La procedura d’infrazione e l’altro zero virgola che conta davvero

Il 22 settembre l’Istat ha confermato il deficit del 2025 al 3,1 per cento del prodotto. Con un dato sotto il tre, la Commissione avrebbe potuto proporre a novembre la chiusura anticipata della procedura per disavanzo eccessivo. Non è andata così. Il ministero dell’Economia ne ha preso atto: la chiusura della procedura, se i conti di quest’anno lo consentiranno, potrà arrivare nel 2027.
Pochi giorni prima, su queste pagine, si osservava che il cosiddetto tesoretto della manovra sommava due cose che non esistevano ancora: il permesso europeo di fare più debito e i benefici di un’uscita dalla procedura. Eppure, c’era già chi quei benefici li stava distribuendo, almeno a parole, senza aspettare il dato dell’Istat. Da martedì una delle due metà non è più un’ipotesi da discutere. È un’ipotesi sfumata.
Le reazioni sono arrivate in giornata, e una merita attenzione proprio perché suona come buon senso. C’è chi ha trovato surreale che la seconda potenza industriale d’Europa debba dipendere da uno zero virgola per capire se può investire nel proprio futuro. Detta così, è una frase che molti sottoscriverebbero. Un intero Paese appeso a un decimale sembra la caricatura di una burocrazia.
Chi lavora con i bilanci d’impresa conosce bene questo genere di soglia. Si chiama covenant. Quando una banca concede un finanziamento importante, chiede all’impresa di rispettare alcuni rapporti: il debito, per esempio, non oltre tre volte il margine operativo. Se il rapporto arriva a 3,1, il covenant è violato. Nessun direttore finanziario lo trova surreale. Sa che la soglia è stata scritta proprio per essere precisa. E sa che la banca, a quel punto, non discute se il decimale sia piccolo: discute le condizioni a cui continuare a prestare.
Poi c’è un altro zero virgola, molto più pesante, di cui si parla meno. Negli stessi conti l’Istat certifica che il saldo primario, cioè la differenza fra entrate e uscite al netto degli interessi, nel 2025 è stato positivo per lo 0,8 per cento del prodotto. Va detto con chiarezza, perché è un merito. Al netto degli interessi lo Stato incassa più di quanto spende, e lo fa da due anni.
Ma anche i meriti vanno letti per intero. Quell’avanzo non nasce soltanto dal controllo della spesa. Nel 2025 la pressione fiscale è salita al 42,9 per cento del prodotto, dal 42,2 dell’anno precedente: le entrate sono cresciute più in fretta dell’economia. Lo Stato chiude in attivo prima degli interessi anche perché preleva una quota molto alta della ricchezza prodotta. Il dato non toglie valore al risanamento, ma ne spiega una parte importante.
La spesa per interessi, intanto, vale il 3,9 per cento del prodotto. Senza di essa i conti sarebbero in attivo. Contabilmente, il deficit che ci tiene dentro la procedura è il costo del debito accumulato.
Lo zero virgola che dovrebbe preoccuparci non è quello che ci separa dalla soglia. È quello che chi ci presta aggiunge, ogni anno, al prezzo del nostro debito.
Quel prezzo non lo decide Bruxelles. Lo decidono i mercati, rinnovo dopo rinnovo, sulla base di quanto credono che l’Italia sappia onorare i propri impegni. Un decimale di rendimento in più entra nel bilancio a mano a mano che i titoli vengono rinnovati. A regime, su un debito che supera il 136 per cento del prodotto, vale qualche miliardo l’anno. Una cifra dello stesso ordine di quelle su cui ci si accapiglia ogni autunno.
Ecco perché la reazione di martedì sbaglia bersaglio. Se è surreale lo zero virgola della soglia, lo è anche quello degli interessi. Solo che quello lo paghiamo davvero. La credibilità non è un vincolo imposto da fuori. È la voce di bilancio che stabilisce quanto ci costa il passato, e quindi quanto ci resta per il futuro. Si costruisce lentamente, rispettando anche le soglie che sembrano pignole. Si consuma in fretta, ogni volta che si lascia intendere che un decimale non conta.
Non è un’opinione isolata. Nel rapporto pubblicato il 21 settembre, lo European Fiscal Board, l’organismo indipendente che vigila su come Commissione e governi applicano il Patto di stabilità, avverte che ogni eccezione può sembrare ragionevole presa da sola, ma che le regole valgono nella misura in cui diventano precedenti. Un quadro che si piega a ogni nuovo shock perde di vista il suo scopo, la sostenibilità dei conti. Il Board critica proprio l’estensione della clausola di salvaguardia alle spese energetiche, chiesta dall’Italia, perché dà l’impressione di una Commissione che asseconda le pressioni di alcuni grandi Stati. E osserva che in più di dieci Paesi, Italia compresa, le stime nazionali di crescita si sono rivelate «significativamente più ottimistiche» della realtà. Anche l’uscita del 2027, per ora, è una previsione.
È lo stesso filo che lega le discussioni di queste settimane. La flessibilità europea per difesa ed energia, se utilizzata, può prorogare i tempi della procedura. La procedura, finché dura, segnala a chi ci presta che l’aggiustamento dei conti non è ancora completato. E il costo del debito decide quanto spazio resta per scuola, sanità, investimenti. Tutto si tiene, o niente regge.
Quale amministratore andrebbe dalla propria banca, con un covenant appena violato, a spiegare che un decimale non deve condizionare la sua voglia di indebitarsi di più?
La domanda utile, a questo punto, non è se lo zero virgola sia giusto. È che cosa fare dello spazio che resta, sapendo che ogni euro di debito in più verrà prezzato da qualcuno. La legge di bilancio arriverà alle Camere entro il 20 ottobre. Sarà l’occasione per dire, prima di spendere, che cosa si intende comprare. È, del resto, ciò che chiede anche il Board: che i meccanismi di flessibilità siano discussi in pubblico, non definiti lontano dagli occhi dei cittadini. Lo zero virgola della soglia si può anche trovare surreale. Quello degli interessi, intanto, lo paghiamo ogni anno.
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