L’empatia può renderci passivi invece di aiutarci a capire gli altri

«La commedia ha bisogno di un po’ di crudeltà» dice Capusotto. Per questo la compassione è nemica dell’umorismo. Secondo Freud, il piacere umoristico riguarda del resto anche un «risparmio di compassione». Bergson lo afferma in modo incisivo: «Il comico esige […], per produrre tutto il suo effetto, qualcosa come un’anestesia momentanea del cuore: si dirige alla pura intelligenza». E Bergson aggiunge che il maggior nemico della risata è l’emozione. Nell’umorismo si tratta in fondo di trasformare la nostra pietà in scherno. Eagleton osserva che «l’umorismo è essenzialmente senza cuore. L’empatia è il suo nemico mortale». Con l’umorismo ci liberiamo, prosegue Eagleton, dello «scomodo fardello della compassione». L’identificazione che si attiva nella compassione e nella pietà è l’opposto della risata, la impedisce. Breton sottolinea a sua volta tale questione:
Per prendere parte al torneo nero dello humour, bisogna […] aver superato numerose prove eliminatorie. Lo humour nero è limitato da troppe cose, quali la stupidità, l’ironia scettica, la facezia senza peso, […] ma è soprattutto il nemico mortale di quel sentimentalismo dall’aria eternamente braccata.
Il sentimentalismo viene definito da Eagleton come «una condizione di egocentrismo nella quale si consumano voluttuosamente le proprie sensazioni. È una vera e propria forma subdola di narcisismo, in cui si solidarizza con il proprio atto di solidarizzare». A questo proposito va ricordata un’affermazione di Marx: «Il sentimentalismo e l’utilitarismo sono facce della stessa medaglia». Non c’è dubbio che il sentimentalismo sia una postura paralizzante o, perlomeno, che non crei legame con gli altri. Questo è il risvolto negativo dell’empatia, la quale rappresenta sì una grande virtù che però ci addormenta nell’illusione nevrotica di essere capaci di comprendere l’Altro, di metterci al suo posto. L’empatia, infatti, ci anestetizza nella misura in cui attutisce l’inquietudine prodotta dall’alterità come tale. L’empatia è quindi un narcotico, un mantra che si ripete religiosamente producendo una sorta di euforia paralizzante.
L’inerzia delle masse suggestionate è l’aspetto più preoccupante che Bertolt Brecht ravvisa nel teatro classico. Il concetto brechtiano di straniamento va proprio nella direzione di evitare che l’identificazione pietrifichi le masse privandole della possibilità di agire politicamente. Nel teatro che mira alla mimesi, nella rappresentazione che chiama all’identificazione degli spettatori con ciò che viene rappresentato, si può osservare che, se si entra «in uno di quegli stabilimenti […] distingueremo sagome immobili immerse in un curioso stato ipnotico […]. Si direbbe un’assemblea di gente addormentata […]. Contemplano il palcoscenico come in trance […]. Quella gente sembra sollevata da ogni azione, come oggetti che vengono manipolati». Qualche paragrafo più avanti, Brecht prosegue sottolineando la necessità di «porre ostacoli al processo di empatia».
Per questo il teatro brechtiano tenta di denaturalizzare, di straniare, di rendere non familiare, di mettere in evidenza che le vite degli individui sono condizionate socialmente e storicamente; si tratta della «presa di coscienza» come «prima manifestazione dello spirito critico». Lo straniamento permette, da un lato, di riconoscere l’oggetto rappresentato e, dall’altro, di avvertirlo come estraneo. In definitiva, l’obiettivo di Brecht è «cancellare dagli avvenimenti suscettibili di essere modificati dalla società il marchio di “familiare” che oggi li protegge da ogni intervento».
Identificazione, inibizione, empatia e paralisi sono agli antipodi della risata. Non possiamo dare una stoccata al potere se l’identificazione e l’empatia ci paralizzano, ci inibiscono, se un’immagine che si erige come fatale ci affascina, ci pietrifica. La risata dissolve l’identificazione: con un altro non ridiamo mai della stessa cosa, perché quella stessa cosa non esiste; ciò che muove ciascuno di noi alla risata è insondabile. Se la risata è l’altro dell’identificazione, è tale nella misura in cui dissolve l’effetto-massa. E lo fa non senza un istante di inquietudine, di timore e di tremore. In quel momento, le coordinate su cui solitamente ci appoggiamo si sfumano: qualcosa si risveglia e – per quanto effimero – produce effetti sul corpo intorpidito.

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