione tra attività investigativa e abuso di potere può diventare estremamente sottile, soprattutto nei sistemi in cui l’autorità giudiziaria dispone di margini limitati di autonomia.
Privacy e libertà di stampa sotto pressione
La sorveglianza dei giornalisti produce conseguenze che coinvolgono l’intera società. Un reporter spiato non è soltanto una persona privata della propria riservatezza: attraverso il suo telefono o il suo computer possono essere individuate fonti confidenziali, documenti riservati e informazioni ancora non pubblicate.
Il rischio di essere intercettati può inoltre generare un effetto intimidatorio. Le fonti potrebbero rinunciare a parlare, mentre i giornalisti potrebbero evitare di approfondire determinati argomenti per paura di conseguenze personali o professionali.
Lo stesso vale per attivisti e oppositori. La possibilità che ogni conversazione venga ascoltata e ogni spostamento registrato può limitare la libertà di associazione, la partecipazione politica e l’organizzazione di manifestazioni pacifiche.
Per questa ragione, il tema degli spyware non riguarda soltanto la protezione dei dati personali. Tocca direttamente la libertà di informazione, il pluralismo e il funzionamento delle istituzioni democratiche.
Le difficoltà nel dimostrare gli abusi
Accertare l’utilizzo di questi strumenti non è semplice. I software più avanzati sono progettati per non lasciare tracce evidenti e possono eliminare alcuni segnali della loro presenza. Le analisi forensi richiedono competenze elevate e non sempre consentono di individuare con certezza chi abbia ordinato l’attacco.
Questa opacità rappresenta uno dei principali vantaggi per gli utilizzatori. Anche quando emerge la compromissione di un dispositivo, attribuire l’operazione a una specifica autorità può richiedere mesi di verifiche e una collaborazione internazionale non sempre disponibile.
I governi accusati possono quindi negare ogni responsabilità, mentre le aziende produttrici sostengono generalmente di vendere i propri strumenti soltanto a soggetti autorizzati e per finalità legittime.
La distanza tra produttore, intermediario e utilizzatore finale rende difficile ricostruire l’intera catena decisionale e individuare eventuali responsabilità.
La necessità di regole più stringenti
Le nuove rivelazioni sul Marocco rafforzano le richieste di una disciplina internazionale più severa. Organizzazioni per i diritti umani, esperti di cybersicurezza e associazioni di giornalisti chiedono da tempo maggiori controlli sull’esportazione di spyware e strumenti di intercettazione.
Tra le proposte figurano l’obbligo di autorizzazioni preventive, la verifica dell’affidabilità dei Paesi acquirenti, sistemi di controllo sull’effettivo impiego dei prodotti e sanzioni nei confronti delle società che non impediscono gli abusi.
Un altro punto riguarda la trasparenza. Le persone sottoposte a intercettazione, una volta concluse le indagini e in assenza di esigenze particolari, dovrebbero poter conoscere le ragioni del controllo e contestarne la legittimità davanti a un giudice.
Senza garanzie di questo tipo, la tecnologia rischia di creare un’asimmetria di potere quasi assoluta tra lo Stato e il cittadino.
Una questione globale, non soltanto marocchina
Il caso del Marocco non può essere interpretato come un episodio isolato. Negli ultimi anni sono emerse accuse simili in numerose aree del mondo, comprese alcune democrazie occidentali.
La capacità di controllare da remoto un telefono personale ha modificato profondamente il settore dell’intelligence. Un singolo dispositivo contiene ormai comunicazioni, fotografie, dati bancari, spostamenti, contatti professionali e informazioni sulla vita privata.
Entrare in possesso di questi elementi significa disporre di una rappresentazione quasi completa della persona sorvegliata. Per questo il ricorso agli spyware deve essere considerato una misura eccezionale, sottoposta a limiti rigorosi, controlli giudiziari e verifiche indipendenti.
Le accuse rivolte agli apparati marocchini rappresentano dunque un nuovo capitolo di una discussione molto più ampia: stabilire fino a che punto uno Stato possa utilizzare la tecnologia in nome della sicurezza e quali strumenti debbano essere introdotti per impedire che la sorveglianza si trasformi in repressione.
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