L’alibi del Superbonus per nascondere il deficit e cosa serve davvero a efficientare le case italiane

23 Settembre 2026 - 17:05
0
L’alibi del Superbonus per nascondere il deficit e cosa serve davvero a efficientare le case italiane

Ieri Il Giornale ha dedicato spazio al buco lasciato dal Superbonus nei conti pubblici: 38,9 miliardi di euro in crediti d'imposta, 1,7% del Pil nel solo 2025; Meloni e Giorgetti ripetono ogni giorno che è il colpevole del fatto che il deficit resti al 3,1%. È un dato vero. Ma raccontato da solo, senza l'altra metà della storia, diventa un alibi comodo per continuare a non fare quello che si dovrebbe fare oggi sull'edilizia  e non solo.

L'altra metà della storia è che il Superbonus, nel biennio più duro della ripresa post-Covid, ha funzionato e che in seguito è stato sostenuto da tutte le forze politiche – compreso Fratelli d’Italia – in tutte le sue peripezie e difetti, per poi essere cancellato e non sostituito. L'Ufficio parlamentare di bilancio, l'organismo indipendente che vigila sulla finanza pubblica, stima che abbia contribuito alla crescita del Pil per circa un punto percentuale tra 2021 e 2022, mezzo punto l'anno. Altre stime, come quella dell'Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica, arrivano fino a 1,4 punti cumulati. Bankitalia calcola che gli incentivi edilizi abbiano generato circa tre quarti della crescita del valore aggiunto nelle costruzioni in quel periodo. Era un'idea nata per un'emergenza reale, rilanciare un settore fermo dopo il lockdown, migliorare l'efficienza energetica di un patrimonio edilizio tra i più energivori d'Europa, e in parte ha fatto esattamente questo.

Il problema non è l'idea. È come è stata applicata, e qui la responsabilità è più che condivisa. Il decreto Rilancio, maggio 2020, per le villette non prevedeva alcun limite di reddito; solo il vincolo di prima casa e il miglioramento di due classi energetiche. Un vero limite arriva dopo, con il tetto ISEE di 25.000 euro introdotto per introdurre la proroga 2022. Dura pochissimo: a gennaio 2022 viene tolto, su proposta di un deputato M5S, approvata da tutta la maggioranza Draghi, Lega, Forza Italia, PD, M5S insieme. FdI era all'opposizione, ma Meloni stessa, un mese prima, aveva definito la misura "molto utile per rilanciare l'economia". Da lì per tutto il 2022, il Superbonus diventa quello che si ricorda di più: copertura totale del costo, senza limiti di reddito né vincolo di prima casa per le villette. È anche l'anno in cui la spesa esplode. Dal 2023 un tetto di reddito e il vincolo di prima casa vengono reintrodotti, ma ormai il grosso del costo era già maturato.

C'è anche un difetto di impianto e tempi: il 110% fisso e identico per tutta la durata della misura, con una scadenza di cancellazione totale invece di una curva calante fin dall'inizio, e tempi di applicazione piu lunghi. Se fosse partito già a scalare – come poi è stato fatto, ma solo dal 2023 in avanti – non ci sarebbe stata la corsa a capicollo e il costo sarebbe stato più prevedibile e molto meno esplosivo. Su questo, tre governi e quasi tutto il Parlamento hanno responsabilità dirette.

Insomma, continuare a usare il Superbonus del M5Stelle o della “sinistra” in generale, come spiegazione universale dei guai di bilancio di oggi è fuorviante. Giancarlo Giorgetti è ministro dello Sviluppo Economico con Draghi dal febbraio 2021, già al governo, quindi, quando il tetto ISEE viene tolto e quando la spesa comincia davvero a correre. I dati della Ragioneria dello Stato dicono che gli investimenti ammessi a detrazione passano da 16,2 miliardi nei primi diciotto mesi della misura (luglio 2020-dicembre 2021) a 62,5 miliardi a fine 2022, con un picco di nuove richieste concentrato proprio tra settembre e dicembre di quell'anno – quando cade il passaggio di consegne tra Draghi e Meloni – e a 102,7 miliardi a fine 2023. Eppure è solo da febbraio 2023, una volta diventato ministro dell'Economia di Meloni, che Giorgetti comincia a parlare pubblicamente di "stagione irresponsabile", ripetendolo a Cernobbio nel 2023 e ancora a maggio 2024 con l'immagine della "valanga già partita", smentita dai numeri, visto che l'accelerazione più forte della spesa avviene proprio durante il suo mandato.

Il punto è che ripetere questo alibi non produce nulla, mentre un vero terreno di lavoro è aperto e viene ignorato. L'Europa chiede, con la direttiva Case Green (EPBD), una strategia mirata sugli edifici peggiori: almeno il 55% della riduzione dei consumi residenziali deve venire dagli edifici in classe energetica F e G. Non un incentivo uguale per tutti, il bonus ristrutturazioni oggi in vigore, tra l'altro, non richiede ancora nessun requisito di efficienza energetica. L'Italia doveva inviare il Piano nazionale di ristrutturazione entro il 31 dicembre 2025: non l'ha fatto, con conseguente procedura d'infrazione aperta a marzo. Il 29 maggio 2026 è scaduto anche il termine per recepire l'intera direttiva, mancato insieme a tutti gli altri 26 Stati membri. C'è pure una seconda infrazione, sul divieto di incentivi alle caldaie fossili, in vigore dal 2025 e mai recepito.

Ma si potrebbe agire: i 14 miliardi di flessibilità energetica appena chiesti a Bruxelles con la clausola NEC sono destinati a "sicurezza e resilienza del sistema energetico": ridurre la domanda di gas per il riscaldamento rientra in questa definizione tanto quanto costruire nuova capacità. E la revisione della politica di coesione ha già riprogrammato 1,1 miliardi per l'edilizia accessibile. Bisogna pero’ solo orientarle esplicitamente verso gli edifici peggiori, come chiede l'EPBD, dentro un piano che ancora non esiste.

Ma non basta che le risorse ci siano: serve che siano vincolate al risultato giusto. Il Piano Casa europeo, presentato dalla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, punta soprattutto a rispondere alla crisi degli affitti e alla finanziarizzazione del mercato immobiliare – l'efficienza energetica vi compare come principio, non come condizione vincolante per l'accesso ai fondi. Anche i Verdi al Parlamento europeo lo hanno segnalato: mancano tutele che colleghino davvero il denaro pubblico al risultato energetico, non solo alla nuova offerta abitativa. Ed è un rischio già visto: la Corte dei conti europea, valutando gli investimenti UE in efficienza energetica del ciclo di coesione precedente, ha trovato che la selezione dei progetti non era guidata da un criterio di costo-beneficio.

Senza un vincolo esplicito, i fondi UE indirizzati alla riqualificazione mirata degli edifici F e G, non a nuova edilizia generica, il rischio è di ripetere, su scala europea, lo stesso errore del Superbonus finale: soldi pubblici ingenti, senza la garanzia che producano davvero meno consumi.

Lo stesso vale, ancora di più, per il Piano Casa italiano approvato a maggio 2026: 10 miliardi in dieci anni per 100.000 alloggi. Solo la quota di recupero dell'edilizia popolare pubblica ha vincoli reali di efficienza energetica e sostenibilità. La leva più grande, quella affidata ai privati, è vincolata al prezzo calmierato, uno sconto del 33% sul mercato, non alla classe energetica dell'edificio. E il miliardo specificamente dedicato all'efficientamento energetico dell'housing, previsto tramite Cassa Depositi e Prestiti, è stato tolto dal testo definitivo e rinviato a un decreto che ancora non c'è. Anche qui, insomma, le risorse per l'edilizia si muovono, ma non ancora nella direzione che l'EPBD chiede.

Il Superbonus ha fatto quello che dovevano fare le politiche di emergenza: ha sostenuto la crescita in un momento difficile, pagando un prezzo alto per errori di disegno di cui nessuno può chiamarsi fuori. Continuare a citarlo come causa di tutto, tre anni dopo, serve solo a non fare quello che si può fare adesso, con meno soldi e più criterio.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Eventi e News

Eventi e News in Italia

Commenti (0)

User