Metano, gli ambientalisti uniti contro il blitz al Senato per fermare il Regolamento Ue sulle emissioni

Il Regolamento europeo sulle emissioni di metano è direttamente applicabile dal 5 agosto 2024 e molti dei suoi primi obblighi sono già scaduti. In Italia, però, rischia di rimanere disarmato: un emendamento presentato dai senatori di Fratelli d’Italia Luca De Carlo Sigismondi e Massimo Farolfi potrebbe rinviare a tempo indeterminato l’effettiva applicazione delle sanzioni.
A lanciare l’allarme sono Greenpeace Italia, Legambiente e Wwf Italia, che chiedono all’8ª Commissione del Senato di respingere l’emendamento 4.1, testo 2, al disegno di legge S. 1836, depositato il 12 settembre.
Il testo prevede che le sanzioni possano scattare soltanto dopo l’adozione delle norme tecniche necessarie per ottemperare ai singoli obblighi previsti dal Regolamento Ue 2024/1787 e, da quel momento, dopo un ulteriore periodo non inferiore a 24 mesi. Il problema è che l’emendamento non stabilisce alcun termine, né vincolante né indicativo, entro cui adottare queste norme: il conto alla rovescia dei due anni potrebbe dunque non iniziare mai.
Non si tratterebbe formalmente di rinviare un Regolamento già in vigore, ma di congelarne sine die la capacità sanzionatoria. Per le tre associazioni, non sarebbe più un semplice ritardo procedurale: senza la possibilità dello Stato di punire le violazioni, obblighi europei già efficaci rischierebbero di restare privi di applicazione sostanziale.
Le scadenze, del resto, si stanno già accumulando. Gli obblighi relativi al monitoraggio e alla riparazione delle perdite sono partiti nel maggio 2025, quelli sulla rendicontazione nell’agosto dello stesso anno, mentre il divieto di venting e flaring di routine – ovvero il rilascio diretto e la combustione in torcia del metano – è in vigore dal febbraio 2026. L’Italia avrebbe inoltre dovuto istituire il proprio regime sanzionatorio nazionale entro il 5 agosto 2025.
Il nuovo emendamento allarga ulteriormente il perimetro rispetto ai testi presentati il 28 luglio dai gruppi di maggioranza – Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega – sulla scorta di una raccomandazione della Commissione europea. Quest’ultima invitava gli Stati membri a non applicare, per le violazioni commesse negli anni 2027, 2028 e 2029, le sanzioni relative ad alcuni obblighi di comunicazione a carico degli importatori.
Il testo riformulato va ben oltre: la moratoria investirebbe anche la riparazione e il monitoraggio delle perdite, il divieto di venting e flaring, la sostituzione delle apparecchiature di rilascio, i dispositivi di combustione e i pozzi inattivi. In altre parole, coinvolgerebbe l’intera filiera fossile nazionale e una serie di obblighi operativi che neppure la contestata raccomandazione della Commissione aveva preso in considerazione.
Eppure ridurre le emissioni fuggitive – le perdite che si verificano durante l’estrazione, la lavorazione e il trasporto dei combustibili fossili – rappresenta una delle leve più rapide per rallentare la crisi climatica. Il metano è responsabile di circa un terzo del riscaldamento globale e, nel breve periodo, ha un effetto climalterante circa ottanta volte superiore a quello dell’anidride carbonica.
Tagliare queste emissioni non mette neppure a rischio la sicurezza energetica. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che una larga parte delle emissioni prodotte dai settori petrolifero e del gas possa essere eliminata con tecnologie già disponibili, in molti casi a costo netto zero: recuperare il metano disperso significa infatti evitare che una risorsa energetica commercializzabile finisca direttamente in atmosfera.
La sicurezza degli approvvigionamenti passerebbe, piuttosto, anche dalla pressione sui Paesi esportatori affinché recuperino il gas oggi sprecato, anziché da un indebolimento delle regole europee. Tanto più che il settore industriale ha avuto oltre due anni per adeguarsi e le sue principali associazioni hanno dichiarato più volte di essere già all’avanguardia su questo terreno.
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