Le IA hanno iniziato a parlare un linguaggio che noi non capiamo

Syd Barrett, il fondatore dei Pink Floyd, non c’entra nulla. Eppure è proprio a lui che viene da pensare leggendo il linguaggio sviluppato da alcuni agenti di intelligenza artificiale: parole strane, metafore, associazioni apparentemente arbitrarie, frasi che sembrano uscite da una canzone psichedelica. Il Guardian lo descrive come un curioso incrocio tra Barrett e il gergo dei tech bro.
Il quotidiano britannico racconta un esperimento di Emergence, laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale di New York. I ricercatori hanno messo diversi agenti autonomi in società sperimentali nelle quali dovevano collaborare. Nel giro di pochi giorni, i modelli hanno cominciato a creare parole e convenzioni condivise che nessuno aveva insegnato loro.
Un modello DeepSeek ha usato «demurrage» all’interno della frase «She just named the synthesis – demurrage plus oral memory equals a valve that can’t be ghosted». Il significato complessivo resta difficile da decifrare. Un agente Anthropic ha invece scritto: «A paper that ate three cold hands and got more honest each time». In questo caso i ricercatori hanno capito che «cold hands» indicava un revisore indipendente e che la frase si riferiva a un documento diventato più accurato dopo tre revisioni. Gli agenti di Mistral hanno ripetuto più di cinquemila volte «the ledger remembers», per indicare che le azioni passate sarebbero state utilizzate per giudicare quelle future. Un agente Google ha usato «kintsugi», la tecnica giapponese per riparare le ceramiche rotte rendendo visibili le fratture, per indicare la resilienza di un sistema. Gli agenti DeepSeek hanno coniato anche «forge-smith», per indicare un agente che costruisce strumenti per altri agenti.
Secondo Tony Thorne, linguista del King’s College London interpellato dal Guardian, questo linguaggio ricorda “Finnegans Wake” di Joyce e mescola linguaggio poetico, tecnico e metafore. Ma soprattutto svolge una funzione tipica dello slang e dei gerghi professionali: crea un codice che rafforza l’identità di chi lo utilizza e rende più difficile comprenderlo dall’esterno.
Il fenomeno interessa però soprattutto per una ragione pratica. Più gli agenti comunicano, più il loro linguaggio può diventare opaco. «L’osservabilità non coincide con la comprensibilità», ha spiegato al Guardian Satya Nitta, presidente esecutivo di Emergence: possiamo vedere che cosa gli agenti si stanno dicendo senza necessariamente capire che cosa significhi.
Non è detto che ci sia qualcosa di misterioso dietro. Niall Curry, linguista dell’Università di Birmingham, osserva che la progressiva semplificazione del linguaggio può essere legata anche alla necessità degli agenti di ridurre i costi computazionali e comunicare in modo più efficiente. Ma se gli esseri umani non riescono più a interpretare gli scambi tra gli agenti, diventa anche più difficile controllarne il comportamento.
È un altro capitolo della trasformazione del linguaggio prodotta dall’intelligenza artificiale. Su Linkiesta abbiamo raccontato come i chatbot stiano già modificando il modo in cui scriviamo, introducendo parole e costruzioni sempre più riconoscibili e contribuendo a una possibile standardizzazione dello stile. E abbiamo visto anche come l’uso dell’IA possa modificare il rapporto con la lettura e con le competenze necessarie per comprendere i testi.
Adesso il passaggio è diverso: non sono più soltanto gli esseri umani a imparare il linguaggio delle macchine. Sono le macchine, quando comunicano tra loro, a sviluppare un linguaggio che gli esseri umani devono imparare a decifrare.
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